L'amore ha due facce
Corriere della Sera ()
Maurizio Porro

Dopo un musical yiddish e uno psico-melò, la Streisand dirige per la terza volta Barbra nel revival di un "film d'amore" (oggi è modernariato) in cui dice di aver trapiantato momenti autobiografici. E, con l'ottimismo della volontà anagrafica, si concede il ruolo di una bruttina stagionata (con uno sconto di 20 anni), importunata psicologicamente da una madre che fu bellissima e da una sorella che le ha scippato il principe azzurro. Così l'attrice-regista, senza risparmiare primi piani, rivisita la fiaba del brutto anatroccolo nei modi radical chic di una love story nuovayorkese, in cui lei insegna letteratura romantica e lui matematica. Annodata con filo sofisticato - soggetto e sceneggiatura di Richard LaGravenese, lo stesso dei sospiri di «Madison County» - la commedia della vanità parte in quarta ("sono una Shirley Temple fatta di crack") e poi si allunga sotto il peso di troppe parole e di un personaggio patologico, il professore di cui sopra, che si sposa ma non vuole fare sesso, arrivando subito all'amicizia. Così quando la signora, esausta, prova a mettergli le mani addosso, il matrimonio va temporaneamente a rotoli, la donna si rifà col cognato, cambia trucco, capelli e misure e si ripresenta all'appello. The end? No, perché a mrs. Streisand interessa farsi ripetere "come sei bella, come sei sexy", almeno dieci volte. E così il bell'anatroccolo riconquistò, stavolta a lingua in bocca, il suo amore platonico, complice un acuto di Pavarotti seguìto dalla musica sentimentale di Marvin Hamlisch. La funny girl stavolta non canta, si concentra sulla "gattina". L'epicentro sta nel fatto che l'amore rende buffi, è pazzariello (si possono regalare gemelli a forma di dado con numeri primi!) e non s'insegna. E poi via con lo sguardo ironico sugli universitari, oltre al classico della cena in famiglia e alla prima notte con «Lawrence d'Arabia». E tra snack, ristoranti e pranzi in casa, è un film dove si mangia più che in «Babette». L'amore ha due facce («The Mirror has two faces») è una commedia piacevolmente logorroica sul mistero transeunte della bellezza, ma anche su un difficile rapporto materno, tema che resta giocato a metà, nonostante lo schermo si illumini quando appare una Lauren Bacall per la prima volta davvero brava e davvero invecchiata. E che, offerto senza pietà il solco della ruga al riflettore, lascia in platea alcune occhiate destinate a durare. Barbra, che invece ha regalato anche le sue rughe alla partner, avvolta nel flou della fotografia di Dante Spinotti prima e di Andrzej Bartkowiak poi, rifà Barbra la clintoniana e satireggia le hot lines. Naturalmente è spiritosa, ma di maniera, mentre da regista non ha ancora il coraggio del taglio secco. Jeff Bridges, maritino ideale, ha a che fare con un carattere improbabile di teorico degli affetti che scala la razionalità dei numeri. Intorno, Brenda Vaccaro e George Segal sono i rispettivi amici del cuore, Mimi Rogers è la sorella strappacuore, Elle Mac Pherson è la sensualità perduta e Pierce Brosnan, tra uno 007 e l'altro, continua a comportarsi come un playboy anni '50. Per la statistica del remake, alla base c'è un film di Cayatte inedito ai più, «Le miroir a deux faces», che si occupava drammaticamente di chirurgia plastica, mentre questo è uno di quei film dove tutti commentano l'età altrui. Ma Puccini ci salverà: se ce l'hai in testa, è vero amore.
La Stampa ()
Lietta Tornabuoni

Il solito scherzo di Barbra Streisand si ripete in "L'amore ha due facce", terzo film diretto dall'attrice dopo "Yentl" e "Il principe delle maree": nella prima parte lei risulta bruttino-squallida, un'intellettuale occhialuta, spettinata, struccata, con i calzini di lana e le pantofole, mal vestita, non amata, tutte le sere a casa; nella seconda parte subisce una mutazione fisica, pelle abbronzata, bei capelli, scollature, make up perfetto, e se bella non è almeno si presenta come bruttino-glamour. Da quanto tempo Barbra Streisand ci intrattiene con la sua paura d'essere brutta? Eppure ha cinquantacinque anni: ormai dovrebbe essersene fatta una ragione. La commedia ha un'idea divertente, presa dal vecchio film francese di André Cayatte di cui è il rifacimento: due professori universitari, lui bonaccione timido e frigido, lei sola e timorosa di restarlo, si uniscono in un matrimonio bianco, un legame d'amicizia e complicità che esclude il sesso; l'intesa platonica pare funzionare, lui è contento ma lei comincia a invidiare le coppie che si baciano per strada e sente crescere il desiderio; si separano per un poco, durante un'assenza del marito lei si trasforma fisicamente, al ritorno lui rimane a bocca aperta, finalmente la parte amorosa e quella amichevole del matrimonio si ricompongono. Ci si diverte davvero soltanto quando compare Lauren Bacall, che è la madre elegante, sprezzante, malvagia e sardonica di Barbra Streisand, candidata all'Oscar per questo personaggio di non protagonista. Per il resto, il film ha i classici difetti dell'One Woman Show (stavolta Barbra Streisand è coproduttrice, regista, protagonista, supervisore alla musica, autrice e interprete delle due canzoni principali): molti primi piani della star, suoi pezzi di bravura che durano minuti e minuti, lunghi dialoghi tra lei (campo) e lui (controcampo) seduti a un tavolino, una certa egocentrica claustrofobia, niente stile. E una quantità di velatini sull'obiettivo, per ammorbidire la luce e sfumare i segni del tempo, che è persino maggiore di quella abitualmente usata da Berlusconi.
la Repubblica ()
Roberto Nepoti

