Cinderella man - Una ragione per lottare
il Manifesto (9/6/2005)
Mariuccia Ciotta

Era nato nel 1905 a Hell's Kitchen e destinato a rimanere nell'inferno del quartiere di Manhattan che corre lungo il fiume Hudson, «l'area più pericolosa del continente americano», Jim Braddock invece diventò un eroe del New Deal, un Davide contro i Golia della Depressione né più né meno come Mickey Mouse, il piccolo topo contro i giganti. Ron Howard ha dedicato al campione di pugilato dimenticato il suo Cinderella Man (fuori concorso), soprannome di Braddock, che contro tutti i pronostici vinse il titolo mondiale dei pesi massimi battendo il 13 giugno 1935 il campione dei quartieri alti, il bel dongiovanni vanitoso Max Baer. Ma non si montò mai la testa. «Jim Braddock era tra i pochissimi a non essersi lasciato guastare dal successo... L'unica parte di lui che si era gonfiata era la sua naturale generosità» scrisse il giornalista Trevor Wignall (la citazione è tratta dal libro edito da Fandango, Cinderella Man di Michael C. DeLisa). I cronisti sportivi hanno fatto la loro parte nel creare la leggenda del boxeur povero e con la mano rotta che passò «dal sussidio al trono». Si direbbe la solita storia di riscatto, di intraprendenza e ottimismo americano, la solita storia del «sogno» e del premio che arriva agli individui più coraggiosi in termini di gloria e di denaro. E invece no. Motivo probabile del flop commerciale di Cinderella Man nell'America bushiana. Chi si ricorda di Franklin Delano Roosevelt? A parte George Clooney. In questi giorni di New Orleans tornano le accuse di anti-americanismo a chi racconta e denuncia lo stato di povertà di una città a maggioranza afro e di molta parte del paese. Le stesse accuse piombarono sullo sfidante alla Casa Bianca durante la campagna elettorale quando il presidente Herbert Hoover, repubblicano, liberista, responsabile del crollo del `29, dichiarò: «Questo confronto è più di una semplice polemica tra due uomini. È più di un conflitto tra due partiti. È un conflitto tra due sistemi di governo in competizione». Dopo Roosevelt - l'un-american - e dopo la caccia alle streghe, il conflitto fu messo a tacere e l'America esportò un'unica forma di sé, diventò un «luogo comune». L'«individualismo americano» coniato da Hoover è ancora l'unica chiave di lettura per dire di Jim Braddock e di gente come lui che, al contrario, capovolse la dottrina dell'uomo che si fa da sé. La società affidata al mercato e al più forte di Hoover diventò per un momento, durante l'amministrazione Roosevelt, il paese di uno stato attivo e pronto a farsi carico dei poveri. Questo racconta Ron Howard nel suo film sulla Depressione, passato alle cronache cinematografiche come l'ennesimo pamphlet patriottico del regista di Apollo 13, A Beatiful Mind, Cocoon... Il film è immerso nelle ombre della grande crisi, rintanato nel sottoscala della famiglia Braddock, moglie amorosa (Renée Zellweger) e tre figli, affidata ai 6,40 dollari a settimana del sussidio statale come altri 600.000 cittadini del New Jersey. Jim (Russell Crowe), dopo le prime vittorie sul ring, si frattura una mano e cade in disgrazia, si offre ogni mattina davanti ai cancelli di un cantiere navale insieme a centinaia di disoccupati, caporalato e paga minima. Molti stanno peggio di lui e vivono in agglomerati di baracche a Central Park, chiamati ironicamente Hooverville, sotto tiro della polizia che spara sulle «teste calde». Jim Braddock è uno dei tanti, condivide con gli altri la miseria e la lotta, e si fa i muscoli scaricando sacchi di cemento. Quando tornò sul ring «era ormai chiaro che non si trattava di un individuo che lavorava da solo. Apparteneva a una famiglia, la sua, alla sua professione e alla famiglia americana. Fu così che un Paese prese a interessarsi alla vita di