Seven swords
Corriere della Sera (9/2/2005)
Maurizio Porro

Brutta aria nel '600 cinese quando i manchurian candidates presero il potere: gli imperatori proibirono le arti marziali e furono solo sette temerari a resistere con le loro spade. Tsui Hark, regista di Hong Kong, a cavallo tra leggenda e storia, recupera il mito dei samurai e minaccia un sequel, addentrandosi nella carneficina del passato. Il suo kung fu, basato sull'armonia sanguinaria delle spade, non è grazioso come quello di Zhang Yimou: qui cola la cattiveria del mondo, efferatezze, linciaggi, mutilazioni e perfino le purghe ai cavalli. Gli nuoce l'eccessiva lunghezza e latita lo spirito epico. Molta musica, molto rumore, fragor omerico.
La Stampa (9/1/2005)
Lietta Tornabuoni

Molto divertente, realizzato con vera maestrìa cinematografica, diverso dai film di eleganti acrobazie a cui il cinema cinese ci ha abituato, «Seven Swords» (Sette spade) di Tsui Hark ha inaugurato fuori concorso la 62a Mostra di Venezia ed è subito visibile nei cinema. Qui le arti marziali non sono pretesto di meravigliose imprese atletiche o di avventure fiabesche: sono oggetto di proibizioni e armi di una guerra seicentesca tra banditi militari e contadini poveri. Teste mozzate che rotolano, uno che evita appena di venire squartato da quattro cavalli in corsa verso direzioni opposte, donne rubate. Tratto da un'opera classica di Liang Yu-Shen, il film è girato spesso in esterni tra monti, gelo e neve, quasi al confine con la Mongolia, nel deserto come sulle alte cime, lungo la via della seta. È collocato nel 1660, quando la dinastia Ching prende il potere in Cina e impone una legge che proibisce e punisce l'uso delle arti marziali, autorizzando ad adoperarle soltanto gli agenti del governo incaricati di mantenere l'ordine pubblico. Non obbedisce alla legge un generale sanguinario che uccide per soldi, ricevendo dal governo una somma per ogni omicidio. Minaccia un villaggio, a difendere il quale vengono chiamati sette straordinari spadaccini. Appunto le Sette spade del titolo, che impersonano la speranza di un mondo dove gli eroi vivono in mezzo agli altri garantendo giustizia e protezione a chi non è in grado di difendersi da solo. Maggiore realismo, eroi credibili, ritorno alle origini del genere, una popolazione migrante che si nasconde nelle grotte, un traditore, acque e cavalli avvelenati, conflitti autentici, amori, errori, dolori, agguati, nomi bellissimi (Vento di Fuoco, Perla Verde), coreografie impeccabili delle scene d'azione, discorsi spiati, duelli all'arma bianca, musiche sentimentali, albe e tramonti struggenti. Il regista Tsui Hark, vietnamita di 54 anni che lavora a Hong Kong con il soprannome di «Spielberg d'Oriente», è un cineasta popolare e insieme rigoroso, capace di lavorare all'intrattenimento senza rinunciare alla sperimentazione e a un uso esuberante degli effetti speciali. Pure il talento commerciale non gli manca: già questo autunno si comincia a lavorare per fare di «Sette spade» una serie televisiva di sessanta puntate, un sequel di sei film e un fumetto.
Film TV (9/6/2005)
Mauro Gervasini

Cina, 1600. Nuova dinastia al potere e nuove regole. Chi è sorpreso a praticare arti marziali viene passato per le armi, secondo modalità oltremodo crudeli. Le truppe di Vento di fuoco, ex generale trasformatesi in bounty killer, assediano un villaggio. In difesa del quale arrivano i magnifici sette, una setta di invincibili guerrieri. Tsui Hark torna al wuxiapian, sorta di "eastern" che mescola linguaggio cinematografico moderno, riferimenti storici e stereotipi universali, gli stessi del western e del chambara giapponese. Seven Swords era attesissimo, perché il precedente wuxia di Tsui, The Blade, è una pietra miliare del genere così come la saga Once Upon a Time in China. Pur essendo al di sopra della media di qualunque film americano non diretto da Michael Mann, il film non raggiunge i livelli di un tempo, inutile girarci intorno. Colpa di una storia magmatica e di potenzialità sprecate. Ci sono personaggi bellissimi come la killer punk Koala o il numero tre delle sette spade, quello "nato tra i lupi", fatti fuori troppo presto o appena accennati. La verità è che nonostante i 144 minuti di durata la materia narrativa è tale da giustificare gli ipotetici sequel (cinque), peraltro non ancora confermati dal regista. Cinematograficamente parlando, va da sé, Seven Swords è assai potente. La concezione realistica e claustrofobica del wuxia secondo Tsui, tutta piani ravvicinati, polvere e acciaio, si distingue nettamente dalla visione new age di Hero, La tigre e il dragone e compagnia bella. Anzi, da un punto di vista estetico qui paiono coniugarsi la ieraticità dell'iconografia samurai, la solita coreografia sovrannaturale degli spadaccini cinesi e la rude concretezza di un immaginario meno raffinato e più barbaro. A metà strada tra Gengis Khan e i vichinghi. Il risultato è epico e crudele, più in sintonia con le esigenze di identificazione del pubblico di oggi, come conferma lo straordinario successo del film in Asia. Chi pensava non fosse più tempo di eroi dovrà ricredersi.