Avrà ragione Borges quando dice che le storie sono quattro e, per tutto il tempo che ci rimane, continueremo a raccontare sempre quelle? E' senz'altro vero se si parla di commedia sentimentale: quando non parafrasa la favola di Cenerentola, ci propone qualche variante del brutto anatroccolo che si trasforma in un bel cigno. Il soggetto dell'"Amore ha due facce", che Barbra Streisand ha prodotto, diretto e interpretato (eseguendovi anche un duetto musicale in coppia con Bryan Adams), parte da un paradosso abbastanza stuzzicante. Gregory (Jeff Bridges), professore di matematica deluso dalle relazioni basate su sesso e sentimenti, cerca una donna con cui vivere un rapporto puramente intellettuale. Gli si presenta come soggetto ideale Rose, una matura insegnante di letteratura che vive con mamma e lo attrae in molti sensi, salvo che in quello fisico. Ecco l'uovo di Colombo, pensa l'ingenuo: il matrimonio durerà per sempre a patto che tra loro vengano banditi i rapporti sessuali. Ma il calcolo si rivela fragile quando la signora comincia a cambiare sotto i suoi occhi, trasformandosi dall'anatroccolo di cui sopra in una seducente «sophisticated lady». "L'amore ha due facce" è una commedia old-style, dove all'idea di partenza fanno seguito situazioni prevedibili e una messa in scena molto ligia alle eterne regole hollywoodiane. Le sue virtù stanno principalmente nel cast che allinea, accanto a Barbra e a Bridges, il fascinoso Pierce «007» Brosnan, una Mimi Rogers insolitamente in forma e soprattutto Lauren Bacall (per questa parte ha vinto il Golden Globe come migliore attrice non protagonista), la quale sembra acquistare più senso dell'umorismo a ogni candelina che si aggiunge alla sua torta di compleanno. Però la Streisand ha mancato una grossa occasione, suggerita a sprazzi dal film (guardatela quando si intenerisce sulla propria fanciullezza) prima di ricadere nelle convenzioni dell'intreccio sentimentale. Non ha voluto scavare a fondo nel personaggio della protagonista, nei suoi rapporti con la madre castratrice e nella sua personalità di vecchia fanciulla in fiore. Se avesse insistito di più su questa chiave, irrorandola di quel corrosivo umorismo ebraico (stiamo pensando all'episodio di Woody Allen in "New York Stories") che personalmente non le manca di certo, avrebbe fatto dell'"Amore a due facce" un film decisamente migliore.
l'Unità ()
Michele Anselmi

