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| La passione di Giosuè l'ebreo |
| La Stampa (9/9/2005) Alessandra Levantesi Dalla scorsa edizione la Mostra ospita una rassegna parallela, «Giornate degli autori», che sul modello della Quinzaine des Realisateurs di Cannes è finanziata e organizzata autonomamente dalle associazioni dei cineasti Anac e Api. Salvo che mentre la manifestazione francese era sorta sull'onda d'urto sessantottina in contrapposizione dura con il festival ufficiale, qui è stato il direttore stesso di Venezia, Marco Muller, (forse per farsi perdonare a sinistra di essere stato nominato da un governo di destra?) a offrire spazio all'iniziativa indipendente. La quale, guidata da Giorgio Gosetti sotto gli auspici di Citto Maselli e Emidio Greco, quest'anno si è rafforzata come immagine e nell'interesse del pubblico. Non al punto da costituire ancora una spina nel fianco, ma certo insidiosa, in quanto alternativa a un programma concorso a torto o a ragione accusato di aver operato scelte troppo istituzionali. In questo contesto, si situa bene «La passione di Giosuè l'ebreo» di Pasquale Scimeca, in uscita oggi nelle sale, un film che per la particolare ottica religiosa potrebbe scatenare più di una polemica. Si parte nella Spagna del 1493, dove i re cattolici Fernando e Isabella hanno decretato la cacciata degli ebrei. Fra gli esiliati c'è Giosuè (Leonardo Cesare Abude), che l'autorevole rabbino Abravanel (Toni Bertorelli) ha preconizzato alla nascita essere il messia tanto atteso, ovvero colui che condurrà il suo popolo perseguitato alla Terra Promessa. Pur versatissimo nello studio delle sacre scritture, Giosuè è un giovane candido, ignaro delle aspettative divine sulla sua persona, ma il suo destino si compie inesorabilmente quando con la madre Anna (Anna Bonaiuto) e la sorella Sara è costretto a trasferirsi da Napoli, prima tappa della sua fuga, in Sicilia dove si unisce a una piccola comunità di ebrei convertiti. Là succede infatti che, vincendo con la sua grande dottrina una gara su temi religiosi, il ragazzo venga prescelto a impersonare Cristo in una sacra rappresentazione della Passione. Come Gesù Giosuè (è lo stesso nome, da Yahoshua) si mette a predicare il verbo dell'amore, come Gesù è ebreo, come Gesù verrà crocifisso, ma stavolta a decidere la sua morte saranno i farisei cattolici, in un ribaltamento del gioco della parti che ad alcuni apparirà blasfemo. Ma l'intento di Scimeca è solo quello di ribadire che «il Potere non sopporta la Verità, né tantomeno chi la professa»; e di ricordare la comune matrice delle tre grandi religioni monoteiste mediterranee. Questo il film lo racconta in modo vivido nella messa in scena vera e propria della Passione di Giosuè, svolta con bella forza icastica (l'incisiva fotografia è di Pasquale Mari), in una chiave ingenua e straniata di teatro e arcaico che prende ispirazione dalle sacre rappresentazioni medioevali e dalla pittura quattrocentesca italiana. Purtroppo prima di approdare a questo suggestivo finale, il film imbastisce un filo narrativo laborioso e molto meno convincente. E, se la brava Bonaiuto, Bertorelli, il soldato Jahanni di Marcello Mozzarella e l'inquisitore Vincenzo Albanese sono all'altezza, il neo messia ha un'espressività (voluta?) da teatro dei pupi. |
| Corriere della Sera (9/9/2005) Maurizio Porro Pasquale Scimeca, alla ricerca delle sue origini, racconta nel suo sincero film l'altra passione di un altro Cristo. Lo spunto della cacciata degli ebrei dalla Spagna alla Sicilia, colpa della regina Isabella, serve al regista per la spettacolarità del racconto che diventa poi nell'ultima parte un'altra Passione. Quella del giovane Giosuè che in una sacra rappresentazione viene davvero immolato. Un film onesto, che nasce per il regista dal profondo e dalla voglia di denunciare un antigiudaismo che sta alla base delle mostruosità antisemite venute dopo. Un racconto che va al ritmo delle sensazioni interiori e che si avvale di un buon cast, da Bertorelli alla Bonaiuto, ma la scoperta è Leonardo Cesare Abude, un giovane non attore brasiliano che sta a Milano e che regala a questo Gesù per caso interiorità e sensibilità. |
