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| La fabbrica di cioccolato |
| FilmChips (9/22/2005) Elisa Giulidori I racconti di Roald Dahl, tra cui il famosissimo romanzo per ragazzi "La Fabbrica del cioccolato", devono essere stati tra le letture preferite del piccolo Tim Burton., Troppi sono i punti che accomunano la bibliografia di Dahl alla filmografia di Burton: entrambi sono fantasiosi e cinici ad un tempo, ricchi di atmosfere dark e surreali, popolate di personaggi diversi, perdenti, disadattati, sognatori. Come ogni grande autore Tim Burton fa propri questi elementi e li reinventa in maniera originale e fantasiosa. Per questo molti hanno visto in questo film una somma dei suoi lavori precedenti da "Edward mani di forbice" a "Ed Wood" fino a Jack Skeleton, ma in realtà il film non è un punto di arrivo ma il punto di partenza, la linfa da cui sono nati Ed, Edward e Jack e Willy Wonka è il loro più caro antenato. Ma è su Charlie che punta il suo interesse Burton, non a caso il titolo originale è "Charlie and the chocolate factory", è questo ragazzo il cuore pulsante della storia, l'unico personaggio veramente ricco, non di una cosa tanto comune come il denaro (come gli dice suo nonno), ma dell'amore della sua famiglia. In un atmosfera dickinsiana, grigia e cupa, in una città dominata dalla gigantesca fabbrica di dolci di Willy Wonka, in una casa diroccata, piegata dal vento, vive il piccolo Charlie con i quattro nonni, che dividono un lettone, e i due amorevoli genitori. La fabbrica è l'ossessione di Charlie vorrebbe entrare e vedere dove un tempo aveva lavorato suo nonno. E il sogno si realizzerà grazie ad un concorso indetto proprio da Willy Wonka: aprirà la sua fabbrica e svelerà i suoi segreti a cinque fortunati ragazzini che riusciranno a trovare i 5 biglietti d'oro nascosti in comuni tavolette. Tanto la fabbrica è grigia ed austera fuori tanto è colorata e folle dentro. A Charlie si apre un mondo magico dove tutto è dolce, dove vivono esseri sorprendenti come gli Umpa Lumpa (fantastici i loro intermezzi musicali) e dove gli scoiattoli sgusciano le noci. A capo di tutto il più folle degli esseri umani, Willy Wonka con un sorriso sempre stampato, una pettinatura ed un vestito fuori tempo che cela dietro tanta allegria un passato doloroso, dove il padre dentista gli impediva di mangiare dolci. Che Johnny Depp fosse un grande attore si sapeva ma qui è formidabile, il suo viso spesso in primo piano riesce a rendere a pieno l'anima tormentata di un bambino cresciuto senza affetto che ha cercato nei dolci la sua ragione di vita. Ma tutti gli attori sono eccellenti, scelti benissimo e il giovane Freddie Highmore riesce a non rendere il suo Charlie, stucchevole e melenso. Un film bellissimo, da non perdere assolutamente. |
| il Giornale (9/23/2005) Maurizio Cabona Occorre sempre Tim Burton (Mars Attacks!) perché un film non-cinese ristabilisca l'importanza dei nonni, ancor più dei genitori. Ora lo fa con La fabbrica del cioccolato, tratto dal racconto di Roald Dahl (Salani), titolo dolce per contenuto amaro. Infatti questa è una fiaba dickensiana, diversa dalla prima versione cinematografica, Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato di Mel Stuart (1971). Il meglio è l'inizio. Inquadrature dall'alto della città innevata, della fabbrica, dei camion, della bicocca della famiglia, dove al grigiore dei colori smorzati corrisponde serenità, mentre al contrasto dei colori sgargianti corrisponderà angoscia. Sereni, ma affamati e infreddoliti si addossano l'un l'altro per il freddo quattro nonni, due genitori, un ragazzino, Charlie (Freddie Highmore). Vivono nella periferia d'aspetto britannico d'un'ipotetica cittadina dove le buche delle lettere sono d'aspetto americano. Nella bicocca, gli affetti della tradizione arginano gli effetti della disoccupazione: la fabbrica di cioccolato - dove lavorava uno dei nonni (David Kelly) - ha chiuso; dopo quindici anni ha riaperto, ma sostituendo gli infidi operai locali con devoti nani terzomondisti (li interpreta tutti Deep Roy). Ma Charlie vince l'ambitissimo invito a visitare, col nonno ex cioccolatiere, la fabbrica, unendosi ad altri quattro coetanei, due tirannici, due ipercompetitivi, e relativi genitori. Il padrone, Willy Wonka (Johnny Depp), ha il denaro, che manca a Charlie; ma Charlie ha la famiglia, che manca a Willy. L'ha lasciata per il complesso rapporto col padre dentista (Christopher Lee), che gli imponeva un vistoso apparecchio dentario e gli vietava i dolci. Willy è così cresciuto con denti perfetti, senza carie ma anche senza sorriso. Insomma, fra Charlie e Willy si profila complementarità ed estraneità rispetto agli altri ragazzini. Fra evocazioni dei film con Ester Williams, di 2001. Odissea nello spazio e del burtonian-deppian Edward mani di forbice, La fabbrica di cioccolato talora traccheggia. Ma, oltre che una lezione di cinema, è una lezione di vita sul tema: i doveri danno diritti, non viceversa. |
| l'Unità (9/23/2005) Alberto Crespi Cioccolata a fiumi, e tutta vera: se vedendo La fabbrica di cioccolato di Tim Burton vi verrà fame, sappiate che è una fame salutare, non un effetto speciale. Il cioccolato di Willy Wonka non è fatto al computer. Così come sono «autentici» gli Oompa-Loompa, i nanetti che lavorano nella fabbrica e che sono tutti interpretati, uno per uno, dall'attore keniano (di origine indiana) Deep Roy. Ovviamente il computer serve a moltiplicarli, e a ridurli ulteriormente di statura: Roy è alto circa 1,40 e gli Oompa-Loompa arrivano sì e no a 70 centimetri... Il discorso su ciò che è vero e ciò che è falso, nelle quintalate di Immaginario che Tim Burton ci scarica addosso, non è ozioso. La fabbrica di cioccolato, ispirato al famoso romanzo di Roald Dahl che l'editrice Salani ha rimandato in libreria, è un film totalmente fiabesco, dove tutto è finto, ma al tempo stesso tutto ha l'autenticità delle grandi fiabe. Burton ha trovato, nel libro di Dahl, il soggetto perfetto per scatenare la fantasia senza i lacciuoli «realistici» presenti, ad esempio, in Big Fish. Il risultato è un film talmente compatto, in cui l'ispirazione è talmente continua (e continuamente felice), da indurci a un'affermazione forte: è il capolavoro di Tim Burton, solo Edward mani di forbice - tra i precedenti - era altrettanto perfetto. Se pensiamo che Burton ha appena realizzato anche il cartoon La sposa cadavere, visto a Venezia, bisogna concludere che il ragazzo è in una forma spettacolare. In questo momento è il visionario numero 1 del cinema americano. Anche Edward mani di forbice era costruito sulla maschera di Johnny Depp. La simbiosi attore/regista è ormai totale. Nei panni di Willy Wonka, Depp appare solo dopo mezz'ora di film: il suo ingresso in scena, con gli enormi occhialoni da sole, il cilindro e i capelli a caschetto alla Prince Valiant, è da antologia. Prima, abbiamo assistito alla vita povera e felice di Charlie, il vero protagonista del film. Il piccolo Charlie vive con genitori e nonni in una baracca, nella città operaia e fatiscente che circonda la gigantesca fabbrica di cioccolato di Willy Wonka. Quando il misterioso cioccolataio, che da anni vive recluso, lancia un concorso (i cinque bambini che troveranno uno speciale coupon dorato in una tavoletta di cioccolato potranno visitare la fabbrica), Charlie sogna di essere tra i fortunati. Prima di lui, i labili: ma il quinto tocca proprio a lui, e Charlie potrà finalmente vedere il mitico Willy, accompagnato dal nonno che un tempo, nella fabbrica, ha lavorato... Quando entriamo con Charlie e gli altri bambini nel regno di Willy Wonka, capiamo subito che il cioccolato è una scusa. Willy è il custode di un mondo dove regna la fantasia. Quando vediamo gli Oompa-Loompa creare tavolette identiche al monolito di 2001 Odissea nello spazio, possiamo giungere alla conclusione che la fabbrica di cioccolato è Hollywood. Lettura legittima, ma riduttiva: è anche il regno di Oz, è Disneyland, è l'Isola che non c'è, è la sintesi di tutti i regni immaginali che l'uomo si è inventato per sopravvivere, e Willy Wonka ne è il custode. È un artista misantropo che Johnny Depp costruisce come un dandy bizzarro, irascibile e sotto sotto tenerissimo. È la creatura alla quale Tim Burton affida il suo messaggio: per vivere nel mondo occorre recuperare la ricchezza e l'ambiguità delle fiabe, con la loro poesia e la loro crudeltà. La fabbrica di cioccolato è un film utilissimo per sopportare questa nostra pesantissima epoca. |
