Oliver Twist
il Giornale (10/21/2005)
Maurizio Cabona

Potenza della globalizzazione. Prodotto francese, girato a Praga, recitato in inglese da inglesi, ambientato a Londra, diretto da un polacco nato a Parigi e condannato - per violenza a una minore - a Los Angeles: questo è l'Oliver Twist di Roman Polanski, storia di sevizie a minorenni tratta dal romanzo di Charles Dickens. Sottile ironia, allora, aver scelto Polanski? Non bisogna mai credere i produttori troppo fini. Però Alain Sarde lo è abbastanza da lasciar intendere che la scelta sia derivata dalle sofferenze subìte da Polanski nel ghetto di Varsavia! Comunque chi è stato sia vittima sia carnefice, conosce i due lati della questione. La scelta è stata dunque giusta e questo Oliver Twist è uno dei più belli passati o sul grande o sul piccolo schermo. Risultato di una ampia e bella coralità, di una ricostruzione d'ambiente credibilissima. E questo è merito di Polanski. Il resto lo fanno il soggetto di Dickens e la sceneggiatura di Ronald Harwood, britannico, anche lui premiato con l'Oscar per Il pianista proprio di Polanski, ma più bravo ancora quando rappresentò la persecuzione di Wilhelm Furtwängler in A torto o a ragione di Szabo. La vicenda è nota. Il piccolo Oliver (Barney Clark), orfano, passa da un cupo orfanotrofio a varie forme di sfruttamento, in un Inghilterra che ha sconfitto Napoleone e assapora l'egemonia mondiale come l'assaporano oggi gli Stati Uniti, scoprendo cioè che essere più forti degli altri popoli non significa vivere meglio degli altri popoli. Il piccolo Oliver è l'equivalente maschile, meno furbo e fortunato, della coeva Becky Sharp della thackeriana Fiera delle vanità, anch'essa da poco tornata sullo schermo grazie a Mira Nair: se però Becky si arrampicherà rapidamente di salotto in salotto, Oliver stenterà a lungo di scantinato in scantinato, di umiliazione in umiliazione. L'area del London Bridge è evocata nel film abbastanza bene da dare il meglio che possa dare un film: l'illusione della realtà. La recitazione è invece sopra le righe, pensata com'è per un pubblico infantile al quale l'orco va delineato con certezza. Magari i cattivi fossero sempre così nettamente connotati...
Corriere della Sera (10/21/2005)
Tullio Kezich

Quando arriva un film come Oliver Twist di Roman Polanski, onusto di quasi due secoli di storia dal giorno del 1837 in cui Charles Dickens cominciò a pubblicare le puntate del romanzo, il critico cinematografico avrebbe l'obbligo di prepararsi. Rileggere il libro, ripercorrerne le fortune, scoprire i motivi per cui la vicenda finì quasi subito sulla scena; e magari rivedere qualcuno dei numerosi film (una ventina?) che ne sono stati tratti. Mancando il tempo di fare tutto ciò, un precedente che non si può ignorare resta comunque Le avventure di Oliver Twist di David Lean, oggi considerato un classico anche se nel 1948 passò alla Mostra di Venezia senza premi (ma ebbe poi cinque nominations all'Oscar). Sconsigliato di fare un altro Dickens avendo appena avuto successo con Grandi speranze (Noel Coward gli raccomandò: «Non si esce due volte dallo stesso buco»), e in controtendenza con il neorealismo di moda, Lean diede vita a un bianco e nero prossimo al linguaggio del muto, procedendo per forti sintesi visive di tipo espressionista. Uno dei punti di forza fu la promozione di un attore di teatro, Alec Guinness, alla parte di Fagin, il losco gestore della scuola dei ladri sotto le cui grinfie finisce l'orfanello Oliver. Per inciso, Fagin è sempre stato il ruolo chiave delle messinscene del romanzo e fu un cavallo di battaglia del celebre Herbert Beerbohm Tree. Dalla biografia «David Lean» di Kewin Bronlow si apprende fra altre cose che il regista fu a lungo incerto sulla scena iniziale, finché la sua seconda moglie Kay Walsh (interprete della donna che si fa uccidere per salvare il piccolo Oliver) gli regalò una paginetta in cui descriveva nel mezzo di una tempesta in campagna la povera donna al culmine della gravidanza che si trascina al cancello di un ricovero. Ne derivò la magistrale sequenza che molti ricordano. Per distinguersi fin da principio, Polanski ha evitato il confronto con Lean iniziando il film quando Oliver ha già otto o nove anni. A differenza del ragazzino scelto dal maestro inglese per l'accattivante fisionomia, il polacco ha voluto un giovanissimo professionista, Barney Clark, circondandolo di attori tutti eccellenti ai quali ha chiesto una recitazione che in omaggio alla costante ironia dickensiana ha la vivida efficacia del cartone animato. Il quadro dell'Inghilterra ottocentesca, evocato negli studi di Praga e dintorni, è esaltato in un racconto apparentemente più disteso, ma rinforzato da sapienti tagli e accelerazioni. In certi giudizi riduttivi apparsi all'estero, i consensi al lavoro di Polanski si limitano ai suoi meriti di illustratore, ma in realtà in questa pur fedele interpretazione del testo il regista si concede significativi omissis (le nobili origini di Oliver, un particolare datato) e regala a Ben Kingsley, degno di sfidare a distanza Guinness, uno splendido finale. Ovvero la visita che Oliver fa a Fagin alla vigilia della sua impiccagione. In tal modo il film evita il melenso lieto fine di maniera, lasciandoci con il protagonista che versa una lacrima sulla sorte di quello che è stato uno dei suoi persecutori sottintendendo che il modo giusto di guardare il prossimo non è quello di dividerlo fra buoni e cattivi. E' noto che Polanski ha girato Oliver Twist sulle personali memorie delle sue infantili sofferenze come piccolo ebreo errante nella Polonia occupata dai nazisti; e ha immaginato come interlocutori i suoi figlioletti nel raccontare una vicenda emblematica di quella strage degli innocenti che dall'era vittoriana prosegue fino ai nostri giorni come vediamo ogni sera alla tv. Il risultato è l'opera di un grande regista destinata a durare almeno quanto il film di David Lean nell'ideale collana del cinema dickensiano .
La Stampa (10/21/2005)
Lietta Tornabuoni

