![]() |
|
|
|
|
| Pranzo di Natale |
| la Repubblica (12/3/2000) Roberto Nepoti Dopo il funerale del compagno di mamma, separata da decenni, le tre sorelle Louba (Sabine Azéma), Sonia (Emmanuelle Béart) e Milla (Charlotte Gainsbourg) si danno da fare per preparare il cenone natalizio. Ci sarà o non ci sarà quel vecchio porco di papà (Claude Rich), che nasconde nella foresteria di casa sua un figlio illegittimo, separato anche lui e con una bambina di cinque anni? Tutti hanno qualcosa da nascondere; tutti soffrono di depressione aggressiva. Tutti hanno una vita sentimentale sinistrata: Louba, energica cantante in lingua nei ristoranti russi, intrattiene una vecchissima relazione con un uomo sposato e ora aspetta un bambino; l’apparentemente perfetta Sonia sta per lasciare il marito, che la tradisce; in segno di spregio, Milla si diverte a spaventare i giovanotti. Segreti e bugie di famiglia, insomma, per un Pranzo di Natale in salsa francese che annuncia festività deliziosamente amorali. Raccontando personaggi fragili e imperfetti, la debuttante (ma figlia d’arte — suo padre è il regista Gérard Oury — e autrice di numerose sceneggiature) Danièle Thompson mette in scena una cronaca familiare tutt’altro che convenzionale, intelligente amara e ben scritta da lei stessa assieme al figlio Christopher. Alcune battute di dialogo sono memorabili («ha il naso da antisemita» dice Rich di un consuocero che gli sta antipatico); nessun personaggio è completamente positivo o completamente negativo, come nella realtà; tutti finiscono per conquistarsi la nostra simpatia. La posizione scelta dalla Thompson è ammirevole per l’equidistanza quasi perfetta che riesce a tenere tra la compiacenza da una parte, il cinismo dall’altra. La cosa debole, a volere essere severi, sono i monologhi di alcuni personaggi, che si rivolgono direttamente allo spettatore (alla macchina da presa) raccontando episodi del passato. Quanto all’uso della macchina da presa, che è corretto, la regista si mette al servizio del formidabile cast di cui dispone: tre sorelle (oggi la triade di sorelle va per la maggiore, sia nel cinema europeo sia in quello orientale) che rappresentano il meglio sulla piazza francese, più due vecchi leoni (oltre a Rich, c’è Françoise Fabian) che non sembrano neppure recitare, ma vivere. Particolarmente velenosa, date le situazioni dei personaggi, l’atmosfera festiva di Parigi è sottolineata ironicamente dalla voce di Dean Martin, che snocciola tutto il suo repertorio di melodie natalizie. |
| La Stampa (12/9/2000) Alessandra Levantesi I doni non sono la vera essenza del Natale, ricordano le favole per piccini come «Il Grinch»; non basta un «Pranzo di Natale» a fare una famiglia unita, suggerisce agli spettatori adulti la sceneggiatrice francese Daniele Thompson, esordendo nella regia con una garbata commedia che non teme di iniziare su una scena di funerale. E’ morto un violinista classico, ovvero il secondo marito di Françoise Fabian che segue il feretro accompagnata dalle tre figlie di primo letto Sabine Azèma, Emmanuelle Béart e Charlotte Gainsbourg. Il calendario segna il 22 dicembre, quindi l’infausto evento è caduto, per così dire, nel momento sbagliato. La benestante e coniugata Emmanuelle, che per il cenone del 24 è solita ospitare le sorelle e il temperamentale padre Claude Rich, violinista russo da cabaret, si trova nell’imbarazzo: ora che la mamma è rimasta sola come non invitarla? E d’altra parte come far accettare la sua presenza a papà che, pur avendo tradito sfacciatamente la moglie, non le ha mai perdonato di averlo lasciato? E non è questo l’unico problema. Scopriamo che la Azèma è rimasta incinta di un amante di lunga data, sposato e già più volte padre; che il marito della Beart ha una relazione e intende trascorrere con la fidanzata l’ultimo dell’anno; che la Gainsbourg sfiora l’incesto innamorandosi di un figlio naturale del vecchio Rich. Il senso del racconto è che, al di là dei contrasti e delle tensioni tipiche dello scompaginato mondo famigliare di oggi, la valenza degli affetti resta salda; e pazienza se il pranzo di Natale salta o viene trascorso in maniera alternativa come nell’allegro finale a suon di musica (con impressa in didascalia la ricetta del tacchino farcito per 12 persone). Ispirandosi al modello della commedia sentimentale hollywoodiana, la Thompson firma un film svelto e grazioso, seppur manieristico. Le tre sorelle fanno simpatia, ma le note più intense le recano in duetto Rich e la Fabian, attori di immensa esperienza, i migliori dell’affollato cast. |
| Film TV (12/12/2000) Aldo Fittante Colorata, festosa frizzante nei dialoghi e nel ritmo Ecco una commedia che sarebbe piaciuta a Claude Sautet. Parla - con leggerezza e umorismo - delle "cose semplici" della vita, di illusioni e di morte, di malattie del fisico e di disagi psicologici. Una famiglia borghese Come tante, di tradizione musicale, molte sorelle e pochi uomini, perché questo è un film di donne diretto da una donna che scrive copioni da quarant'anni e che qui esordisce dietro la macchina da presa divertendosi a smontare il "giocattolo Natale" con battute velenose («In fondo é solo il compleanno di un piccolo ebreo arrivista»: detta, perdipiù, da un conterraneo), tacchini esagerati (la ricetta é sui titoli di coda), e una "depressione ostile" che costringe Emanuelle Bèart a servirsi di maniere antipatiche, Sabine Azema a cantare in russo, Francoise Fabian a mostrare con orgoglio le rughe e Charlotte Gainsbourg a esprimersi come un hooligan («Scopava come un calciatore: diritto in porta e senza mani»). Attrici bravissime tra cui non sfigura il giovane Thompson, figlio (nella vita) della regista e co-autore dello script; e (nella finzione) di una storia d'amore vissuta in divertita clandestinità. |
