La bestia nel cuore
il Manifesto (9/9/2005)
Silvana Silvestri

L'infermiera ferma l'omaccione: «Che fa? Posi il neonato. I bambini li toccano solo i genitori!». E chi lo dice? «Il regolamento». Bel regolamento... Ma questo è il finale, ricominciamo dall'inizio. È stata toccata, violentata, da bambina, dall'avente diritto, dal padre - mite professore di liceo - ma solo due volte, come passatempo quasi casuale tra pratiche sessuali notturne più intensive e continuate, sfogate sul fratellino di dieci anni, e con la mamma silenziosamente complice, perché la famiglia, comunque sia «dentro», è struttura portante e modello etico della società (che istiga allo sfruttamento totale di chi è più forte su chi è debole). Però Sabina (Giovanna Mezzogiorno) cresce bella e felice, lavora, si sposa, rimuove tutto, ma dopo la morte dei genitori, da qualche piccolo segno e sogno ricorrente o indizio nascosto, e rivedendo il fratello (Luigi Lo Cascio) «fuggito» in New England e nel mito greco per «cancellare tutto», scopre la verità. Nel frattempo sta partorendo nel posto più bello del mondo, tra gli ulivi salentini, ma sulla littorina vuota e squallida delle Ferrovie del Sud-Est; il marito, attore ormai cinico (Alessio Boni) l'ha appena tradita con una attricetta di soap opera; la migliore amica (Stefania Rocca), diventata via via cieca, s'è fidanzata con la vice migliore amica (Angela Finocchiaro in forma smagliante), abbandonata dal marito che sta con una coetanea della figlia; le tocca pure doppiare un filmaccio televisivo (di Eros Puglielli) tutto stupri, violenze e luoghi comuni; e il regista del marito, di nome A. Negri (!?), frustrato dalle «idiozie della tv», congegna un film, finalmente per il grande schermo, sulle anime belle della notte (due cavalieri netturbini) che ritrovato un neonato nel cassonetto, se lo prendono... Cristina Comencini, 16 anni di regie, questa volta firma La bestia nel cuore, horror in cornice di tragedia leggera o commedia seria, tratto dalla lettura intensiva delle prime pagine dei soli quotidiani «mielisti», e da un suo romanzo. Produce Riccardo Tozzi, che viene dalla tv e non ha rimosso né ha rimorso. Sembrano incestuosi tutti questi rapporti e impasti di generi e registri, ma La bestia del cuore, presentato ieri in gara, di complicazioni ne inanella ancora di più. Ma tutte represse. Il metissage liberatorio non abita nel film. È nel fuori campo. Ma l'umorismo che ha ereditato dal padre, e forse da una delle due coautrici del copione, Francesca Marciano, impedisce però a Comencini (sorretta da una partitura «bocca a bocca» di Franco Piersanti) di far solo esercizio di meditazione e respirazione ombelicale. Inoltre. Giovanna Mezzogiorno (complice la sua band di compagne, di qua e di là dal set) salva miracolosamente la traversata, perché prende il suo ruolo professionale di doppiatrice (frustrata da una carriera di attrice interrotta dalla crisi) sul serio. Come chiave di accesso a immagini che svelino un doppio fondo. Si fa «doppia» lei stessa, e ci conduce nel mondo ambiguo e «double face» della vita in presa diretta, dove tutto il raccomandabile è mostruoso, e di drop out non ne esistono più. Da quando deve riempire di urla e gemiti falsi squallide immagini da sonorizzare a quando deve dare un senso alle forme, vere e insostenibili, che ne straziano l'inconscio. Come fare? Usando il metodo Nabokov. In Lolita è la schizofrenica regressione all'infanzia del pedofilo che eccita l'irresistibile pulsione. E che va curata, non cancellata con la delazione e la vendetta occhio per occhio. Ebbene Mezzogiorno, tiene sovrimpressi i due aspetti, l'infantile dolcezza e la coraggiosa ribellione. Irradiando il mondo circostante di buone good vibrations letterarie. Tanto che a un tratto sembra proprio l'Immacolata concezione degli ulivi.
La Stampa (9/9/2005)
Lietta Tornabuoni

Come in un romanzo popolare ottocentesco aggiornato, nel secondo film italiano in concorso, «La bestia nel cuore» di Cristina Comencini, oltre al titolo truce ci sono: una violentata; due bambini, maschio e femmina, molestati sessualmente dal padre, mentre la madre giustifica «è un vizio, è malato, è debole, non dirlo a nessuno, sono cose che succedono, siamo una famiglia»; una ragazza cieca che (non può vedere quanto sia sciupata) s'innamora di una donna matura lasciata dal marito; un parto che comincia con la rottura delle acque in un vagone ferroviario deserto; un regista frustrato, passato da «Edipo re» alle serie televisive ospedaliere, un attore traditore, eccetera. Troppa roba? Certo, tanto più che l'insieme è raccontato con una goffaggine, con espedienti narrativi elementari, con una grossolanità intellettuale davvero sorprendenti. È come se a Cristina Comencini, regista da sempre corretta, sobria, elegante, qualcuno avesse raccomandato «sciogliti, buttati, lasciati andare», e lei lo avesse fatto con la rozzezza che nasce dall'inesperienza. Anche gli interpreti ne pagano le conseguenze: Luigi Lo Cascio pare un Pinocchietto dalla voce super-impostata, Giovanna Mezzogiorno è atona, Angela Finocchiaro e Giuseppe Battiston svolgono la loro funzione (ogni battuta, una risata), Stefania Rocca non ha colpe. Naturalmente, non mancano alcune cose belle (la lunga sequenza della casa paterna coperta di polvere come una tomba, la sfilata di statue decapitate o mutilate, il rapporto della protagonista con il suo compagno); ma il film non è riuscito anche se forse, per la sua natura primaria e ridondante, potrà piacere agli spettatori.
Corriere della Sera (9/9/2005)
Tullio Kezich