la Repubblica (9/1/2005)
Roberto Nepoti

Ci sono due differenze fondamentali tra Seven Swords, scelto da Marco Muller come apertura di questa edizione della Mostra, e i film-di-spada diretti da Zhang Yimou e Ang Lee. La prima è una questione di tecnica: là dove i suoi colleghi hanno imposto, fino a inflazionarle, le sequenze di duelli aerei a base di cavi d’acciaio, Tsuì Hark (che il vuxia, in pratica, lo ha inventato più di vent’anni fa) punta invece sul realismo dei combattimenti: un realismo ovviamente relativo, dove un solo eroe fa a fette molte decine di avversari, ma ottenuto senza ricorrere a troppi trucchi ed effetti speciali; più vicino, per intendersi, all’estetica degli immortali samurai di Akira Kurosawa. La seconda differenza riguarda lo stile del racconto. Se Hero, La tigre e il dragone o La foresta dei pugnali volanti sono favole sofisticate ed estetizzanti, con sottofondo zen e il marchio d’autore ben stampato sopra, Seven Swords si muove piuttosto dalle parti del grande racconto popolare; più eclettico nei modelli narrativi (innesti massicci di western, assassine sadomaso vestite e truccate come rockstar, ammiccamenti ai fumetti), più “sporco” nella forma, che non disdegna gli espedienti retorici del rallenti o del flashback per dissezionare gli avvenimenti, o per tornare su quelli già visti e chiarirceli meglio. La trama è piuttosto complicata; benché segua, poi, un certo numero di “stazioni” rituali del genere cavalleresco di tutti i tempi e di tutte le culture. Spalleggiato da una banda di ladroni dai nomi pittoreschi, il crudele Vento di Fuoco fa strage nei villaggi della Cina, accumulando taglie con avidità degna dello sceriffo di Nottingham. Di passaggio, violenta belle fanciulle e infierisce sui bimbi. Onde porre fine alle vergognose scorrerie, scendono in campo sette spadaccini (uno è di sesso femminile): di varia estrazione e storia personale, qualcuno perfino riluttante, ma tutti valorosissimi e pieni di senso dell’onore. Al reclutamento della squadra speciale seguono le varie fasi della riscossa, con epilogo pirotecnico e finale aperto verso altre imprese. in effetti il regista ammette che il romanzo di Liang Yusheng da cui ha adattato il suo film conteneva almeno sei filoni narrativi diversi. Ed è perciò che i tratti di ciascuno dei sette eroi sono appena abbozzati; al punto di rendere difficile, per almeno la metà dei 144 minuti complessivi, distinguerli l’uno dall’altro. Una carenza cui il regista-sceneggiatore ha già pensato di porre rimedio; anche grazie al grande successo ottenuto dal prototipo nelle sale d’oriente, Tsui Hark si prepara a mettere in cantiere altre cinque puntate con gli stessi protagonisti. Il che non meraviglia affatto: pensato per un mercato globale, violentemente romantico, pieno di clamore e di furia, costellato di colpi di scena a ripetizione, coreografato magistralmente dal regista delle scene d’azione Lau Kar Leung, Seven Swords è un Guerre stellari del diciassettesimo secolo, un Signore degli anelli ambientato in Oriente anziché nella Terra di Mezzo, ma altrettanto suscettibile di, sviluppi e implicazioni inattese. Che la globalizzazione sia il nume tutelare di questo kolossal (e della futura saga) è indiscutibile: sia per le scelte produttive, che coinvolgono in un so! colpo Cina, Corea e Hong-Kong, sia per quelle degli attori, tutti belli e famosi nei loro Paesi d’origine, sia per la contaminazione di leggende e racconti popolari orientali e occidentali (la Spada-nella-roccia, la Spada-che-canta; la cavalleria medievale e la sua riedizione nell’Ovest americano) . Commentando il suo fastoso e abbagliante Eastern, però, Tsui Hark ribalta con abilità l’argomento: proprio perché abitiamo un mondo globalizzato, perché ormai facciamo tutti la stessa vita, il pubblico si appassiona a film come questo. Dove sopravvivono le idee di giustizia e di amore, di onore e di eroismo che sonnecchiano ancora, malgrado tutto, nelle nostre anime omologate dal consumismo planetario. E che trovano, nei sette eroi, qualcuno ancora pronto a impugnare la spada per difenderle.