un pugile professionista» (Michael C. DeLisa). Se il piccolo ce la fa, ce la fanno tutti. E così folle immense seguirono i match di Braddock fino al trionfo del Madison Square Garden contro l'imbattibile «bestia» del ring, quel Max Baer responsabile della morte di due avversari, fulminati da un pugno alla testa con conseguente distacco del cervello. La rinascita del pugile, considerato mediocre e ormai vecchio, era cominciata più o meno il 4 marzo 1933, giorno dell'insediamento alla presidenza di Roosevelt. Ron Howard costruisce il film in funzione degli incontri, prima e dopo il film si richiude monotono senza slanci visivi, ma quando Jim sale sul quadrato, la macchina vola in un corpo a corpo ispirato, irresistibile e contagioso. Riprese dall'alto dal basso, dal vivo e nel bianco e nero dell'epoca, campo e controcampo fuori e dentro la moviola, scontro reale e metaforico tra stili diversi. Baer mena colpi bassi, combatte per uccidere e Braddock salta come un gatto, gioca di intelligenza, memorizza le mosse dell'enorme rivale e colpisce nella standing ovation del pubblico che lo incita a vincere per la massa intera dei nullatenenti (ha imparato lo stile nuovo da Joe Jeanette, il suo secondo nero, che Ron Howard inquadra di scorcio, ma non incorona). Da casa, le radio rimbalzano la voce in diretta dello speaker, come quei «discorsi del caminetto» del presidente che incoraggiano a «non aver paura della paura».
La Stampa (9/6/2005)
Lietta Tornabuoni

Ci sono 15 milioni di disoccupati negli Stati Uniti nel 1933, quarto anno della Grande Depressione economica: «Siamo tutti al verde, non c'è da mangiare», suona una canzone popolare. I facchini si affollano ai cancelli del porto di New York, ma sono meno di dieci quelli che arrivano a guadagnarsi la giornata. Le file si allungano davanti ai posti dove si distribuiscono sussidi statali o minestre quasi calde. Le case senza elettricità né riscaldamento né gas sono centinaia di migliaia: la gente non ha soldi per pagare le bollette, e manda i bambini dai parenti in campagna perché non riesce a sfamarli. Anche i più orgogliosi chiedono l'elemosina. «Cinderella Man» di Ron Howard, con Russell Crowe, Paul Giamatti e Renée Zellweger. È un film fuori concorso efficace e una gran furbata: una storia di boxe terribile ispirata a personaggi e incontri veri, fortemente collocata nel periodo americano più misero e giustificata dalla povertà, dalla necessità di mantenere moglie e bambini. Così nessuno può obiettare né criticare la nobile arte di uccidere gli altri sul ring, e l'eroe per bisogno diventa un difensore della famiglia: ma che «Cinderella Man» sia riuscito è innegabile. James J. Braddock del New Jersey, come tanti ragazzi popolani, cercava nel pugilato il mezzo per avere una vita decente. Gli andò bene, agli inizi. Poi, dopo un infortunio alla mano destra, cominciò il declino: sfortuna, sconfitte, la vita devastata come la crisi economica devastava l'America. Nel 1934 ebbe la possibilità di tornare a battersi e, inaspettatamente, di vincere gli avversari: fino al match con il campione del mondo Max Bear, da lui sconfitto. Fu lo scrittore Damon Runyon a soprannominarlo «Cenerentola del ring»; fu anche il gesto di restituire allo Stato appena possibile i soldi ricevuti come sussidio a renderlo popolarissimo; fu Joe Louis a fargli perdere il titolo e a indurlo a ritirarsi nel 1938. Campione coraggioso, irriducibile, divenuto un simbolo della lotta americana per uscire dalla crisi, Braddock è interpretato davvero bene da un Russell Crowe dimagrito e affinato, con la faccia rotonda divenuta triangolare. «Cinderella Man» è una prova molto interessante di epopea della miseria: l'unico personaggio insopportabile è il solito, la moglie del pugile sempre lagnosa e jettatrice, stavolta Renée Zellweger.
