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| Compagnie Pericolose |
| La Stampa (12/2/2001) Lietta Tornabuoni Commedia nera sui rapporti padre-figlio e legalità-criminalità, «Compagnie pericolose», primo film diretto dalla coppie di sceneggiatori di «Rounders-Il giocatore», Koppelman e Levien, è girato alla maniera del cinema violento di soli uomini, mentre risulta una epopea buffa e sentimentale di imbranati sfortunati. Dennis Hopper e John Malkovich vi interpretano per la prima volta parti di uomini maturo-anziani, padre e zio criminali del protagonista ventenne. Da bambino, questo protagonista è stato sottoposto agli insegnamenti paterni («Bisogna prendere ovunque, figliolo») e alla prova del fuoco, ma non è riuscito a uccidere un altro boss forse spione con il quale aveva rapporti amichevoli: da allora è stato messo fuori dall’attività mafiosa paterna, mantenuto negli agi, usato per minimi servizi. Ciascuno dei suoi quattordici tentativi per trovare all’esterno un lavoro legale è finito nello stesso modo, con una porta sbattuta in faccia. Si lamenta con un amico che si trova nella sua stessa condizione: «Al di fuori della famiglia è impossibile trovare un lavoro. Per gli altri siamo due mafiosi, ma per i nostri padri siamo soltanto un paio di fattorini». Imprevista, un’occasione si presenta, il padre accetta di dargli un incarico: dovrà andare sulla costa occidentale a ritirare una borsa colma di soldi e portarla a casa a Brooklyn. L’aiuto di tre amici non basta a rimuovere l’immediata montagna di complicazioni né a scoraggiare uno sceriffo del Montana brutale, corrotto e ladro: il mondo criminale del quale il ragazzo aveva tanto desiderato far parte si rivela molto più esteso, duro e sanguinario di quanto possa sopportare. Càpita qualche volta che le avventure siano più dette che realizzate, meno divertenti o rischiose del previsto; ma complessivamente il film è dinamico e divertente. |
| il Giornale (12/2/2001) Adriano De Carlo Con il cuore in mano si può ancora affermare che il vecchio buon cinema non muore mai, quello che, mutando lo scenario sa rinnovare i codici della buona creanza cinematografica, aggiornare la scrittura, avvolgere gli spettatori; é quanto accade in Compagnie pericolose, un perfetto noir che risolleva le sorti del cinema americano, soffocato dal pompierismo dell'era digitale, dopato fino a scoppiare per compiacere il pubblico più giovani, senza alcuna misericordia per chiunque abbia in testa ben altro che la solita frittura di pellicole demenziali, sboccate e naturalmente stupide. Un bel cambio d'aria, che in soli 88 minuti ci restituisce il piacere inaspettato di godere di un racconto teso, sorprendente e senza uso improprio di immagini violente. Tutto grazie all'esordio eccellente di una coppia di sceneggiatori e registi: Brian Koppelman e David Levien, autori della sceneggiatura di un noir ignorato con supponenza da critici distratti: Rounders - Il giocatore (1997), di John Dahl. I nomi di riferimento che hanno influenzato i due autori sono quelli di Martin Scorsese e Sam Peckimpah. Siamo dalle parti dei «bravi ragazzi», che hanno allevato una covata di altri bravi ragazzi, che stavolta lo sono davvero e che vorrebbero scrollarsi di dosso i miasmi di alcune generazioni di mafiosi e guadagnarsi il pane onestamente. Sono ventenni oberati da cognomi «eccellenti», a causa dei quali vengono respinti dalla società civile e dai genitori stessi, rappresentanti di una criminalità scrupolosa ed efferata. Matty Demaret (Barry Pepper), figlio ventenne del boss Benny «Chains» Demaret (Dennis Hopper), deve a questo punto mostrare al genitore che la fede nell'ingiustizia può contare d'ora in avanti anche su di lui