l'Unità (9/1/2005)
Alberto Crespi

La parola chiave è "wuxiapian". È il termine che definisce, in cinese; i film di arti marziali. La tigre e il dragone di Ang Lee è il «wuxiapian» più famoso in Occidente, ma per i cinesi è un film di mediazione, rivolto a un pubblico occidentale che non conosce la grande tradizione dei racconti «wuxia» nella letteratura e nel cinema. Il film che ha aperto Venezia, fuori concorso, Sette spade (esce il 2 settembre in Italia distribuito dalla Medusa), è invece un «wuxiapian» spudoratamente cinese, senza compromessi. Potremmo definirlo un film auto-referenziale - tenendo però conto che parliamo di un’opera che, in quanto cinese, si rivolge ad alcuni miliardi di persone in Cina e in tutto il mondo. Il problema è tutto nostro, di noi poveri europei chiusi nelle nostre piccole culture celibi. Sette spade è in realtà un testo chiave per capire alcuni processi economici e culturali della contemporaneità. Il rapporto tra neo-capitalismo denghista e tradizione, la particolare declinazione post-maoista del mercato, l’aggressività dell’economia cinese, la rivalutazione dello yuan, le Olimpiadi di Pechino, il nuovo skyline che fa di Shanghai la New York del terzo millennio... Parla di tutto questo, Sette spade, anche se sembra parlare d’altro. Tsui Hark, 55 anni è il regista. Ha una storia complessa alle spalle. È figlio della diaspora cinese (è nato in Vietnam, all’interno della fiorente comunità cinese che viveva in quel paese prima che le guerre lo insanguinassero) e conosce bene la condizione di alieno. Ha studiato cinema in Texas e ha rubato agli americani tutti i trucchi. A 27 anni si è trasferito definitivamente a Hong Kong, dove ha inventato, assieme ad altri genietti (fra i quali John Woo, da lui lanciato), un cinema fiammeggiante impastato di Kurosawa, di Peckinpah, di Leone... e di tanta cultura cinese, dalla filosofia Zen a Bruce Lee. Vale la pena di ripeterlo: per i cinesi, le arti marziali sono una cosa seria. «La letteratura wuxia - spiega Tsui - è una forma d’arte e di cultura a sé, e ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo della cultura cinese, incarna la romantica speranza in un mondo migliore, in cui gli eroi vivono tra noi, offrendo giustizia e protezione a coloro che non hanno il potere di difendersi da soli». Quest’ultimo punto potrebbe far pensare ai Sette samurai di Akira Kurosawa, ai quali Sette spade rende omaggio fin dal titolo. Ma l’umanesimo di Kurosawa era lontanissimo dal mondo di Tsui Hark. I samurai giapponesi erano poveracci quanto i contadini che difendevano. In Sette spade, tratto da un romanzo di Liang Yu-Shen, lo spunto è invece squisitamente politico: nel XVII secolo, la Manciuria conquista la Cina e instaura la dinastia Qing, che appena salita al potere dichiara illegali le arti marziali. Chi le pratica è un sovversivo, e va eliminato. Bande di killer scorrono il paese uccidendo gli adepti di quelle discipline, e intascando ricchissime taglie. Due giovani abitanti di un villaggio minacciato, istigati da un ex boia che ha fatto ammenda, vanno a chiedere aiuto a un mitico maestro di arti marziali che vive nell’eremo del Monte Paradiso. Questi mette loro a disposizione sette spade magiche, dotate di personalità come la Durlindana di Orlando. Quattro discepoli del maestro si uniscono ai tre ribelli, e si preparano ad affrontare i cattivi... Sette spade è l’epopea di un paese colonizzato che lotta per riconquistare la propria identità (non è casuale che uno dei sette eroi venga dalla Corea, eterno vaso di coccio fra i due vasi di ferro, Cina e Giappone). Tsui Hark, a cavallo