Corriere della Sera (9/9/2005)
Maurizio Porro

Quella di Cinderella Man, soprannome del mitico pugile Jim Braddock che cade e risorge sul ring durante la Grande Depressione, non è una favola a lieto fine con lui che vince il titolo dei massimi in una storica serata del '35. La classe operaia va in paradiso salendo sul ring. Film biografico collettivo fedele e crudele sull'America di Roosevelt, con piccini affamati, mamme pazienti, mariti al fronte del porto. Girato in marrone, il film del furbo Ron Howard ci riporta al clima acre dei furori di Ford&Steinbeck, aggiungendo un bel capitolo al romanzo del cinema sulla boxe dopo Toro scatenato. L'ultimo incontro è da manuale per ritmo, crudeltà, emozioni, sudori. L'autore evita le trappole della retorica, fa un reportage non allineato e sfrutta al massimo il carisma delicato e virile di Russell Crowe di impenetrabile misura espressiva, vero colosso d'argilla.
Film TV (9/14/2005)
Bruno Fornara

Eccoli di nuovo, Russell Crowe sul ring e Ron Howard dietro la macchina da presa. Dopo il successo mondiale e gli Oscar per il matematico The Beautiful Mind, l'attore e il regista si riuniscono per un'altra biografia, stavolta pugilistica. Siamo a cavallo tra gli anni '20 e i '30. La Grande Depressione ha messo in ginocchio l'America e James J. Braddock, promettente pugile, si ritrova con una mano fuori uso e una famiglia da mantenere. Gli tagliano anche la luce, fa lo scaricatore al porto, vive in miseria e spera in una seconda possibilità. Siccome solo ai disperati è data la speranza, Jim tornerà sul ring e, incontro dopo incontro, si troverà a sfidare per il titolo mondiale quel Max Baer che ha distrutto il nostro Primo Carnera. Classica success story americana, film di boxe, sofferenza e incrollabile fiducia. Film familiare con bambini orgogliosi del padre e moglie devota e fedele (Renée Zellweger dal visetto troppo ammiccante). Anche film corale con un campione, eroe della working class, che sa incarnare il sentimento popolare e la voglia di rinascita che è di tutti. Russell Crowe ha la faccia del pugile onesto, del buon padre di famiglia e della Cenerentola il cui sogno non finisce a mezzanotte. Il manager Paul Giamatti è tutto passione, occhi, cervello e ironia.
il Giornale (9/6/2005)
Maurizio Cabona

Cinderella Man, cioè «Cenerentolo», è un nomignolo insolito per un pugile campione del mondo dei pesi massimi. Il film che ne racconta la vita, ispirato dal libro di Michael C. DeLisa (edito da Fandango), diretto da Ron Howard e interpretato da Russell Crowe, è stato presentato fuori concorso alla Mostra. Che poteva risparmiarselo, come se l’era risparmiato il Festival di Cannes. E invece al Festival di Berlino che Howard e Crowe avevano presentato A Beautiful Mind, vita di John Nash, premio Nobel per la scienza e miscela di genio e follia, il film era prolisso, ma incuriosiva più di Cinderella Man, che per due ore e mezza miscela nello stesso personaggio furia sul ring e bontà fuori dal ring. Questo il Jim Braddock dello schermo. Chi fosse curioso di vedere Primo Carnera perdere il titolo contro Max Baer, sappia che l’incontro c’è, ma è ricostruito per pochi istanti e mostrato da lontano. Siamo dunque negli anni seguenti la Grande depressione. É ormai esplosa la bolla speculativa finanziaria gonfiatasi dopo la prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti hanno decine di milioni di disoccupati e il presidente Roosevelt deve importare dall’Europa il dirigismo economico che in Italia aveva preso forma con l’Iri. Sconfitto in una serie di incontri, Braddock aveva ormai lasciato il pugilato. Ma la fame che attanaglia la sua famiglia l’obbliga a battersi ancora, diventando il simbolo della volontà di riscossa di un Paese in ginocchio. Forse gli americani non si sentivano più tali nello scorso inizio d’estate: infatti Cinderella Man non ha incassato quel che si prevedeva.. Occorreva forse aspettare agosto e il disastro di New Orleans.