Sarà proprio vero che «quando siamo innamorati sentiamo Puccini»? Di sicuro, grazie a un giradischi che diffonde l'aria «Nessun dorma» dalla Turandot, lo sentono Jeff Bridges e Barbra Streisand nell'ultima scena del film. Sembrava che il loro fosse un amore ridicolo, e invece alla fine tutto si rimette a posto. L'amore ha due facce è il remake di un non memorabile film di André Cayatte, Lo specchio a due facce (1958). Ma è chiaro che Barbra Streisand, alla sua terza regia dopo Yentl e Il principe delle maree, s'è cucita addosso il personaggio prinicipale, che ora si chiama Rose Morgan, insegna «letteratura romantica» alla Columbia University e non piace agli uomini. Certo è bruttina, e la sorella sexy Mimi Rogers nonché la madre protettiva Lauren Bacall non l'aiutano a migliorare il rapporto con l'altro sesso. Finché l'infelice non finisce nel mirino del professore di matematica Jeff Bridges, alla ricerca - dopo varie avventure di natura erotica che l'hanno destabilizzato - di una partner rassicurante, colta, possibilmente stagionata, con la quale arrivare ad un rapporto matrimoniale non «inquinato» dal sesso. Lo spunto paradossale è naturalmente un pretesto per impaginare una commedia sofisticata sui temi della bellezza e dell'ardore sessuale, che sarebbero effimeri, transeunti, e quindi, da un certo punto di vista, fuorvianti. Ma come si fa a vivere senza? E infatti il rapporto tra l'ex casanova pasticcione e la zitella intelligente non può durare, specialmente dopo che lei, buttati dalla finestra merendine e maglioni larghi, si trasforma in una sventolona capace di far girare la testa anche all'impomatato marito della sorella. Scommettiamo che a quel punto il matematico s'accorgerà dell'errore fatto, mandando in soffitta le sue teorie sull'amore platonico e presentandosi all'alba sotto le finestre di Rose? Animato dai brillanti dialoghi di Richard LaGravanese (La leggenda del Re Pescatore, I ponti di Madison County), il film ripropone all'ennesima potenza il personaggio della cenerentola spiritosa che custodisce la più preziosa delle bellezze. Un cavallo di battaglia di Barbra Streisand sin dai tempi di Come eravamo: anche se per l'occasione l'attrice 55enne pigia sul pedale della goffaggine fisica per poi risultare più desiderabile al momento della trasformazione. L'effetto-calza garantito dal direttore della fotografia Andrzej Bartkowiak (chiamato a sostituire il nostro Dante Spinotti dopo una serie di litigi con la diva) fa il resto. Battute carine. Rose che risponde alla madre ossessiva fissata con la permanente: «L'ultima volta sembravo Shirley Temple fatta di crack!». Oppure la sorella vamp che confessa: «L'unica cosa che mi ha insegnato mamma del sabato è che Bloomingdale è meno affollato». O ancora l'incredibile genitrice che teorizza: «Cara mia, tutti i celibi sudano, altrimenti esplodono». Non a caso, è il triangolo mamma-sorelle la cosa più riuscita del film, grazie anche alla toccante autoironia che Lauren Bacall (premiata con il Golden Globe) mette nell'incarnare la vegliarda terrorizzata dall'incedere del tempo. Mentre lo spiritoso George Segal si diverte a cesellare il ruolo del prof. di psicologia attratto dalle studentesse. Rassicurante nel messaggio finale, L'amore ha due facce si interroga alla maniera hollywoodiana sun un classico tema da Costanzo Show, ironizzando sulle teorie strampalate di certi uomini e sulla rassegnazione pavida di certe donne. Alla fine amore e sesso si ridanno la mano, come dovrebbe accadere nella vita.
Sette ()
Paolo Mereghetti

Probabilmente il vero cruccio di Barbra Streisand è quello di non essere vissuta ai tempi d'oro di Hollywood e dei suoi studios. Lo aveva dimostrato ampiamente con Il principe delle maree, lo riconferma adesso: il suo ideale è il melodramma anni Quaranta, con il suo rifiuto del realismo, l'uso delle luci in chiave antinaturalistica, la psicoanalisi come (elementare) viatico per spiegare i comporamenti umani, il primo piano come scelta espressiva. Peccato solo che non abbia il coraggio di portare fino in fondo i suoi «sogni» e per raccontare la storia della sorella bruttina che l'amore farà sbocciare in tutta la sua bellezza mette da parte il paradigma hollywoodiano (lo straordinario Perdutamente tua, a cui pure regala una fuggevole citazione) e opta per il più tristo Cayatte dello Specchio a due facce, che però stravolge con battute e tempi da commedia. Col risultato di rendere particolarmente zuccherosa (e prevedibile) una storia d'amore che avrebbe potuto coinvolgere ben diversamente.
Ciak ()
Massimo Lastrucci

Detestata da Hollywood, Barbra meriterebbe, solo per questo, una difesa a oltranza. Inoltre, ha diretto almeno un buon film (Yentl) e ha saputo dimostrarsi perfino ottima attrice drammatica (Pazza). Nessuno dei suoi meriti (donna manager coraggiosa, figlia intelligente della cultura ebraico-americana) traspare in questo film irritante e furbetto, che volge in commedia sentimentale un mediocre melodramma di Cayatte. Partendo da premesse brillanti e femministe (vale di più l'essere dell'apparire), la Streisand approda invece a un narcisismo fastidioso, compiacendosi oltre misura della sua trasformazione posticcia in bellona piena di sex-appeal e perdendo per strada l'ironia, sostituita da banalità sentimentali. Se i duetti «pucciniani» Barbra Streisand-Jeff Bridges sono stucchevoli, l'attrice-regista ha dimenticato che era assai più sexy e simpatica quando faceva la «vera» brutta in Ma papà ti manda sola?.
Film TV ()
Stefano Della Casa

