Apocalypse Now Redux
Il Giorno (11/23/2001)
Silvio Danese

La nuova edizione di "Apocalypse now" raggiunge ora le tre ore e 23 minuti (50 in più). Caso speciale al cinema, forse nella storia dell'arte: un capolavoro estetizzante, e non si può dubitare perché dimostra ancora di essere "capo d'opera" nel cinema di guerra, che riesce a sopportare un'espansione, anzi l'assimila come un potenziamento. Gli episodi inseriti sono quattro (il distributore 22 anni fa aveva imposto un limite di due ore), ma quello fondamentale è la sosta nella piantagione francese del capitano Willard (Martin Sheen) a caccia del ribelle Kurtz (Brando): a tavola con gli ex coloni emerge la questione storica e politica del Vietnam come paese sfruttato da tutti e in ogni occasione, mentre l'incontro di Willard con la vedova fumatrice d'oppio (disincantata e lasciva, bellissima Aurore Clement) prepara sensualmente la dissoluzione di Kurtz, capitolo finale prima introdotto "soltanto" dal viaggio a tappe nell'inferno della guerra. E' come togliere ad "Amleto" l'episodio di Ofelia e ai "Promessi sposi" quello dell'Innominato. Viaggio al termine della notte, ma il confine si è spostato. Immancabile.
Film TV (11/27/2001)
Emanuela Martini

Se c'è una ragione per gli spettatori un po’ disillusi che hanno abbandonato le sale per ritornare al cinema, questa si chiama "Apocalypse Now Redux" (per la cronaca, "redux" va fatto risalire al verbo "to reduce", che tra i tanti significati ha anche quello di "riportare a una forma, a uno stato appropriato"). Non solo perché il film di Coppola è un capolavoro e perché questo capolavoro di ventidue anni fa ci racconta sugli eventi che viviamo oggi molto di più, storicamente, psicologicamente e moralmente, di centinaia di trasmissioni e reportage televisivi. Ma soprattutto perché "Apocalypse" è una totale, forsennata, irriducibile e irresistibile immersione nello schermo. È un viaggio, uno sperdimento, un'immedesimazione nei percorsi di Willard e, terribile, in quelli di Kurtz, che si ripete immancabile a ogni visione successiva. Un'esperienza che una volta al cinema non era tanto infrequente, ma che gli spettatori dai trent'anni in giù rischiano di non aver mai avuto. Nasce senza titoli di testa (e, all'origine, non aveva nemmeno quelli di coda, che furono aggiunti in seguito), ti cattura e sei perduto: battito delle pale degli elicotteri, "This is the end, my friend", palme ed esplosioni di fiamme nella giungla; in sovrimpressione la faccia di Willard, le pale del ventilatore della sua camera d'albergo a Saigon, la sua sofferenza, la follia. Non c'è scampo: nelle oltre tre ore e mezzo successive, siamo al suo fianco nella motovedetta che risale il fiume fino alla reggia di morte di Kurtz, immersi nel cuore di tenebra della storia. Non è solo una faccenda di grandi momenti (gli elicotteri di Kilgore che vanno all'attacco con Wagner, l'esibizione delle ragazze di "Playboy" davanti alle truppe, l'improbabile ponte decorato di luci che segna il confine con il nulla, l'arrivo da Kurtz, l'orrore rituale della sua esecuzione); è l'andamento sinuoso del film, l'immersione nelle percezioni dei suoi personaggi, che ci impediscono di distaccarcene. "Apocalypse" va al di là del Vietnam, va dritto nella pancia e nel cuore di ogni tentativo di conoscenza e, perciò, di sofferenza. E dritto negli occhi di chi continuerà, ostinato, a non sottrarsi all'orrore.