| Film TV (9/14/2005) Emanuela Martini Diviso abbastanza nettamente in due parti, La passione di Giosuè l'ebreo di Pasquale Scimeca racconta in chiave antica una storia di intolleranza contemporanea: la riaffermazione di valori religiosi "unici", il rifiuto del confronto e della convivenza con l'altro. Nel 1492 la regina Isabella espelle dalla Spagna, che vuole cattolica, gli ebrei e musulmani. L'odio antigiudaico attraversa tutta l'Europa e il giovane Giosuè con la sua famiglia si rifugia a Napoli e poi in Sicilia, dove vive in un villaggio di ebrei costretti a convenirsi al cattolicesimo e dove la sua erudizione e la sua tensione mistica lo conducono all'inevitabile sacrificio. Un film austero, "pittorico", intenso ma non particolarmente originale (lungo la scia che va da Pasolini a Benvenuti), La passione di Giosuè l'ebreo si scalda nell'ultima parte, quando Scimeca approda nella sua terra (la Sicilia) e si abbandona al rito della Casazza (in cui un giovane viene scelto per interpretare Cristo nella Passione rimessa in scena annualmente) che annebbia la ragione e rende credibile l'inganno, e arriva a una fisicità più istintiva e al flusso quasi ipnotico dell'esaltazione collettiva. |
| il Manifesto (9/23/2005) Roberto Silvestri Successo anche al festival di Toronto di La passione di Giosuè l'ebreo, presentato in prima mondiale alla Mostra di Venezia dalle Giornate degli autori, e diretto da Pasquale Scimeca, al settimo film. Una intelligente e colta decostruzione della Passione, visualmente primitiva quanto quella di Mel Gibson, ma più nello spirito dimenticato di Papa Roncalli. Nel 1492, vittima delle persecuzioni cattoliche contro gli ebrei, Giosuè, brillante frutto delle scuole rabbiniche, considerato dai più estremi cabalisti il Messia che condurrà il popolo di Israele alla terra promessa, deve abbandonare la Spagna per non abiurare. E intraprende «il cammino della speranza», che attraverso monti nevosi e mari in tempesta, lo conduce, povero immigrato errante, a Napoli e poi, fuggendo la peste, in Sicilia, tra carbonai ebrei che simulano la conversione. Ad Hassin, però, durante le festività del venerdì di Pasqua, tra sacre rappresentazioni e profane anticipazioni di quiz tv, la Casazza, la sua cultura biblica sovrumana e una predicazione trascinante, subumana e pericolosa per i potenti (perché fonde Nuovo e Antico testamento in un progetto teologicamente rivoluzionario) costringe l'Inquisizione alla più sadica delle vendette. Torturato, morirà in croce come il suo omonimo, ornando gli occhi sbarrati e disperati di sua madre (Anna Bonaiuto) «falsa Madonna», di ombre concave, da autentico Masaccio. L'immersione nei rapporti antichi, intrecciati, e oggi gelidi, fra due delle tre «religioni abramitiche», che convissero per secoli senza problemi né pogrom nella civiltà maghrebina, mentre l'occidente cristiano, tra shoa, Lepanto e guerra di civiltà, ha sempre congegnato soluzioni finali contro i cugini, è sincera, appassionante e quasi equidistante, nonostante le tante licenze musical-poetiche. Da qualche sfumatura di dialogo con i musulmani, licenza di ricezione, intuisco che dunque il Messia atteso per il 1492 o giù di lì, impersonato non a caso dal brasiliano Leonardo Cesare Abude, abbia a che fare con la scoperta (messianica?) dell'America. E con l'invenzione strategica e geopolitica, più che religiosa, dello stato di Israele e della cacciata dei palestinesi dalle loro case e terre, voluta dai seguaci, sempre cristianissimi, della perfida regina Isabella. |