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| Phone |
| la Repubblica (5/14/2004) Roberto Nepoti Dai tempi di "Il terrore corre sul filo", il cinema ha usato spesso il telefono come oggetto di minaccia in thriller e film dell'orrore (quelli di Wes Craven, in particolare). Se l'apparecchio fisso veicolava paura e morte, non bisogna illudersi che le cose siano cambiate nell'era della telefonia senza fili; chi vive in simbiosi col proprio telefonino-protesi stia in orecchio: il cellulare uccide. Dopo aver pubblicato articoli di denuncia su un pedofilo, la giornalista Jiwon è perseguitata da telefonate minatorie. Cambia numero, senza risolvere il problema. Spegne il telefono, ma lui trilla lo stesso. Quel che è più grave, tutti coloro che rispondono all'apparecchio della ragazza cominciano a far cose strane. Resta contagiata la piccola Youngju, figlia della sua migliore amica, bamboletta edipica che vorrebbe liberarsi di mamma per monopolizzare papà. Dietro l'inquietante pupa, però, c'è una presenza arcana: quella di una studentessa misteriosamente scomparsa, che aveva una relazione col genitore della bimba. Primo film prodotto dalla Buena Vista Korea e campione d'incassi ai botteghini d'Oriente, Phone è una specie di "Ring", più pretenzioso e meno efficace. Il regista Ahn Byungki ammicca al pubblico occidentale, usando la "Sonata al chiaro di luna" di Beethoven come un tormentone (o citando Susanna Tamaro); tutte le scene di paura, però, sono risolte con l'identico effetto visivo-sonoro. Nel caso aveste qualche difficoltà a distinguere le attrici, provate a concentrarvi suoi nomi: sarà anche peggio. |
| Corriere della Sera (5/15/2004) Maurizio Porro Una delle cinematografie più alla moda, la sudcoreana, esporta il suo massimo successo thriller, Phone (Madonna ha già annunciato che girerà il remake), in cui Byeong-ki Ahn, esperto di produzione e reazioni inconsce, usa per terrorizzarci l' oggetto consueto del nostro quotidiano, il telefonino. Suona, stavolta, ma sullo schermo, dove minaccia con urla - una volta erano rantoli - morti misteriose, tra bambine indemoniate e isteriche, prestito di ovuli, mariti e amanti, numeri carismatici, computer, scheletri casalinghi e chiamate d' oltretomba, una scia di eventi paranormali in seguito a un' inchiesta su abusi sessuali. Tra quadri d' autore, una citazione della Tamaro e la Quinta di Mahler (come nel Mann-Visconti, utilizzata quindi per amori infelici e torbidi), il cinema orientale risponde in modo infantile ma personale, macchinoso ma efficace (e talvolta divertente) ai film d' essai e della solitudine. |
| FilmChips (5/14/2004) Angelica Tosoni L'horror sta conoscendo negli ultimi anni un rinascita, sebbene come genere sia uno dei pochi ad avere mantenuto sempre una folta schiera di cultori. L'idea di restare inchiodati alla sedia per la tensione e la suspence attira frotte di spettatori di ogni età e di ogni paese. A differenza dei film delle generazioni precedenti, l'horror odierno si riveste di immagini più sofisticate in cui gli effetti speciali garantiscono una qualità visiva inesistente negli anni passati. Talvolta, dai precedenti orientali si traggono film di successo. "Ringu", una pellicola giapponese del 1998 fu ripresa da Gore Verbinski lo scorso anno con il remake "The Ring" in cui telefono e videotape davano origine ad un incubo senza fine. Nel caso dell'ultima opera horror dagli occhi a mandorla, è auspicabile che l'originale non abbia un seguito, perché un esemplare basta e avanza. Direttamente dalla Corea giunge sul grande schermo delle sale italiane "Phone": il telefono di nuovo troneggia, sebbene questa volta si tratti di un cellulare. Questo è l'unico elemento certo. Il resto è un calderone di idee abbozzate in cui c'entra un po' di tutto. Dalle voci dell'al di là, all'inchiesta sui pedofili, dall'adulterio scoperto ma taciuto alla donazione di ovuli tra sorelle, dal complesso di Elettra di cui soffre una bambina "posseduta" a "Va dove ti porta il cuore" di Susanna Tamaro. Non ci avete capito molto? O meglio, non ci avete capito nulla? Se è così avete colto in pieno il senso di un film che non solo non spaventa, ma unicamente se si è fortunati cade nel ridicolo, altrimenti annoia e basta. Ad eccezione della piccola protagonista che non si risparmia in grottesche convulsioni espressioni demoniache esasperate e un po' teatrali, svegliando almeno per qualche istante il pubblico leggermente assopito, tutto il resto scorre come un tranquillo ruscello inquinato in un giardino zen. La maggior pecca di "Phone" è quella di volere mettere di tutto e rinunciare all'essenzialità. Il rischio della sovrabbondanza è il pericolo in cui corre buona parte del cinema. A quanto pare è molto più faticoso eliminare che aggiungere, anche per gli orientali, caposcuola del minimalismo. Il film infastidisce per "invadenti presenze", sebbene non si tratti di anime di morti o di voci ultraterrene e vendicatrici, magari! Si ha a che fare, ahimè, con inquietanti "must" occidentali - dall'acqua minerale delle dive hollywoodiane alle note firme nostrane - che personalmente mi terrorizzano molto più di uno spirito assetato di sangue proveniente dall'aldilà. Difficile resistere alla tentazione di rivestire un fritto misto un po' oleoso di un'atmosfera glamour da rivista patinata. Copiosi i mezzi e i mezzucci - una colonna sonora strategica e primi piania iosa su occhioni spalancati - a cui ricorre il regista Byeong-ki Ahn per lasciare un segno, anche minimo nell'ignaro spettatore che si reca al cinema convinto di assaporare un po' di sana paura. Eppure, nonostante gli sforzi, come direbbe una nota canzone "mi son scordato di te" e aggiungo io, "so come ho fatto." |
| Film TV (6/1/2004) Pier Maria Bocchi Non è tanto il grado di stupidità della storia a irritare (un cellulare posseduto che fa impazzire o uccide chi lo chiama o lo utilizza; d'altronde, se ci sono Tv e videocassette possedute, ci stanno benissimo anche dei telefonini) quanto la convinzione che, dopo Ring ognuno possa appropriarsi degli stessi strumenti di genere e di messinscena di quel film o dell'onda cui appartiene - per fare paura e cinema horror. Convinzione che il regista coreano Ahn possiede senza alcun dubbio, visto anche il suo orripilante esordio Nightmare. Phone sembra una fotocopia venuta fuori da una fotocopiatrice con l'inchiostro finito e la "taratura" dei caratteri sistemata da un ubriaco. Fotocopia di cosa? Di qualsiasi cosa. Eppure l'azione del copiare non è di per sé esecrabile. Ci sono numerosi esempi di prodotti fotocopiati ma non per questo non riusciti. E poi l'idea stessa della riproducibilità é o no coefficiente interno alle regole stesse dell'horror, con tutte le sue serie, cloni, remake? ll problema è l'approccio, chiamiamolo, etico. Phone (ma non è né sarà certo l'unico) é inac- cettabile perché è un furto malsano e maldestro a un patrimonio comune, a un immaginario. Se rubi, fallo bene, al- trimenti cambia mestiere. Spaventi, su- spense, inquietudine? Certo, ma di quelli da scongelare e cuocere nel microonde. Chi Se lo domanda: sì, ovvio, ci sono tanti capelli neri e anche parecchio lunghi. |