| la Repubblica (9/23/2005) Roberto Nepoti Charlie Bucket vive in serena miseria con genitori e nonni, mangiando solo zuppa di cavoli. Quando Willy Wonka, padrone della fabbrica da cui esce il miglior cioccolato del mondo, lancia un grande concorso, Charlie è uno dei fortunati bambini che trovano il biglietto d'oro. Gli altri rappresentano quattro peccati capitali: più tradizionali (la gola, la sete di potere) o più aggiornati (la competitivita, il culto dell'informatica) che siano. È tratto dal libro di Roald Dahl, che segue con una certa fedeltà (eccetto per l'ultima parte, interamente nuova); eppure La fabbrica di cioccolato appare in tutto e per tutto una creatura di Tim Burton. Fino dall'inizio, con quella contrapposizione tra alto e basso — la cioccolateria domina il villaggio e la catapecchia dei Bucket — che riporta per direttissima a "Edward mani di forbice"; come vi riportano il personaggio solitario di Depp e il padre di questi, interpretato da un vecchio attore di horror: là Vincent Price, qui Christopher Lee. Se mai c'è stato un film passibile di due diversi livelli di lettura, questo è il nuovo film di Burton. Da una parte si presta a una visione ludica, dolce come il cioccolato, buona per il pubblico infantile come per gli adulti più smaliziati, che gusteranno una satira della pop-culture dove si chiamano in causa Hitchcock e i Beatles, Kubrick (il famoso monolito di "2001" era una tavoletta di cioccolato?) e Bubsy Berkeley, aggiungendoci un tocco di Magritte. Poi c'è l'altra lettura: ed è una lettura meno innocente, più "politica", con un retrosapore di cacao amaro. Apparentemente fabbrica fordista, basata sulla catena di montaggio, la cioccolateria rivela invece un interno pieno di strane piante e popolato da minuscole creature, gli Umpa-Lumpa. Il giardino delle delizie è la rappresentazione di un organismo umano, che elabora materia organica, la digerisce e la defeca informa di cioccolato. Più che l'apparato gastrico, però, l'allegoria riguarda il modo di divorare le immagini, il nostro consumo di visivo in una cultura di massa che tutto digerisce e tutto espelle. L'avventura di Charlie e dei suoi compagni nel Paese delle meraviglie non somiglia, forse, a uno dei mille reality show tv dal meccanismo basato sull'eliminazione progressiva di tutti i concorrenti meno uno, il vincitore? Traccia che c'era già nel romanzo di Dahl, beninteso, ma che Tim attualizza in modo molto esplicito. Nell'interpretazione di Wonka, capriccioso padrone a metà strada tra il dandy e Michael Jackson, capace di "soffrire in flashback", Depp mette un bel po' di genio e un pizzico di follia. |
| Corriere della Sera (9/23/2005) Tullio Kezich Se Gide diventò celebre per aver lanciato il motto «Famiglie, io vi odio!», il cardinale Ruini si è guadagnato le prime pagine dei giornali con un'affermazione perfettamente antitetica: «Famiglie, io vi amo!». All'illustre prelato, paladino dell'istituzione familiare, mi affretto perciò a segnalare La fabbrica di cioccolato immaginando che sarà compiaciuto per la morale di un film riassumibile in questo modo: il cioccolato è buono, ma la famiglia è più importante di tutto. Da quando la pellicola di Tim Burton sta uscendo sugli schermi un po' dappertutto, gli esperti dibattono sulle differenze tra l'adattamento e il romanzo originale dell'inglese Roald Dahl (1906-1990). E' bene ricordare che «Charlie and the Chocolate Factory», pubblicato nel 1964, ha venduto nel mondo 13 milioni di copie (in Italia Salani è arrivato alla 21esima ristampa). Nel 1971 ne fu tratto un precedente film, «Willie