tra anni ’80 e ‘90, ha girato film che esorcizzavano il fantasma del 1997, l’anno in cui Hong Kong sarebbe tornata alla Cina. Ora, nel 2005, unendo la sapienza tecnica hongkonghese (da lì viene il sommo maestro d’armi Lau Kar-Leung, che ha all’attivo oltre 400 film) con le forze produttive di Cina e Corea, confeziona un impressionante manifesto dell’orgoglio cinese, un film di incredibile potenza espressiva in cui i codici del «wuxiapian» si impongono senza alcuna ambizione di «meticciato». E come se il cinema americano avesse ancora la forza e le facce - per riproporre i western di John Wayne senza il minimo cenno di autocritica. Se pensiamo che qui a Venezia il suddetto taiwanese Ang Lee porterà un film sui cowboy gay, viene da dire che l’offensiva cinese è totale: da un lato Lee aiuta Hollywood a demolire i suoi miti, dall’altro Tsui ci sommerge con un universo di violenze e di eroi a tutto tondo in cui i valori della «cinesità» appaiono incredibilmente più forti, più in salute dei nostri. Nel cinema come nell’industria tessile, nello sport, nell’informatica, questi si accingono a spazzarci via. Ma noi europei, da decenni colonizzati da Hollywood, dobbiamo essere talmente laici da chiederci, come nella massima Zen: siamo sicuri che sia un male? Se i film sono belli e potenti come Sette spade, forse no.
il Giornale (9/1/2005)
Maurizio Cabona

Nella cultura wuxia, l'arma è la spada. Brandendola, il guerriero diventa tutt'uno con lei e assume un'identità a parte; la lama prende vita e spirito. Così Tsui Hark, produttore, sceneggiatore e regista di Seven Swords (Sette lame) presentava il film inaugurando fuori concorso la Mostra di Venezia 2005. A suo modo un evento: Seven Swords capovolgeva infatti la prospettiva di The Terminal di Spielberg, film d'apertura nella Mostra del 2004. Al posto dell'apologia dello sradicamento, la difesa dell'identità; al posto del piagnisteo, la lotta; al posto di un non-luogo (l'aeroporto) per sfondo e di un non-cittadino per protagonista, sangue e suolo. Ma chi è Tsui Hark per inaugurare la Mostra e per arrivare ora nelle sale deciso a ripetere, se non gli incassi del Signore degli Anelli, quelli della Tigre e il dragone? Ha cinquantasei anni, è nato in Cina, ma è cresciuto a Saigon, nel quartiere cinese di Cholon, fra la guerra francese e la guerra americana per dominare l'Indocina. Brizzolato, baffi, pizzo sul mento, ha riversato il ricordo delle angherie dell'esercito e della polizia dell'allora Vietnam del Sud in A Better Tomorrow III (dvd Eagle), da lui prodotto e diretto. Seven Swords parla di guerra, corruzione, invasione all'avvento della dinastia Ching, nel 1660. S'ispira al romanzo di Liang Yu-Shen, uscito mezzo secolo fa, di cui però Hark ha lasciato inalterato solo il titolo. I personaggi coreani, per esempio, li ha introdotti lui, con due risultati: ampliare l'area di spettatori che possa sentirsi coinvolta nella vicenda; alludere alla minaccia di bombardamento e invasione della Corea (del Nord) da parte americana. Il cinema è la continuazione della politica con altri mezzi. E la continuazione di più o meno consapevoli mitologie. Non a caso il titolo rimanda ad altri film col sette, dai Sette Samurai di Kurosawa al suo rifacimento americano, I magnifici sette di Sturges. In Cina poi sette è un numero fortunato e per un regista ha il vantaggio di consentire inquadrature col protagonista al centro, tre comprimari a destra e tre a sinistra. Oltre a questo, c'è tanta azione e troppa durata, difficile da seguire anche perché, per occhi europei, cinesi e coreani sono come italiani e francesi per occhi cinesi.