| Ciak (1/1/2001) Pietro Calderoni Finalmente le feste natalizie ci regalano una commedia divertente, ben scritta (dalla regista Danièle Thompson a quattro mani col figlio), ben recitata, che ci riconcilia col buon cinema degli affetti (per una volta senza gli effetti speciali!). Parliamo di Pranzo di Natale storia di una famiglia borghese numerosa (quasi tutte donne: da Emmanuelle Bèart a Sabine Azema da Charlotte Gainsbourg a Francoise Fabian) e rumorosa che si avvicina, di malavoglia, al pranzo di Natale presa da ben altre preoccupazioni: malattie, depressioni, disagi esistenziali, rancori, amori clandestini... Tutti vorrebbero evitare quella inevitabile incombenza, ma come si fa... È Natale. Alla fine, però, proprio attorno a quella tavola imbandita, la famiglia ritroverà la voglia perduta di stare insieme. Con allegria. |
| Duel (1/1/2001) Marco Lombardi Sembrerebbe una commediola brillante come tante, piena di battutine argute e ben recitata e prevedibile. Tutto vero, ma c'è dell'altro. Innanzitutto una vena (meglio, un'autostrada) profondamente malinconica che fa un po' pensare a Blake Edwards. Poi un'attenzione alle immagini non così comune al genere. Lo schermo comunica infatti - sin dall'inizio, e quasi fino alla fine - un complessivo (e fastidiosissimo) senso di saturazione da materia: i colori natalizi, gli oggetti "da festa", i luoghi di mero consumismo e le "parole umane", quante e quanto inutili. Sta proprio qui il cuore del film, cioè il suo maggiore punto d'interesse: nel suo far venire una voglia matta per le cose semplici, a partire dai sentimenti. Nel suo evidenziare - per contrasto - il vuoto di felicità. E nel suo suscitare un profondissimo senso di pietà verso l'uomo, che corre e soffre e continua a correre e soffrire in direzione delle cose che non contano. Sono infatti pochi i momenti di autenticità dei personaggi di Pranzo di Natale: quando sono fra loro si parlano addosso e non si ascoltano quasi mai, riservando invece a un imbarazzato (e imbarazzante) sguardo in macchina (cioè allo spettatore) alcune vere e profonde confessioni. Un fastidio forse non risolto - perché non strumentale - è invece l'eccesso di ragionamento nella costruzione della storia: spesso il film appare una montagna enciclopedica, attraverso la quale la sceneggiatrice ed esordiente regista Danièle Thompson comunica l'impossibile ansia di voler dire e spiegare tutto. Del mondo e della vita. |
| il Giornale (5/1/2003) Massimo Bertarelli E' una vita che i disprezzati, ma tutt'altro che disprezzabili, fratelli Vanzina si beccano le contumelie della critica snob. Anche quando, e succede spesso, non lo meritano. Probabilmente ci hanno fatto l'abitudine e giustamente tirano dritto, continuando a raccontare alla loro maniera, sbarazzina e frizzante, umile e banale solo all'apparenza, la storia dell'Italietta in faticosa crescita. Sarà per la presenza di diversi frequentatori della Tv, fatto sta che Il pranzo della domenica ha un po' il sapore della fiction, il che non è necessariamente un demerito. La simpatica commedia ruota attorno alla pimpante vedova della buona società Franca Malomi (Giovanna Ralli), che ad ogni festa invita al sacro rito del mezzogiorno, anzi delle due, visto che siamo a Roma e i commensali arrivano puntualmente in ritardo, la sacra famiglia unita. Ciascuna delle tre figlie, accasata più o meno felicemente, conduce dalla mamma, tanto ospitale quanto facile alle sfuriate, la propria truppa al completo. C'è l'ipocondriaca Barbara (Barbara De Rossi) sposata al fiorista, generoso, tifoso della Lazio e di Alleanza nazionale, Maurizio (Maurizio Mattioli) ; la combattiva casalinga amica della bottiglia Sofia (Elena Sofia Ricci) con il giornalista di sinistra, idealista, testardo e rompiballe, Nicola (Rocco Papaleo) e i quattro figli maschi; la ricca Susanna [Galatea Ranzi) con il consorte, prestigioso avvocato e indefesso puttaniere, Massimo [Massimo Ghini) con figlia diciassettenne e ribelle Ilaria (Virginie Marsan]. Succede che la matriarca scivoli e si rompa il femore: la forzata sosta in clinica farà esplodere antiche e sopite tensioni. Finché, inutile tenerlo nascosto, tutto si aggiusterà, a partire dalla gamba. I Vanzina hanno, come si dice, l'occhio clinico: i cambiamenti del costume non sfuggono neppure stavolta alla loro analisi beffarda, che inquadra con bonario sarcasmo i nuovi mostri della società. È vero, quel pennivendolo rosso dall'autolicenziamento facile che finisce a giocarsi la reputazione da Amadeus è una macchietta, non meno dello sfrontato playboy che insegue le prede anche nel bagno del ristorante. Comunque sono figurine che non stonano in questo simpatico presepe primaverile, dove mancano, che bella sorpresa, perfino le parolacce. |