Wonka e la fabbrica di cioccolato», che da noi passò inosservato mentre negli Stati Uniti è un appuntamento di rigore della Tv natalizia. Vivacizzato dalle spiritose illustrazioni di Quentin Blake, il romanzo racconta l'avventura di Charlie (sullo schermo Freddie Highmore), un ragazzino povero che sembra uscito dalla penna di Dickens, il quale vive con mamma (Helena Bonham Carter), papà e nonni (il più saggio è David Kelly) in una baracca nelle vicinanze dell'imponente fabbrica di cioccolato del signor Willie Wonka, dove nessuno può entrare. Il titolare a un certo punto lancia un concorso per cui i cinque ragazzi che scopriranno un biglietto d'oro dentro le confezioni Wonka saranno invitati a visitare la misteriosa cioccolateria e alla fine del giro il prescelto riceverà un bellissimo premio. Fra i candidati è fortunosamente finito anche Charlie, che si distingue nell'eterogeneo gruppetto comprendente un'inglesina con un padre (James Fox) che la vizia, un'altra bambina superaggressiva, un tedesco lurco e un intossicato dei giochi elettronici. Dal canto suo Wonka, accompagnatore sornione, trova modo durante il percorso di infliggere dei solenni castighi ai quattro antipatici, per poi gratificare l'ottimo Charlie facendone addirittura il proprio erede. L'urgenza di designare un successore risulta più logica in Dahl, dove il benefattore è un personaggio d'età avanzata, come del resto appariva Gene Wilder nel film precedente, mentre tale preoccupazione sembra prematura riferita al poco più che quarantenne Johnny Depp. Il divo si presenta in costume edoardiano, con una «mascara» che sta fra Edward mani di forbice e il discusso Michael Jackson recentemente assolto in un penoso processo per pedofilia. In proposito Roger Ebert ha scritto: «Meno male che i bimbi ospiti di un tipo simile sono tutelati da accompagnatori adulti...» Nella melliflua e virtuosistica incarnazione di Depp, Wonka dà effettivamente luogo a qualche perplessità. Tanto più che il film, staccandosi dal libro, individua la causa remota della sua solitudine nel conflitto adolescenziale con il padre dentista (Christopher Lee), che si ricompone grazie alla mediazione di Charlie e il felice inserimento del cioccolataio nella famigliola del suo erede. Per le vie della complessità, il film approda insomma a una conclusione più esplicita e moralistica rispetto al disimpegnato surrealismo della pagina. Ciò che conta, però, è l'impeccabile gusto con cui Tim Burton inventa l'ambiente della favola, ispirandosi a Chagall e ad altri modelli di pittura espressionista, nonché l'andamento di un racconto ritmato in un crescendo di buffi incidenti e svarianti trovate. Bastava rinunciare alle troppe allusioni confuse e a una vaga morbosità, per fare di questo film un classico del cinema per ragazzi; ma La fabbrica di cioccolato va bene anche così. |
| il Manifesto (9/23/2005) Roberto Silvestri Che i pacifisti siano profeti armati è luogo comune perbenista. Buon ultimo, perfino Thomas Vinterberg lo ha scoperto in Dear Wendy (esce oggi). Non c'è bisogno, però, di fare il catechismo con le figurine per spettegolare sul pacifismo come forma nascosta di «terrorismo». È cosa palese. Quando disponi di potenza di fuoco invincibile, perché sei incontestabilmente nel giusto, anche se piccolo fragile e indifeso (Gandhi, i bonzi viet, i Weathermen), sei contemporaneamente così potente da non dover usare mai armi di distruzione singola, di mucchio o di massa. I bombardieri nemici ecco che si arrendono da soli... Il biondo e buon Charlie, l'eroe della nostra storia, è uno dei tanti bambini «deboli» del cinema di quest'estate (La guerra dei mondi, Batman begins...) ma ha quell'it, quel «certo non so che», la capacità di trasformare la comunità che lo imprigiona in un «mucchio selvaggio» di persone dolci e democratiche (mamma, due nonni, due nonne, il pubblico...), capace di tener testa e forse sopravvivere alla fame nera, ai marziani feroci, ai pedofili sanguinari (protetti dall'alto) e perfino alla Nestlé (qui dispensatrice