l'Unità (11/23/2001)
Alberto Crespi

Adesso che é tornato, dovremmo cercare di capire perché ci é tanto mancato. Non é un discorso allegro. Perché bisogna confessare una realtà molto amara, che la dice lunga su noi umani: quali sono i film che, negli ultimi vent'anni, ci hanno detto le cose più profonde sulla nostra specie? Sono film di guerra, a dimostrazione che scannarci l'un l'altro é uno sport che continua a divertirci e al quale dedichiamo gran parte del nostro talento, delle nostre forze, del nostro sviluppo tecnologico. Qualche titolo? Full Metal Jacket di Stanley Kubrick, Platoon di Oliver-Stone, La sottile linea rossa di Terrence Malick, Salvate il soldato Ryan di Steven Spielberg, Và e vedi di Elem Klimov (quest'ultimo, essendo un film sovietico sulla seconda guerra mondiale, non se lo ricorda nessuno), e mettiamoci pure titoli «anomali» come l'incredibile documentario di Werner Herzog Apocalisse nel deserto (sul dopoguerra nel Kuwait)e il recente Viaggio a Kandahar di Mohsen Makhmalbaf. É quindi ovvio che oggi, a 22 anni di distanza, sia importante rivedere il padre di tutti costoro, il kolossal che più di ogni altro ci ha fatto rivivere la guerra del Vietnam come un trip allucinogeno: Apocalypse Now, di Francis Coppola, 1979. Da Cannes, lo scorso maggio, vi abbiamo ampiamente riferito della versione restaurata da Coppola: circa 50 minuti in più, grazie ai quali si intitola ora Apocalypse Now Redux, con l’aggiunta della parola «reduce». Il film é stato raccontato, esso stesso, come un secondo Vietnam in molti libri e documentari. Le riprese sono durate più di un anno, durante il quale Coppola rischiò più volte la bancarotta. La partecipazione di Marlon Brando nel ruolo del colonnello Kurtz ha da sempre un'aura di leggenda. Anche le sequenze aggiunte da Coppola in questa, copia sono ormai arci-note. Ricordiamo le quattro principali:1) una scena quasi comica subito dopo la battaglia condotta dal colonnello Kilgore al suono della Cavalcata delle Valchirie di Wagner 2) il secondo incontro con le conigliette di Playboy, in un campo nella giungla devastato da un tifone; 3) la leggendaria «sequenza francese», interpretata da Aurore Clèment, in cui la barca guidata da Willard si ferma a una piantagione lungo il fiume dove una famiglia di coloni é rimasta dai tempi dell'Indocina Francese; 4) una breve scena in cui Brando legge a Willard alcuni ritagli di giornale che lo riguardano, facendo amare considerazioni sul modo in cui i media raccontano la guerra. Non ha torto, Coppola, quando afferma che queste aggiunte aprono nuovi percorsi mentali dentro il film, permettendo di interpretarlo in modo ancora più complesso. Le nuove sequenze rendono Apocalypse Now ancora più folle e lisergico. Già il vecchio film era un'esperienza extra-sensoriale, un viaggio nel surrealismo (basterebbe ricordare le immagini del ponte di Do-Lung, con i traccianti che diventano fuochi artificiali accompagnati dalla chitarra di Jimi Hendrix che distorce l'inno americano). Ora la pazzia tracima dovunque. Kilgore, il militare che vuole conquistare una spiaggia solo per fare il surf, acquista note patetiche e quindi doppiamente feroci, le donne sono ancora più «stuprate» dalla guerra e la presenza dei francesi chiarisce una volta per tutte, se ancora ce ne fosse bisogno, che Apocalypse Now é un viaggio a ritroso nel tempo, oltre che un regredire alle radici più indicibili dell'aggressività umana.«É qui Disney-land!», dice a un certo punto Lance, il personaggio del surfer interpretato da Sam Bottoms, uno dei soldati che accompagnano Willard lungo il fiume. Se dovessimo proporvi una chiave di rilettura per Apocalypse Now, vi diremmo di rivederlo usando Lance come Virgilio, come testimone del viaggio di Willard/Dante nell'Inferno. Man mano che avanziamo verso Kurtz, Lance ridiventa bambino (guardate come coccola quel cucciolo dopo aver sterminato la famiglia vietnamita a colpi di mitragliatrice) e le droghe invadono la sua mente. Forse Lance é lo spettatore: e non siamo (quasi) tutti spettatori, nelle guerre della modernità? Apocalypse Now é un cablogramma dall'Orrore, e serve a ricordarci che c'è un Orrore indicibile dietro ogni bomba intelligente, dietro ogni immagine anestetizzata dalla Cnn o da altri imbroglioni. Per la cronaca, il film é stato ridoppiato, e Brando non dice più «ho pianto come una madre» ma «ho pianto come una nonna»: ma in originale diceva «I cried like a window», come una vedova. E oggi siamo tutti vedovi: di un’illusione che ci parlava di un mondo abbonato alla pace, come Disneyland.