A Hollywood sembra ormai prassi abituale adattare per lo schermo i vecchi successi del cinema francese. Come in un lontano film di André Cayatte, infatti, due professori universitari decidono di convivere per sfuggire alla solitudine: lui infatti è timidissimo, lei ha il complesso di essere brutta. La loro relazione è decisamente platonica, ma a poco a poco nella donna si risveglia il desiderio. E quando lui ritorna a casa dopo un periodo di assenza quasi non riconosce la moglie letteralmente trasformata da cure di bellezza intensive e da un nuovo guardaroba. La commedia non ha molto di originale ed è ossessivamente centrata sull'attrice-regista, perennemente inquadrata con luminosità flou che ingentiliscono il volto non certo regolare, soprattutto nella seconda parte del film. Ormai alla terza regia la Streisand continua insomma a cercare solo in se stessa le risorse necessarie alla riuscita del film. Ma i suoi duetti con la madre Lauren Bacall, tanto elegante quanto cinica, sono decisamente di buon livello e giustificano la candidatura all'Oscar per l'attrice che fu compagna di Bogart. Nel film c'è anche Pierce Brosnan, che cerca disperatamente di diversificare i propri ruoli.
Cahiers du cinéma ()
Cédric Anger

Per riassumere volgarmente la trama di "L'amore ha due facce", si può dire che la coppia Rose Morgan (Barbra Streisand) e Gregory Larkin (Jeff Bridges) è un po' «quando vuoi, amore mio», contro «non stasera, ho il mal di testa». Da un lato un'insegnante frustrata e complessata, dall'altro un professore di matematica stufo delle relazioni fisiche, in cerca di una storia d'amore platonica. Nonostante la sua grande integrità morale, Rose vive sempre peggio la sua relazione meramente intellettuale con Gregory. Allora fa di tutto per sedurre il marito, si veste sexy, moltiplica gli inviti espliciti, non si risparmia nell'esibire le sue grazie. Tutto il climax del film viene da questa conturbante domanda: Gregory si risolverà finalmente a sottrarre qualche ora al sonno per soddisfare la sua compagna? Di questo tema vecchio come la commedia americana, cioé il tipo intellettuale e asessuato (spesso intepretato da Cary Grant) alle prese con una scocciatrice (tipo Katharine Hepburn), Barbra Streisand ha mantenuto soltanto l'aspetto sentimentale e ha tolto la crudeltà. Si immagina facilmente quello che Hawks o Cukor avrebbero fatto con tale argomento. L'errore di Barbra Streisand è di far cadere ogni situazione nello psicologico, quando la forza della commedia americana, mero cinema di comportamento, è essenzialmente "fisica". La sua cinepresa perde tempo a segnalare la minima emozione, il più piccolo sentimento, laddove avrebbe dovuto concentrarsi sulla dinamica del confronto tra due energie (sensuale-intellettuale). Accademico e piuttosto boy-scout nella sua critica dell'amore sofisticato, il film prende solo in considerazione, nella relazione tra queste due entità diverse, le piccole furbizie e i tentativi di addomesticamento reciproco. Non basta per sedurci. Pour résumer vulgairement l'intrigue de "The mirror has two faces", on dira que le couple formé par Rose Morgan (Barbra Streisand) et Gregory Larkin (Jeff Bridges) c'est un peu «quand tu veux mon amour» contre «pas ce soir j'ai la migraigne». D'un côté une enseignante frustrée et complexée, de l'autre un professeur de mathématiques lassé des relations physiques, à la recherche d'un amour platonique. Malgré sa grande intégrité morale, Rose vit de plus en plus mal sa relation purement intellectuelle avec Gregory. Elle fait alors tout pour séduire son mari, s'habille sexy, multiplie les appels du pied et déploie l'éventail de ses charmes. Tout le climax du film tient dans cette troublante question : Gregory se décidera-t-il enfin à prendre un peu de temps sur ses heures de sommeil pour satisfaire sa compagne ? De cet argument vieux comme la comédie américaine, le garçon intellectuel et asexué (souvent interprété par Cary Grant) aux prises avec une enquiquineuse (tendance Katharine Hepburn), Barbra Streisand n'a gardé que l'aspect sentimental e retiré la cruauaté. On immagine aisément ce qu'auraient fait Hawks ou Cukor d'un tel sujet. L'erreur de Streisand est de fair tomber toute situation dans le psychologique alors que la force de la comédie américaine, pur cinéma de comportement, est essentiellement «physique». Sa caméra perd son temps à signaler la moindre émotion, le plus infime sentiment, là où elle aurait dû se concentrer sur la dynamique de l'opposition entre deux énergies (sensuelle-intellectuelle). Académique et plutôt boy-scout dans sa critique da l'amour sophistiqué, le film ne retient de la relation entre ces deux corps différents que le petites astuces et tentatives d'apprivoisement de l'un par l'autre. Pas suffisant pour nous séduire.