Nell'introduzione alla sceneggiatura di La bestia nel cuore (Marsilio), la regista Cristina Comencini autrice anche del romanzo originario (Bompiani) propone una metafora efficace: «L'idea di girare un film da un mio libro mi sembrava come rientrare dalla porta di servizio in una casa amata, in cui avevo vissuto in completa libertà per due anni». Questa sensazione di familiarità furtiva è proprio quella che dà il film, molto applaudito ieri alla Mostra e visibile da oggi al cinema: l'impressione di essere entrati nell'intimità dei personaggi, di aver appreso cose che in genere restano nascoste. Si comincia con Sabina (Giovanna Mezzogiorno) che provvede alle pratiche per la traslazione delle salme dei genitori insegnanti di liceo. Sotto i titoli passano le immagini vuote ma «parlanti» dell'appartamento borghese dei defunti (l'ispirata scenografa è Paola, sorella di Cristina): scrivanie, libri, senso di una vita sospesa: ma che vita è stata? Vediamo poi Sabina, che è una doppiatrice, alle prese con la scena di uno stupro che le permette di dare voce all'interno affanno. Questa ancora incognita «bestia nel cuore», che si svelerà cammin facendo, non riguarda tanto il rapporto con il suo volatile compagno Franco (Alessio Boni), attore anche lui. E' in ballo qualcosa che si collega a un trauma infantile, a uno di quegli inferni domestici di cui la protagonista riuscirà a parlare dopo decenni di silenzio con il fratello Daniele (Luigi Lo Cascio) emigrato (ma forse bisognerebbe dire fuggito) in Canada. Intorno al doloroso nodo centrale si delineano altri personaggi, la non vedente Emilia (Stefania Rocca) innamorata di Sabina fin da quando ragazzine facevano insieme i compiti («parlante» anche la sua casa immersa nell'oscurità), l'amica Maria vulnerata e pragmatica che sfida il conformismo degli eufemismi chiamando cieca la cieca, salvo a imbastire con lei un rapporto lesbico pieno di riserve; e non ultimo il regista di fiction Negri (Giuseppe Battiston) che vorrebbe redimersi artisticamente. Rispetto al romanzo originario il film costituisce una rivisitazione più intensa e lucida affidata a interpreti (tutti bravi, a partire dalla bravissima Mezzogiorno) che fanno leggere le emozioni e inducono a condividerle. Per Cristina La bestia nel cuore segna il momento dal quale non verrà più considerata la figlia di Comencini, ma una cineasta in proprio; magari con la segreta aspirazione a trasformarsi idealmente in una figlioletta adottiva di Bergman. Ma è bene per lei di essere cresciuta alla scuola familiare della commedia all'italiana, una pratica le consente di schiarire le tetraggini del dramma rifugiandosi nella salvifica provvisorietà del sorriso.
Film TV (9/14/2005)
Emanuela Martini

Tema difficile, svolgimento scolastico con alti e bassi: La bestia nel cuore racconta un incrocio di vite apparentemente serene anche se non del tutto appagate, sulle quali però pesa un incubo rimosso. Una doppiatrice, il suo compagno attore, un trauma infantile che la memoria ha sepolto ma che riaffiora quando Sabina, la protagonista, si scopre incinta: il padre aveva abusato di lei. Per salvarsi, Sabina intraprende un viaggio nei suoi affetti. Una storia complessa, che Cristina Comencini, Francesca Marciano e Giulia Calenda hanno adattato dal romanzo omonimo della Comencini, giocata sugli andirivieni della memoria, sulla difficoltà a lasciarsi andare ai gesti dell'affetto, sul non detto e sulla necessità, a volte, di lasciarsi alle spalle l'infanzia. La regia è cauta e non accetta il rischio del genere, oscillando tra mèlo e commedia, gli zoom scivolano avanti e indietro un po' troppo, com'è eccessiva la volontà di chiudere a tutti i costi il cerchio della narrazione, di dare una sorta di "lieto fine" a ogni personaggio. Non ce n'era bisogno e i personaggi più vitali finiscono per essere quelli più sfumati: i maggiori meriti del film sono le scene con Angela Finocchiaro, una cinquantenne abbandonata dal marito che scopre un nuovo amore (una donna), che con la sua recitazione mette in ombra tutti gli altri.