l'Unità (9/6/2005)
Alberto Crespi

Partiamo da un dato banale, ma fondamentale: la storia di Jim Braddock, il Cinderella Man del film di Ron Howard, è vera, così come il soprannome che al film fa da titolo. Potete leggerla nel libro di Michael C. De Lisa edito in questi giorni da Fandango (si intitola, va da sé, Cinderella Man). Sembra inventata, questo sì: sembra la storia di Cenerentola mescolata con quella di Rocky. Un ex pugile rovinato finanziariamente dalla Grande Crisi, e reso quasi inabile da un grave infortunio alla mano destra, ottiene una chance per tornare sul ring. E diventa campione del mondo. Dei massimi! In un’epoca in cui i grandi pugili non scarseggiavano certo come oggi. Braddock sconfisse il detentore del titolo, Max Baer, il 13 giugno del 1935. Poi perse il titolo due anni dopo, nel ‘37, quando sulla scena apparve un pugile destinato a fare epoca, il nero Joe Louis. Semmai, il film accentua il periodo della sua «caduta» professionale, che non fu così lungo, nè così oscuro. Braddock combatté numerosi match negli anni ‘30, ma certo il suo momento di splendore era stato anni prima, in un momento fatale per l’America: nel ‘29 era stato sconfitto da Lommy Loughran in un match valido per il titolo mondiale dei mediomassimi. Si, avete letto bene: 1929, il crollo di Wall Street. L’anno della Depressione. Braddock aveva investito male i propri soldi. Si ritrovò sul lastrico. L’infortunio alla mano gli impediva persino di trovare lavoro come scaricatore di porto, e non era un intellettuale, non frequentava i salotti, non poteva «riciclarsi»: era un irlandese la cui unica risorsa erano le braccia, il cuore, la voglia di lavorare. Braddock incarnò il «Sogno Americano» negli anni ‘20, poi sprofondò nell’incubo finché il Sogno non tornò a sorridergli. Sarebbe morto sereno, a 69 anni, nel 1974. C’è una scena che racchiude tutto il senso del film che Ron Howard ha dedicato a Braddock (e che è passato a Venezia fuori concorso). É quella in cui l’ex pugile, ormai ridotto a poco più che un homeless, abbandona i bassifondi newyorkesi dove si è ridotto a vivere e trova la forza di entrare in un lussuoso palazzo di Manhattan, in un club dove ci sono tutti quelli che erano suoi amici prima che la fortuna lo abbandonasse: giornalisti, organizzatori, anche il suo manager. E non va a chiedere di combattere. Va letteralmente, con il cappello in mano, a chiedere la carità. Non gli servono molti soldi. Gli serve qualche dollaro per pagare le bollette , comprare il riscaldamento (è inverno, e d’inverno a New York fa un freddo cane) e dar da mangiare ai figli. Loro gliela fanno, la carità. Qualche dollaro per ciascuno, trovando a stento il coraggio di guardarlo in faccia. Poi, qualche giorno dopo, gli offrono il match della rinascita. Ma rimaniamo a quella scena. Quando andrete al cinema, guardate la faccia di Russell Crowe, guardategli le spalle, guardate come la recita. Questo è un attore, signori!, anche se a volte sembra un semplice «muscolare» e sicuramente non è un mostro di simpatia e di comunicativa. Il volto è scavato, gli angoli degli occhi si abbassano, le spalle si incurvano. Un vinto. Ma un vinto che ha dentro di sé le energie per sfidare ancora il destino. L’aderenza psicofisica di Crowe al personaggio è totale, così come la bravura di Paul Giamatti (altro attore super) nella parte del manager. In quanto a Ron Howard, confeziona un dramma proletario dai toni cupi, che in certi momenti, con quegli interni