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| I giorni dell'abbandono |
| Corriere della Sera (9/7/2005) Tullio Kezich Si può detestare un romanzo e apprezzarne la versione cinematografica? Me lo sono chiesto di continuo durante la prima mezz'ora di I giorni dell'abbandono, quando mi pareva che il regista Roberto Faenza e i suoi appassionati interpreti stessero dando smalto e consistenza alle pagine di Elena Ferrante. So bene che molti adorano questo romanzo della misteriosa scrittrice (ho letto che forse è uno pseudonimo di Domenico Starnone, spero di no per lui), ma personalmente lo considero un nevrotico sfogo veterofemminista con abissali cadute di volgarità. Scavalcando il delirio monologante della protagonista, Faenza lo scioglie in un racconto oggettivo. Nelle preziose immagini di Roberto Calvesi, in una Torino dal fascino discreto, si comincia con cinque minuti di normalità di una coppia serena con figli, poi lui se ne esce con la fatale battuta: «Ti devo parlare». Mario confessa un «vuoto interiore» che lo induce ad andarsene di casa, Olga dopo un tempo di incredulità gli ribatte: «Il tuo vuoto come si chiama?». A pensar male si azzecca sempre perché nella vita di lui è entrata una ragazza giovane con le peggiori conseguenze. Bisogna dire che Margherita Buy e Luca Zingaretti sono eccezionalmente bravi, lui quanto lei anche se ha meno spazio: e i loro scontri danno luogo a scene da manuale di recitazione. Curiosa è poi la scelta di Goran Bregovic per il vicino di casa che tirerà fuori Olga dalla disperazione. Purtroppo il film, andando avanti, inciampa in tutti i difetti del libro, che sono quelli tipici della sonata su una corda sola; e nel finale c'è addirittura, al di là della Ferrante, uno sconfinamento fiabesco, con il musicista serbo in frac immacolato che si esibisce come violoncellista riuscendo a far riapparire il sorriso sul volto immusonito della povera Olga. Per soprammercato assistiamo alla resurrezione del cane Otto, la cui morte è stata uno dei tanti incidenti del film, che attraversa festoso il palcoscenico del concerto. Si sono messi in sette per scrivere la sceneggiatura, ma forse era meglio lasciare qualcuno a casa. |
| il Manifesto (9/16/2005) Roberto Silvestri «Per fare I giorni dell'abbandono - spiega Roberto Faenza - sono diventato una moglie disperata». Senza questo travestimento interiore, da angelo custode senza ironia della protagonista del film sarebbe stato impossibile guidare, fino all'atterraggio salvifico, l'astronave della giovane «moglie perduta», Olga (Margherita Buy). Invece capitan Faenza zigzaga gli ostacoli, gli asteroidi e i mostri partoriti dalla fantasia (di Stivaletti) che un romanzo (di Elena Ferrante) dissemina per impedire trasposizioni visive superficiali o decorative. Altro che macchina consolatoria. È un videogame questo film che Faenza gioca con Buy-Tomb Rider combattente con armi improprie, stile Craig'wife (della Arzner), tutto in una casa: gli occhi vuoti o da dragon lady, il trucco obliquo, i golfini dai colori incolori, lo street style indigesto, l'urlo dissonante, quel suo modo di trovare disgustoso il 90% di ciò che la circonda, cacciando quasi tutti di casa e fabbricandosi sistemi sensori velenosi per gli altri, ma di altra generazione. Lei però rimane. E poi che fortuna avere come inquilino di sotto un musicista come Goran Bregovic che crea dimensioni parallele e collettive. Faenza gioca tutte le sue carte sul sonoro in primissimo piano. La casalinga che lavora, ha infatti orecchio. In amore si può essere ciechi, ma sordi? La donna in questione, quasi quarantenne, libera, moderna, intellettuale (Olga è traduttrice raffinata), vive con un cane lupo e due figli piccoli ma non troppo, sotto la Mole, e si è «perduta» perché il marito, amato e ricco ingegnere (Luca Zingaretti) non l'ama più, d'un tratto. E l'ha lasciata, troppo bruscamente, per una giovane allieva che non sa vestirsi, come fanno molti uomini maturi e potenti quando, telepaticamente sono chiamati, dall'al di là, verso la fontana della giovinezza, non rendendosi conto che il «secondo amore» è troppo più cieco del primo. |
| Film TV (9/20/2005) Emanuela Martini Avrebbe potuto essere un film d'amore e di follia, un mèlo e soprattutto una discesa in un stato di allucinazione e successiva risalita. Invece, I giorni dell'abbandono, dal romanzo di Elena Ferrante, diretto e scritto (con molti co-sceneggiatori) da Roberto Faenza, è un'occasione mancata, per difetto e per eccesso. La storia di Olga, moglie abbandonata per una donna più giovane, e della sua progressiva perdita di contatto con la realtà quotidiana a favore di un'ossessione "esclusiva", è necessariamente una storia tutta dall'interno, che con la realtà finisce per non avere più contatto; non può perciò essere raccontata con il naturalismo visivo scelto dal regista (l'unico momento "eccentrico" è la soggettiva del ramarro che si è nascosto sotto il letto, totalmente gratuito), pena la mancata "sospensione dell'incredulità" che è alla base di certe narrazioni cinematografiche. In pratica, quando la storia di Olga arriva all'acme della crisi, non ci si crede più: troppi gesti mancati, dimenticanze, tragedie, disastri, tutti insieme, e improvvisi, affastellati l'uno sull'altro, immotivati, se non da uno stato di follia che però non è stato accennato dalla macchina da presa e dalla successione narrativa. A causa del "basso" costante (da Tv movie) tenuto dalla macchina da presa, il testo diventa eccessivo, ridondante, a pesante rischio del ridicolo. |