Gabrielle
il Giornale (9/10/2005)


Nella Parigi primo Novecento i coniugi Hervey aprono ogni giovedì il loro salotto alla buona società. Formano una coppia agiata e, in apparenza, sperimentata. Monsieur Hervey si vede rispecchiato nella moglie Gabrielle: un uomo solido, rispettato, socialmente invidiato e ammirato. Un pomeriggio, però, tornando a casa, trova un biglietto con cui lei gli annuncia di averlo abbandonato per un altro, ma, mentre è ancora in preda allo choc, lei ritorna: «Ho avuto paura» confessa. Non ce l'ha fatta ad andarsene e tuttavia non accetta più che tutto possa essere come prima. Tratto da un racconto di Conrad, Il ritorno, e costruito con impianto teatrale e un'alternanza cinematografica di bianco e nero e colore, Gabrielle ha il suo punto di forza in una superba ricostruzione di ambienti e, soprattutto, in Isabelle Huppert, bravissima nel disegnare il ritratto di una donna che scopre per la prima volta i suoi sentimenti e quindi se stessa e così facendo si accorge di non aver mai saputo niente del marito, un concentrato di convenzioni più che un essere umano. Nello scontro fra i due, sarà lui ad andare in pezzi e saranno di Gabrielle le parole più crudeli e illuminanti sull'amore, la sua mancanza, la sua ricerca.
Corriere della Sera (9/6/2005)
Tullio Kezich

Gabrielle è un film sbagliato, ma tutt'altro che inutile. E'tanto privo di vita che in futuro lo si immagina facilmente offerto all'attenzione degli studenti al centro di un teatro anatomico. Sarà un'occasione per approfondire in corpore vili i rapporti fra cinema e letteratura perché Patrice Chéreau ha sceneggiato con Anne-Luise Trividic «Il ritorno» di Joseph Conrad. Un racconto scritto nel 1897 e definito dal suo editore italiano Ugo Mursia «uno dei più trascurati e insieme maltrattati dalla critica». L'autore stesso sconfessò queste 42 pagine considerandole «scritte con la mano sinistra» sotto l'influenza di Meredith, James e Flaubert. In realtà la narrazione risulta di tutto rispetto, non fosse che per la scelta di farla svolgere in poche ore e di approfondire in forma addirittura esasperata il personaggio del protagonista Alvan (nel film, Henry) lasciando sullo sfondo e aprendo tutte le ipotesi sulle motivazioni della consorte che dopo dieci anni di matrimonio se n'è andata lasciando un biglietto di cui non ci viene partecipato il contenuto. Conrad è straordinario anche per i suoi omissis e qui, fra l'altro, della moglie fuggita, ma subito rientrata, non ci dice neppure il nome. Il fatto che Gabrielle diventi addirittura il titolo del film, dove il testo dell'addio appare integrale sul grande schermo, la dice lunga sugli intendimenti degli adattatori. Che hanno preteso di migliorare Conrad inventando di sana pianta la figura femminile, facendola esporre in lungo e in largo le sue ragioni anche in un dialogo che si può davvero definire «di servizio» con la cameriera. Trasferita da Londra a Parigi, ma questo non avrebbe importanza, la vicenda ci mostra i coniugi nel pieno della loro vita mondana in una residenza che sembra un museo, del tutto sproporzionata alla descrizione del libro, con un intorno un affollato balletto di servitù da far impallidire Luchino Visconti. Arpeggiando fra bianco e nero e colore, Chéreau dilata il confronto fra i coniugi sull'arco di tre giornate, facendolo culminare in un incomprensibile congresso carnale male proposto e peggio accolto. In un simile contesto anche gli interpreti, Isabelle Huppert e Pascal Greggory, non ne escono bene.
Film TV (9/14/2005)
Mauro Gervasini