e pretende che gli venga affidato un incarico. Lo ottiene e chiamato in soccorso l'amico del cuore Taylor Reese (Vin Diesel), parte per la missione con altri due compagni di banco. Le cose si complicheranno, in un susseguirsi di avvenimenti a scatola cinese, fino all'epilogo, aperto ad ogni interpretazione, in chiave moralistica o il suo contrario. Un metodo di interpretazione interattivo, il solo capace di coinvolgere emotivamente lo spettatore. Esecuzione perfetta, come la scelta dei tempi e l'ambientazione, prevalentemente notturna. Accanto ai due boss Hopper e John Malkovich, quest'ultimo di una convenzionale gigioneria, si può contare su Barry Pepper, incisivo e intenso e Vin Diesel che fa intravedere quale sarà il suo futuro cinematografico, forse é davvero il nuovo Charles Bronson, se gli può bastare. Non vi é ombra o profumo di donna in questo magnifico noir, ma noi giudichiamo questa assenza necessaria, altrimenti la vicenda avrebbe preso un'altra piega e gli incalzanti 88 minuti sarebbero andati a farsi benedire. |
| Sette (11/29/2001) Claudio Carabba Il ragazzo lo sa che dovrebbe sparare. Uccidere a sangue freddo l'infame che ha tradito é l'esame che il papà (Dennis Hopper) e lo zio (John Malkovich) gli hanno preparato per entrare negli affari di famiglia. Ma lui non preme il grilletto e viene bocciato. Alcuni anni dopo, l'esecutore mancato (Barry Pepper) accetta una prova di appello e parte, insieme a tre amici (occhio a vin Diesel, Bruce Willis del domani), verso il Montana, per riportare a casa una valigia piena di soldi sporchi. Sembra un affare semplice, ma le apparenze ingannano... Narrato con taglio alla Tarantino da Brian Koppelman, Compagnie pericolose é un thriller non certo nuovo, ma divertente. E c'è anche una morale: non fidarti di nessuno, tanto meno dei parenti. |
| la Repubblica (12/26/2001) Roberto Nepoti Essere figlio di un mafioso non è facile. Ne sa qualcosa Matty, rampollo del malavitoso Benny "Chains" Demaret, che vorrebbe fare il manager sportivo ma, quando declina le generalità, si vede sbattere la porta in faccia. Ormai rassegnato a battere il sentiero paterno, il giovanotto riesce a farsi assegnare un compito difficile, portare a Brooklyn una borsa piena di dollari in arrivo dalla costa occidentale. Ma i soldi spariscono in una cittadina del Montana, lasciando il neo-gangster e le sue guardie del corpo in un mare di guai. Come recuperare il malloppo, su cui hanno messo le grinfie uno sceriffo corrotto e una banda di violenti paesani? Esce da una costola di Quentin Tarantino Compagnie pericolose: lo si vede immediatamente e sapere che il produttore Lawrence Bender è lo stesso di Le iene, Pulp Fiction e Dal tramonto all'alba non fa che confermarlo. Sono "tarantiniani" i luoghi (la provincia americana, i paesaggi iperrealisti, gli interni squallidi popolati da un'umanità arrabbiata), i temi (soldi sporchi, avidità, amicizia virile) e perfino le angolazioni con cui inquadrare i personaggi. Così come appartiene alla lezione di Quentin la forte contaminazione tra generi differenti: dal western, che dà luogo a una sfida all'Ok Corral trucida e privata dell'elemento epico, al film di arti marziali. Brian Koppelman e David Levien, debuttanti nella regia, non si negano neppure una sequenza tipica del repertorio del collega, alternando il racconto di un personaggio al telefono con immagini di ciò che va narrando. Molto ridotto, invece, l'elemento dell'ironia, a vantaggio di risvolti psicologici piuttosto lontani dagli interessi di Tarantino. Senza essere una rivelazione, comunque, il film è efficiente e offre a Vin Diesel la possibilità di declinare una variante non banale del suo "carattere" di stoico picchiasodo. |