Niente da nascondere
Corriere della Sera (10/14/2005)
Maurizio Porro

A Cannes questo ossessivo e magistrale thriller di Haneke il più perfido talento del cinema europeo, rischiò la Palma e vinse un meritatissimo premio alla regìa. E'l'incubo di una famiglia borghese-intellettuale che si vede arrivare a domicilio cassette sulla loro vita day by day. Paura. C'è da dipanare un mistero. Sarà possibile? Molte e inevase le domande sulla codardia radical chic francese, sul rimosso trauma algerino, sui conflitti generazionali, etc. Che ci sia Camus tra gli sceneggiatori occulti? Ma quella che è sconvolgente è la tenuta della tensione morale e materiale, l'inquadrare dubbi & memorie, rancori & rimorsi, ineffabili coppie di tormento. L'austriaco Haneke ne sa più di Freud e col cinema rovista dentro la psiche, un viaggio allucinante ma non solo metaforico, pieno di colpi di scena. Auteuil e la Binoche meritano qualunque premio. Attenzione al finale.
La Stampa (10/14/2005)
Lietta Tornabuoni

Michael Haneke, 62 anni, il regista austriaco di «Funny Games» e de «La pianista», è appassionato al senso di colpa, al mistero inspiegabile che tiene sospesa la vita, alla sorda presenza di una inalterabile barbarie umana anche là dove civiltà, cultura, eleganza la farebbero credere scomparsa. «Niente da nascondere», premiato per la miglior regia all'ultimo festival di Cannes, è uno dei suoi film più tipici. Daniel Auteuil, giornalista conduttore di una rubrica tv di libri, e sua moglie Juliette Binoche che lavora in una casa editrice, ricevono una videocassetta che riproduce la loro vita quotidiana: immagini banali, insignificanti, nulla d'interessante, però l'idea che qualcuno li segua e spii con una strana familiarità dà turbamento come una minaccia. Nei giorni seguenti ricevono disegni infantili rappresentanti una testa che vomita sangue. Ricevono altre cassette, sempre più intime. Tentano di condurre la vita abituale, ma lo spavento senza nome rende tutto difficile. Parlano con la polizia, che dice di non poter intervenire: non è stato commesso alcun crimine. Il loro figlio ragazzino scompare per lunghe ore, e quando torna non dà spiegazioni. Sono terrorizzati. Inseguono i sospetti anche più improbabili. Lo scioglimento del mistero sempre più opprimente risale al passato, comprende il rapporto con un algerino, coinvolge l'alleanza dei figli (quello del protagonista, quello dell'algerino che si è tagliato la gola) contro Auteil, evoca il razzismo coloniale e le grandi manifestazioni parigine del 1961 contro la guerra d'Algeria. Il film lento, abbreviato nell'edizione italiana, è di una grande bellezza ipnotica e insieme inquieta: persino le inquadrature che sembrano fisse e rappresentano magari soltanto la facciata di una casa, hanno una densità incantata ed enigmatica. Daniel Auteuil è magnifico, la Binoche e Annie Girardot hanno personaggi non troppo rilevanti di moglie e di madre.
il Manifesto (10/14/2005)
Roberto Silvestri

George (Daniel Auteil), odioso conduttore tv di un programma letterario, è perseguitato e impaurito da uno sconosciuto che gli recapita videotape misteriosi, con immagini sue, della famiglia, di casa, della moglie Anne (Juliette Binoche), redattrice editoriale, e del figlio Pierrot (Lester Makedonsky), 12 anni, nuotatore provetto ma un po' inquietante. Gli amici non l'aiutano, e nemmeno il capo struttura, mentre arrivano per posta raccapriccianti disegni e, una notte, sparisce Pierrot. Sembra il colmo della tragedia, ma è solo una marachella del piccolo. Però George scopre, con l'aiuto di mamma (Annie Girardot) la pista plausibile: è la vendetta postuma di un algerino, che non fu adottato, per colpa sua, dalla ricca famiglia. Perché, a 6 anni, George cacciò quel fratellastro dalla pelle scura, inventando che volesse assassinarlo, con l'accetta, come una gallina.... E la vera tragedia inizierà quando scopriremo, però, che il videomolestatore non è l'algerino, ma un altro che non sveliamo. Come se, in un giallo, l'assassino fosse il giudice... Travestito da nemesi storica o divina, Michael Haneke, cineasta austriaco in auto-esilio a Parigi, in Caché (Niente da nascondere), lavora sulla paura del presente, che attanaglia l'occidente fin dentro i focolari domestici, visto che la sua agiatezza continua a dipendere dalla rapina intensiva, e professionale, del globo intero. E, più specificamente, fabbrica l'etno-thriller sui sensi di colpa dei francesi rispetto alle passate e presenti atrocità coloniali e alla gestione affaristica del business «immigrazione». Prende dunque di petto la vita e le opere di un borghese senza anima né valori e lo tortura nei soliti modi, voyeuristici e paternalistici, sadici e brutali, opportunisti e moralisti, che fanno l'originalità del suo stile. Se la tv commerciale ci toglie l'anima - si chiede Haneke - quella pubblica non dovrebbe, come il mio film, smascherare il male assoluto?