Dear Wendy
il Giornale (9/23/2005)


In una società orwelliana, guerra è (missione di) pace. Lo è talmente da tempo che la metafora di Dear Wendy («Cara Wendy», nomignolo d'una pistola), diretto da Thomas Vinterberg e scritto da Lars von Trier, appare banale. Con Manderlay, von Trier ha mostrato come sa essere tuttora corrosivo; con Festen (1998), Vinterberg aveva mostrato di non scherzare nemmeno lui. Insieme però i due finiscono quasi con l'elidersi: nata col «Dogma», la loro collaborazione prosegue violandone ormai le consegne. Ricostruire una cittadina mineraria degli Appalacchi appena fuori Copenhagen non è «dogmatico»; né lo è opporre l'inglese Jamie Bell, piccolo ballerino di Billy Elliott, all'americano Bill Pullman, per i loro accenti diversi, almeno nella versione originale. Con la sua ostentata artificiosità, Dear Wendy rammenta più Fight Club che L'arma di Squitieri o Il giocattolo di Montaldo, film italiani sul fascino della pistola. E se Dear Wendy è esteticamente corretto e politicamente scorretto, troppo dettagliato è il formarsi della psicologia dei personaggi, perdenti decisi a vincere. Ma contro chi? E si giunge provati alla fine, prevedibile.
FilmChips (9/23/2005)
Angelica Tosoni

Torna alla macchina da presa, dopo il discutibile "Le forze del destino", Thomas Vinterberg. "Dear Wendy" è un piccolo grande film, scritto da Lars Von Trier. La genialità glaciale del regista danese, questa volta unicamente nei panni di sceneggiatore, si vede tutta ed è esaltante. Dick è un ragazzo che vive nella sperduta cittadina di Esterslope, nella provincia americana. Inadatto alla miniera che è fonte di reddito per il paese, conosce nel negozio in cui lavora il taciturno Stevie. I due scoprono accidentalmente di avere in comune la passione per le armi. Possedere una pistola trasforma i due ragazzi; sicuri di se stessi, imparano a non abbassare lo sguardo. La rivoltella diventa un’amica e quella di Dick è femmina, ha un nome: Wendy. Il "pacifismo armato" è all’origine della fondazione del club "The Dandies" in cui entrano altri ragazzi poco integrati. Principi base di tale "società segreta" sono: non usare le armi e non mostrarle al di fuori del "tempio", il luogo nascosto in cui i membri si riuniscono. Ogni componente di "The Dandies" si specializza in un modo di sparare, ognuno si identifica con una "compagna" (la propria arma). Le pistole hanno nomi di persona, si uniscono al loro possessore in un vincolo affettivo-sentimentale, ispirano poesie, letture e abiti, aiutano i membri del club a credere in se stessi. Nel club fa il suo ingresso Sebastian, un ragazzo che ha ucciso e le cose precipitano. Sebastian è l’anti-dandy per eccellenza, almeno fino al termine del film, nell’ultima sequenza è Sebastian a regalare a Dick il legame inscindibile con Wendy. Lars Lars Von Trier conferma di essere un torturatore implacabile di personaggi e spettatori. Analogamente a "Dogville" la sensazione è che il film sia una sorta di test. In "Dear Wendy" però non è la presenza di un regista demiurgo a mettere in atto l’esperimento. In questo caso, lo sperimentatore è un personaggio: Dick. Il protagonista (la cui voce fuori campo è quella - puta caso - di Lars Von Trier) lo afferma con chiarezza "The Dandies è un esperimento sociale". Tutto pare funzionare, tutto pare sotto il controllo di Dick, fino a quando qualcosa di imprevisto accade. La paura nell’America di oggiè il movente che conduce alla rovina. La sceneggiatura "teatrale" si abbina felicemente ad una regia realistica e il risultato è ottimo, davvero. Bravo Jamie Bell, nei panni di Dick. L’ex Billy Elliot ha cambiato pelle e al posto delle scarpette da ballo sceglie le pistole. Il titubante Dick dell’inizio del film si trasforma, grazie a Wendy, in un capo, ammirato e ammaliatore. Bella l’idea di trasfigurare l’arma in un oggetto sentimental-sessuale. Dick accarezza Wendy, ne ricerca il contatto fisico, prova gelosia ("tu eri la mia vita") e codifica una nuova lingua per lei (il verbo sparare viene bandito e sostituito da amare). Meravigliosa la sequenza in cui Dick, affidandosi completamente Wendy, riesce a colpire ad occhi chiusi il bersaglio. Come due amanti un ragazzo e una pistola si completano. Interessantissima è la modalità feticista tramite la quale i revolver, oggetti inanimati, si caricano affettivamente per ciascun membro del club. Ognuno trova la "sua" pistola, ognuno la incontra, ne resta affascinato, ognuno la possiede e non se ne separa. Quella pistola e solamente lei è insostituibile. L’ultima parte di"“Dear Wendy", prima dello splendido finale, è quella in cui la scrittura si illumina di una luce ironica a tratti quasi intollerabile. L’esperimento ha termine, la manipolazione è giunta a conclusione, le armi hanno seguito i loro istinto. Quello che resta è una canzone del gruppo "The Zombies", una lettera e una rosa rossa.
Corriere della Sera (9/23/2005)
Maurizio Porro