di 1850 barrette di fondente), attraverso il terrorismo della ragione, della curiosità, del piacere e del sentimento più demodé, il rispetto. Per sciogliere qualunque rigidità disciplinata «basta un poco di zucchero...». Di maggiore interesse politico (ispirato al Jerry Lewis rivoluzionario di Tre sul divano, Le folli notti del dottor Jerryl) è dunque un film operaio per eccellenza, La fabbrica di cioccolato. Tim Burton dirige per la quarta volta Johnny Depp, virtuoso dei personaggi dark, dalla personalità plurima, ambigua e inafferrabile, corpo sovrumano e subumano. Qui oltretutto è sopraffatto (come l'ultimo Marlon Brando) da più strati di trucco e ciprie. Tanto che somiglia (e rende giusto omaggio) a Michael Jackson, con i capelli neri lisci lisci tagliati da Anna Wintour, la voce missata a quella della figlia; pelle e denti bianchi come nelle pubblicità; grinta tra Carrà e Marilyn Manson; sguardi ammiccanti alla Nino Manfredi. Insomma, metà Hughes, metà glam-rock star, il suo Willy Wonka, padrone (e scienziato pazzo) della fabbrica di cioccolato, canditi, caramelle, marzapane. Magnate delle leccornie. Inventore del lecca lecca eterno. Il suo regno è una Disneyland con la panna, una Xanadu coreografata alla maniera di Berkeley, un «paese dei balocchi» costruito con crudeltà freudiana contro il padre, dentista fondamentalista (si spiega nell'happy-end, solo burtoniano), con 60 scoiattoli cannibali, centri tv kubrickiani, reminescenze da «mani di forbice» e ascensori multidirezionali e senza fili. Buco nero dell'immaginario metropolitano, però, nella fabbrica nessuno entra più da 15 anni, è vietata anche a Michael Moore. Charlie, e altri quattro bambini (più genitori) odiosi prepotenti voraci ipnotizzati da chewingum e tv, saranno ammessi nel suo regno solo dopo concorso planetario (e liberatorie varie). E uno solo sopravviverà allo shock fantasmagorico delle merci ipocaloriche sfrontatamente disponibili. Charlie infatti è l'unico che sa coniugare desiderio con curiosità e non vuole stare al gioco dei grandi, uniformarsi ai dispositivi familiari, a quell'incubo patrilineare che sarebbe la «base della civiltà» (Willy Wonka non riesce proprio a pronunciare: genitori). È l'unico che non ne sia già un esponente in nuce, con relative qualità: avidità, competitività, manie ereditarie...È amore a prima vista tra Willy e Charlie. Il film è tratto infedelmente dal romanzo di successo per bambini svegli, scritto da Roald Dahl nel 1964 (rivolta di Berkeley), nelle corde (più di Scorsese, cui fu sottoposto) del regista più visionario e inquietante tra quelli sostenibili. Che, con fantasia snodabile e necrofila e colori saturi e squillanti, ha voluto rivestire di nuove e più lisergiche forme quella «corsa a eliminazione» degna di 10 piccoli indiani. Se lo sceneggiatore John August ha trovato però il primo Willy Wonka (non visto prima di scrivere il copione) più dark del suo, è colpa certo del clima che ci ammorba tutti (ne risentono anche le melodie di Danny Elfman, nonostante l'aiuto di Roald Dahl). Buona fu infatti già la versione 1971, affogata nelle atmosfere hippie e controculturali di Mel Stuart, con Gene Wilder cinico eccentrico umano magnate che licenziava tutti e manteneva intatta la produzione grazie agli Oompa-Loompa, pigmei scovati nella giungla, costo zero, disciplina mille, profitti alle stelle (l'attore che oggi li fa tutti, moltiplicato in digitale, Deep Roy, costa però 1 milione di dollari). Tutt'intorno la miseria regna, nella Londra immaginaria, come neppure Dickens poteva immaginare. Insomma il grottesco è diventato incubo iper-verista. Ma Willy Wonka canticchia «Good Morning sunshine», da Hair. Il «candy», la caramella, non ha per fine la carie. Ma se stesso. |