poverissimi, con quelle notti buie e nevose, sembrano uscire dal mondo di Charlie Chaplin (l’artista che ha raccontato il proletariato americano meglio di chiunque altro). Braddock è un «working class hero», un eroe lavoratore, catturato nel momento della storia americana che meglio rende plausibile, autentica, una simile storia. Già quella, quasi uguale, di Rocky Balboa/Stallone, negli anni ‘70, è diventata una fiaba alla Frank Capra: quella di James Braddock, invece, è realtà. Lo è nei fatti, e lo è nella poetica che c’è dietro i fatti, perché «quella» è l’America in cui una seconda chance c’era davvero. Braddock incarna i ruggenti anni ‘20, incarna la Depressione, incarna il New Deal. Il Sogno era ancora vivo, anche se aveva i suoi risvolti terribili. Un altro momento molto forte del film è la scena che ci trasporta nella «Hooverville» di Central Park. Le «Hooverville», le città-Hoover, erano le baraccopoli in cui vivevano i disperati, i disoccupati, ed erano sorte addirittura dentro NewYork, dentro il parco, dove, oggi scorrazzano turisti e scoiattoli. Ha ragione Russell Crowe: «Questo film è un promemoria per l’America. Dovrebbe servire a ricordarle che la ricchezza e il benessere non sono scontati. Oggi ci sono, ieri non c’erano, domani chissà». Chissà se gli sfollati della Louisiana verranno raccolti in campi ribattezzati «Bushville»?
la Repubblica (9/23/2005)
Roberto Nepoti

Un film concepito e realizzato ventisette anni dopo la sua parodia. Impossibile? Eppure, nel 1978, "II boxeur e la ballerina" di Stanley Donen allineava tutti i cliché del filone di cui Cinderella Man e, insieme, l'ultimo prodotto e l'epitome: l'angelico pugile che, durante la Depressione, diventa un campione contro ogni aspettativa, la famigliola povera ma amorevole, ecc. Se il boxe-movie di Ron Howard non ce ne risparmia uno, la cosa bizzarra sta nel fatto che quella di Jim Braddock è una storia vera. Antica promessa del pugilato, in ritiro dopo una serie d'incontri negativi, Jim subisce i colpi della crisi economica. Per nutrire moglie e pupi, va al porto cercando lavoro a giornata; a casa, tutti angelici e disposti a sacrificarsi, ma la tavola resta vuota. Quando il suo vecchio agente gli propone una sostituzione sul ring, Braddock varca di nuovo la soglia del Madison Square Garden. A forza di cazzotti e sofferenza, il non più verde pugile arriva al match per il campionato mondiale dei massimi: da combattere contro il micidiale Max Baer. Howard trasforma la storia vera nell'ennesima parabola equivoca sul trionfo della volontà, realizzando un film prevedibile da cima a fondo, ben girato, tutto al servizio di un concentrato Russell Crowe (con a fianco una miagolante Renée Zellweger e un Paul Giamatti da Oscar). Se "Million DollarBaby" di Clint Eastwood era scarna tragedia, qui siamo nel turgido melodramma. Ron dovrebbe prendere lezioni di boxe da Clint.
Sette (9/15/2005)
Claudio Carabba

L'America nel cuore, la forza nel cazzotto: la ballata (vera) di Jim Braddock, il toro irlandese che durante la «grande depressione» vinse a sorpresa il titolo mondiale dopo essere finito cento volte al tappeto, è tutta qui. Ron Howard non è un regista da virtuosismi, dice ciak e aspetta che il furente Russell Crowe salga sul ring. Ma sotto la prima pelle da kolossal convenzionale, il film trasmette una tesa inquietudine, da miserabile fronte del porto: e l'elogio dell'ultimo uomo che resta in piedi, senza gettare la spugna, non è retorico.