Parigi, primi del '900. Harvey una sera torna a casa e trova la lettera d'addio della moglie. La quale, a sorpresa, torna dopo qualche ora. Non come se niente fosse, ma quasi. Nella sua vita un altro uomo, forse insignificante. Tra i due comincia un gioco al massacro psicologico, pronto a deflagrare in dramma. Tratto da un racconto di Conrad, che alludeva all'impotenza dell'uomo positivista, sicurissimo di sé, di fronte al turbinio della passione, della gelosia, dell'ossessione amorosa. Chéreau sceglie come registro quello del cinema "da camera", molto concentrato sugli attori (Pascal Greggory e Isabelle Huppert sono mostruosamente bravi), sui primi piani, sugli scorci d'ambiente rubati qua e là. Il risultato è stilisticamente perfetto, rigoroso nella conduzione ma anche formale e un po' ingessato. Questi duellanti alto-borghesi, ai quali si aggiunge una cameriera dal ruolo equivoco, si scarnificano a parole e con gli sguardi, ma i novanta minuti che precedono il potente finale sono onestamente faticosi. Un cinema di testa, forse un po' inutile.
l'Unità (9/6/2005)
Dario Zonta

Gabrielle (in concorso) è una foto di coppia in interno borghese nella Francia dei primi del Novecento. Il regista Patrice Chéreau vorrebbe analizzarne la crisi, ma la risolve nella stilizzata rappresentazione dell’angoscia, della paura di chi abbandona e di chi è abbandonato. Un uomo e una donna, sposati da dieci anni, ricchi e inseriti nelle cerimonie sociali si trovano ad affrontare l’assurdo delle, loro vite, mossi dal comportamento dell’enigmatica Gabrielle (Isabelle Huppert), che una mattina lascia una lettera di tre righe, in cui annuncia di andar via per un altro uomo, e la sera fa ritorno, senza l’ombra di una spiegazione, facendo impazzire il marito. Il film è fatto, per lo più, di dialoghi estenuanti in cui i due protagonisti analizzano i dieci anni dei loro «non detto». Cinema di parola e di attori, immensamente statico che Chéreau cerca di movimentare alternando bianco e nero e colori, facendo un uso espressionistico della musica (sulle note di una sorta di «melodramma» contemporaneo). Chéreau non riesce a rendere veramente sgradevoli i suoi personaggi, e neanche a restituire il disagio di situazioni insostenibili (come ha fatto con Son Frère e intimacy). Gira intorno, ma non affonda mai realmente il coltello. Sfiora una superficie ruvida, ma non rivela ciò che di orrendo ha sotto. Sono arrivati i francesi, nella persona di Patrice Chéreau, a ricordarci quanto possa essere «datato», già visto, noioso, ripetitivo il cinema.
La Stampa (9/6/2005)
Lietta Tornabuoni

Tornando una sera nella sua casa elegante di Parigi all'inizio del Novecento, un uomo ricco, appagato, contento di sé, trova una lettera in cui la moglie sposata dieci anni prima lo informa: me ne vado. Stordito, smarrito, lui non sa cosa pensare, non capisce come sia accaduto, e perché, e con chi: le sue certezze vacillano, il suo ordine razionale non regge. Poco dopo, la moglie rientra. Dice: «È stato un errore. Non ci sono riuscita». Non dice altro, soltanto il nome dell'amante: ma lui finge di non sentire, perché si tratta di un uomo che detesta. Domanda invece: «Cosa ti ha fatto tornare?». E lei: «Non so». Isabelle Huppert e Pascal Greggory sono interpreti di straordinaria bravura di «Gabrielle» di Patrice Chéreau: un lungo dialogo (interrotto appena da qualche scena di ricevimento o di apparizione di cameriere) tra l'uomo e la donna, ma soprattutto tra l'algida razionalità della vita dominata dalle regole borghesi e l'emotivo desiderio di passione proiettato verso un futuro diverso. Il regista sa estrarre il pensiero e il dolore dalle facce dei suoi attori molto intensamente, nel film da camera presentato in concorso: in questo caso, anche le spalle irrigidite, l'energia dei gesti, l'impassibilità e la compostezza autorevole di Isabelle Huppert, a volte noiose e prepotenti, sono perfettamente adeguate.