Quasi un western atipico e brechtiano: complici i profeti della scuola danese del Dogma, lo sceneggiatore Lars von Trier e l'autore Thomas Vintenberg (Festen). Raccontano l'attrazione fatale per le armi di un gruppo di ragazzi non violenti di un paese minerario americano. Pacifisti armati, fuoco amico: quando il più giovane di loro trova una colt (il sempre indifeso Jamie Bell di Billy Elliot), ecco l'idolatria e poi gli incidenti. Neutro nel tempo e nello spazio e fedele ai rigori grafico-didascalici del maestro (vedi Dogville) il film racconta la sensuale eccitazione nel manovrare un'arma, ma fuori da ogni polemica, dov'era invece Montaldo col Giocattolo: è un teorema cine-snob alla Lars, con un regista che ci mette un po' di emotività nel cercare la bellezza nel dettaglio perverso al di là dei parossismi realistici. Un film intelligente, freddo e di rottura, claustrofobico anche se girato all'aria aperta.
l'Unità (9/23/2005)
Dario Zonta

Thomas Vinterberg e Lars Von Trier sono «compagni di merende». Insieme pensano le loro «malefatte», cercando espedienti per rianimare artificialmente il corpo immobile del cinema contemporaneo. Qualche hanno fa scrissero il manifesto «Dogma 95» in cui fissarono rigide regole su come girare i film (nessuna voce-off, luci naturali, niente colonna sonora...). Presto si sono stufati, entrambi, di questa trovata posticcia e inutile. E hanno tradito il mandato, cercando altrove, nel cuore delle storie, modi nuovi per provocare il corpo morto del cinema. Dear Wendy, per la regia di Vinterberg e la sceneggiatura di Lars Von Trier, è il nuovo capitolo di questa vicenda. L'approccio che i due registi danesi hanno verso il cinema è simile: cercano di provocare, giocando sugli opposti. In Dear Wendy raccontano la storia di un gruppo di giovani pacifisti di una città mineraria dell'America sudorientale che nutrono un fascino inatteso verso le armi. Ecco che gli opposti iniziano a dialogare: armi e pacifismo. I giovani ragazzi mettono su un club esclusivo, «The Dandies», si danno (ancora una volta) delle regole (come «non tirare fuori mai l'arma») e fanno esperienza del limite delle regole. Questo delle regole e del limite, ovvero la sfida, è un'ossessione di Lars Von Trier. Il film ha un aspetto di sciatto realismo, ma è invece molto elaborato. Insidiosa è la premessa ideologica che lo fonda. Se si pensa all'atteggiamento che gli Stati uniti hanno, ad esempio, nei confronti della guerra in Iraq, si può leggere il film come un'accusa a chi prospetta la pace con le armi. Certo, pace e pacifismo sono due cose diverse. E bisognerebbe fare più chiarezza. Cosa che i nostri due non fanno, confondendo le acque. Portare la pace e la democrazia con le armi non vuol dire essere «pacifisti con le armi». Dear Wendy rimesta un po' nel fango, con finto antiglamour realistico.
Film TV (10/4/2005)
Mauro Gervasini

Non sono le armi a essere pericolose, ma gli uomini. L'affermazione si può leggere in due modi: o come efficace slogan della National Rifle Association, la lobby delle armi Usa, oppure come verità assoluta. Un pezzo di metallo che spara è pur sempre "solo" un pezzo di metallo. Siccome il paradosso è il suo pane quotidiano, Lars von Trier ha scritto Dear Wendy per raccontare il fascino che scaturisce da quel metallo. Lui stesso, pur non avendo mai posseduto un revolver, ha dichiarato di essere attratto dall'oggetto. Così Wendy, piccola pistola acquistata dal giovane Jamie Bell per un regalo, ma poi gelosamente trattenuta manco fosse l'Anello di Tolkien, diventa la protagonista del film, destinataria di una lettera-memoriale che la voce fuori campo del ragazzo detta sequenza dopo sequenza. Siamo negli Stati Uniti immaginari del cineasta danese, e anche se dietro la macchina da presa c'è il suo compare Thomas Vinterberg, è chiaro come Dear Wendy si possa considerare un'appendice alla trilogia sull'America iniziata con Dogville e proseguita con Manderlay. Già, perché l'apologo morale a questo è rivolto, a svelare ancora una volta come i miti fondativi degli States siano violenti e ipocriti. Programmatico e provocatorio come sempre Lars. Chi lo ama lo amerà, chi lo odia lo odierà.