| Film TV (9/28/2005) Emanuela Martini Su tutto naturalmente, c'è Dickens, il grigiore, la miseria e le suggestioni del vittorianesimo, la povertà e la dignità di David Copperfield, la marsina e il cappello a tuba di Willy Wonka-Johnny Depp uguali a quelli del giovane dandy Alec Guinness in Grandi speranze di David Lean, i golfoni e i mezzi guanti da piccola Dorritt infreddolita di Helena Bonham-Carter, una casa sbilenca e una fabbrica minacciosa con i cancelli che si chiudono davanti agli operai licenziati e sbigottiti, e la neve, che cade e "spolvera" tutto, come in una cartolina natalizia d'epoca, leggermente inquietante, grigiazzurra e bianca, incisa dai flash rossi dei furgoncini, i motorini, gli omettini della Wonka Factory. Jack Skellington, signore di Halloween, si è spogliato dei suoi panni tristi, si è tagliato i capelli alla paggetto, si è vestito di pelliccia e velluto rosso, e celebra il suo Natale tutto l'anno, immerso nei colori scintillanti, gli odori, i sapori del mondo di delizie che si è costruito oltre i cancelli della fabbrica di cioccolato. Ma il cuore di Willy Wonka è molto meno tenero di quello di Jack Skellington, il suo ingegno altrettanto aguzzo ma più perverso, eccitato più dal fastidio che dal bisogno di compagnia, il suo infantile desiderio di rivalsa (nutrito da un austero padre dentista-ex vampiro, l'impagabile Christopher Lee) sovrasta e offusca qualsiasi voglia di tenerezza. Come se Edward mani di forbice (che rivediamo in un lampo, cresciuto e agghindato, quando Willy taglia nastro rosso inaugurale) si fosse adattato al mondo stupido e aggressivo degli adulti. E, diverso e fragile, snob fino al midollo, misantropo e insicuro, avesse attraversato lo specchio, come Alice. Lewis Carroll è il secondo padre naturale di La fabbrica di cioccolato (del libro di Dahl, erede di questi autori molto più sottile e viscerale della JK Rawling di Harry Potter, e del film di Burton che, nero, allampanato, capelli e occhi spiritati, pare lui stesso uscito da un racconto di Natale di Dickens). Più Attraverso lo specchio che Alice nel paese delle meraviglie (anche se nella fabbrica si entra da una porta in miniatura di disneyana memoria). Il mondo di là realizza i sogni della più crudele Regina di Cuori: tra fiumi di cioccolata, alberi canditi ed erba di menta (una visione infantile e spiazzante del Giardino delle delizie di Bosch), in un proliferare di Umpa-Lumpa arcigni, ironici e ballerini (i piccoli abitanti di Umpalandia che si nutrono di semi di cacao e che ora costituiscono la forza lavoro della fabbrica - tutti interpretati dall'impassibile Deep Roy), scopri chewingum che ti fanno crescere fino alle proporzioni di un mirtillo gigante e bluastro, scoiattoli stizzosi che ti gettano nel tritarifiuti come fossi una noce bacata, una stanza tutta bianca kubrickiana dove un teletrasporto ti miniaturizza come l'indimenticabile "shrinking man" e ti travasa dentro uno schermo, tra gli scimmioni di 2001 che aspettano il loro monolite di cioccolata. Così parlò Zaratustra. E così parlò Willy Wonka, che è, tutti insieme, la Regina e il Cappellaio Matto, la Lepre Marzolina e Humpty Dumpty e lo Stregatto (con quel sorriso evanescente e ben curato, dai premolari inconfondibili), mago, inventore, viaggiatore nel suo mondo che rovescia quello delle fiabe e fa alla sua maniera giustizia delle brutture esterne, dei piccoli geni e di quelle che vincono, degli obesi e delle principessine viziate. Non è che Charlie gli piaccia più degli altri; forse, è solo meno molesto e ha conservato, insieme al nonno che lo accompagna, un'umanità antica che accende una scintilla di passato, un rimpianto, un desiderio: una famiglia dove una tavoletta di cioccolato si divide in sette e quattro nonni dormono insieme in un unico letto, una casa scomparsa che ha lasciato un buco vuoto, il miraggio di un'infanzia felice, di una tavola alla quale sedersi e sentirsi sicuri. Quello che Willy, il Pinguino, Edward, Batman, abbandonati o in fuga da padri-stregoni, non hanno avuto. Quello che Tim Burton sogna e ci invita a sognare, ancora una volta, con la sua fiaba magnifica e inquieta: come Edward e Will Bloom (Big Fish), tentare di fare pace con se stessi, con la vita immaginata e quella vera, con una purezza di cuore che non ritorna, ma non va dimenticata. |