il Manifesto (11/29/2001)
Antonello Catacchio

Dopo 22 anni, esce di nuovo Apocalypse Now. Non crediate di averlo già visto, non si tratta di una semplice riedizione. La versione redux contiene una cinquantina di minuti inediti. La copia è perfetta, il sonoro rifatto e chi dovesse averlo visto in questi anni sul piccolo schermo si troverà di fronte uno spettacolo grandioso e inedito. Anche perché le parti reintegrate danno nuovo spessore al capolavoro tratto dal Cuore di tenebra di Conrad col quale si era scontrato anche Orson Welles. Un film di guerra che è stato una battaglia. Iniziata da Coppola poco dopo la fine della guerra del Vietnam. E terminata una mattina di maggio con la prima proiezione pubblica al festival di Cannes. 1979. "Apocalypse When"? Titolano i giornali specializzati. Ironia sul titolo del film di Francis Coppola che così da "Apocalypse ora", diventa "Apocalypse quando"? Da ormai tre anni c'è attesa per Apocalypse Now, ma un'infinità di impicci continua a far slittare la presentazione. Prima erano state le riprese: Harvey Keitel sostituito da Martin Sheen, un tifone che ha distrutto il set faraonico, gli elicotteri dell'esercito filippino prestati a singhiozzo, l'infarto di Sheen e molti altri guai. Poi la postproduzione, due anni al posto dei sei mesi richiesti abituamente. Coppola è invischiato nella guerra del Vietnam. Indebitato sino al collo, e anche un po' oltre. Non ha più un dollaro e soprattutto nessuno è più disposto a prestargliene. Un primo montaggio del film viene considerato troppo lungo dai distributori che tengono in ostaggio il regista-produttore. Lui deve accettare di tagliare. E finalmente il film viene scelto per il concorso di Cannes. C'è ancora il vecchio Palais, luogo mitico per tutti gli appassionati di cinema, e viene il giorno dell'apocalisse. Nel programma il film è presentato come work in progress, ancora non definitivo. Lo shock alla proiezione stampa del mattino è immediato. La foresta che esplode e si incendia, ma soprattutto le pale degli elicotteri che volano sopra le teste sono un effetto inedito. Non si è mai visto-sentito il suono provenire anche da dietro, di fianco, passare sopra. Martin Sheen attacca con "Saigon, shit", Jim Morrison struggente canta The End. E' invece l'inizio di un'esperienza dalle emozioni irripetibili. E dopo quasi due ore e mezzo la fine, senza titoli di coda, quindi senza quelle immagini del napalm che brucia tutto. Gli applausi sono da trionfo. Per la prima volta, e ultima, la conferenza stampa di un film viene fatta direttamente nella sala grande. Sul palco, presentato da Lucius Barre, assistente del mitico ufficio stampa del festival Louise Fargette, presenta Francis Ford Coppola stremato e emozionato, circondato da alcuni collaboratori che hanno raggiunto la Croisette a loro spese visto che la produzione non poteva permettersi ulteriori esborsi. Anche il materiale pubblicitario informativo del film distribuito alla stampa risente della mancanza di denaro. Il press-book di Apocalypse Now è composto da due foglietti ciclostilati con quattro piccole foto in bianco e nero. La sera il film viene presentato al pubblico in smoking. E' di nuovo trionfo. Coppola e i suoi accompagnatori vanno a festeggiare in un ristorante della vecchia Cannes. Nessuno sa bene chi pagherà il conto. Forse Lucius Barre che li accompagna ha il mandato del festival per offrire la cena. Ma non ce n'è bisogno un'anonima signora, occasionalmente presente nel locale, va dal titolare e paga per tutti in segno di gratitudine per il film. E' l'inizio pubblico del cammino di Apocalypse Now che viene premiato con la Palma d'oro, seppure ex aequo con Il tamburo di latta di Volker Schlondorff. E' anche l'inizio di una piccola leggenda: quella del doppio finale. In realtà si tratta di questo: dove viene presentato con una copia in 70mm il film ricalca la versione di Cannes, senza titoli di coda, nella copia in 35mm invece spuntano i titoli che si sovrappongono alla foresta in fiamme. Non tutti però sono felici per Apocalypse Now. In particolare Aurore Clement e Christian Marquand, due attori francesi che hanno passato difficili momenti nella giungla filippina per (non) vedersi tagliati nella versione finale del film. La lunga sequenza della piantagione francese è stata infatti sacrificata ai voleri dei distributori. Per coglierne qualche traccia bisogna aspettare il magnifico documentario di Eleanor Coppola, moglie di Francis, sulle travagliate esperienze di quel set. Maggio 2001. Ancora Cannes e ancora Apocalypse Now, questa volta redux che non è un termine tecnico tipo remix o quant'altro, ma latino, quindi reduce, colui che ritorna dalla guerra. E Apocalypse Now Redux è un ritorno altrettanto trionfale dopo ventidue anni con una cinquantina di minuti reintegrati. Alla proiezione della nuova versione Coppola è più tranquillo, ora non ha più problemi economici, grazie alla sua produzione vinicola, Aurore Clement viene risarcita, ma è comunque felice perché in quel tormentato set di tanti anni fa aveva conosciuto lo scenografo di fiducia di Coppola Dean Tavoularis, divenuto più tardi suo marito. C'è anche Sam Bottom, uno dei ragazzacci del battello che deve risalire il Cuore di tenebra di Conrad. E tra i famigliari di Francis c'è Roman, ora grande, all'epoca bimbo utilizzato per interpretare una piccola parte nella sequenza della piantagione francese. Non c'è invece Marquand, nel frattempo scomparso. Forse in omaggio a quella prima proiezione di 22 anni fa, anche questa volta il film termina all'improvviso, senza titoli di coda. Per qualche istante il pubblico rimane frastornato, poi parte l'applauso che si trasforma in standing ovation. Che prosegue, ininterrotta per quasi un quarto d'ora. E allora Coppola si commuove, di nuovo, come 22 anni fa.