Per i bambini sventurati come «Oliver Twist» di Roman Polanski, tratto dal classico di tenace successo mondiale pubblicato a puntate nel 1837-'38 da Charles Dickens sulla rivista mensile «Bentley's Miscellany», il tempo sembra non essere passato: l'Ottocento non è peggiore del Duemila. La storia dell'orfano di nove anni vittima affamata di maltrattamenti in casa-lavoro, fuggito a Londra e caduto nelle mani del viscido Fagin organizzatore d'una banda di bambini-scippatori, mescolato a ladri e crimini sino al lieto fine (viene adottato da un vecchio signore), non è più straziante di tante storie attuali di bambini morti in Iraq, bambini di strada nell'America Latina, bambini-soldati in Africa, bambini-lavoratori, bambini morenti d'inedia, di epidemie, di mutilazioni, d'abbandono. La triste vicenda di Oliver Twist è tuttavia una tra le più struggenti della letteratura ottocentesca. Roman Polanski, 72 anni, porta sullo schermo il gran romanzo non filologicamente (sarebbe stato impossibile, tanto la materia è ricca di sottotrame, di personaggi minori e di parentesi a sorpresa resi necessari dalla pubblicazione a puntate), ma con sostanziale fedeltà e con realismo emotivo. La fame è onnipresente. I piedi nudi non sono rari. È bellissima la ricostruzione di Londra al tempo del primo industrialismo: vie-cloaca percorse dai topi, il traffico ingombrante di carrozze, la folla di gente, di risse stradali, di commerci e ladri, le catapecchie senza luce, la mescolanza di benestanti e accattoni, la vita in pubblico. È benissimo scelto il protagonista bambino, Barney Clark: non simpatico, con un viso angelico, i modi d'un aristocratico decaduto, gli occhi colmi di pathos lacrimoso. È un bel lavoro culturale aver riportato sullo schermo un classico ammirevole (le ultime versioni cinematografiche risalgono al 1968 e al 1982) e dare l'occasione di conoscerlo a molti, anche bambini (i figli piccoli di Polanski, Elvis e Morgane, appaiono nel film). Niente di originale, ma «Oliver Twist» è impeccabile, fatto benissimo. L'immagine più toccante, agli inizi, è quella di un capannone popolato da centinaia di bambini al lavoro: pare di vedere i piccoli cinesi sfruttati dell'Esquilino, a Roma, adesso.
FilmChips (10/21/2005)
Angelica Tosoni

Roman Polanski torna al grande schermo dopo il successo planetario de ¿Il pianista¿ con la trasposizione cinematografica del campione della letteratura mondiale ¿Oliver Twist¿ (1837) ed e' emozione allo stato puro. Non e' la prima volta che il romanzo di Charles Dickens viene ripreso dal cinema (si pensi a Oliver del 1968 e Oliver Twist del 1982), eppure il film di Polanski e' un autentico capolavoro. Curato nei minimi dettagli, ¿Oliver Twist¿ assume in se' la bellezza delle antiche stampe inglesi del xix secolo, non si ferma pero' al ritratto ambientale e si alimenta della vitalita' della galleria di personaggi indimenticabili creati da Dickens. L'affresco prende voce e corpo nei mille rivoli di volti, ghigni, sorrisi, sguardi e posture, e si dilata nelle strade di una Londra nebbiosa e caotica, nelle catapecchie fatte di stracci e nei sentieri di campagna. Il risultato e' magnifico. Centrotrenta minuti perfetti. Musiche (Rachel Portman), Scenografie (Allan Starski), Costumi (Anna Sheppard), Fotografia (Pawel Edelman), trucco (Didier Lavergne) e sceneggiatura (Ronald Harwood) si compenetrano e si amalgamano come di rado accade e la coerenza stilistica che ne deriva e' meravigliosa. Nessuna crepa, nessuna incrinatura, lo stile, quello dell'iconografia vittoriana, scaturisce senza fatica e si impone per un'unica e straordinaria qualita': la naturalezza. Si ha quasi la sensazione che Charles Dickens stesso sia dietro la macchina da presa e che gli incredibili personaggi generati dal suo genio e dalla sua penna siano balzati sul grande schermo. Polanski, dal canto suo si ritaglia il ruolo di ineccepibile maestro d'orchestra che tutto tiene nelle proprie mani, ma che evita l'autocompiacimento registico. Pericolo da cui spesso i grandi cineasti non riescono sottrarsi. Grande interpretazione quella di Ben Kingsley nelle vesti di Fagin, deliziosa la malinconia di Barney Clark che interpreta Oliver Twist e da tenere d'occhio Leanne Rowe (Nancy). Commozione ed ironia per un film che merita di essere visto per un'unica e incontrovertibile ragione: la bellezza.