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| Amityville Horror |
| La Stampa (8/21/2005) Lietta Tornabuoni La casa abitata, visitata, assediata dai fantasmi è un classico della letteratura gotica, Amityville è un luogo classico del cinema horror recente: dal 1979 al 1990 ha nutrito cinque film americani (tratti dai libri di Jay Anson e di Hans Holzer), uno dei quali diretto dal regista italiano Damiano Damiani. «Amityville Horror» di Andrew Douglas è un rifacimento del primo film della serie, con alcune varianti. Una giovane famiglia (madre vedova, tre bambini nostalgici del loro papà perduto, secondo marito) comprano nel 1975 una bellissima casa da Long Island, per un prezzo tanto basso da suscitare sospetti: un anno prima vi è accaduto infatti un orribile eccidio, un ragazzo ha ucciso a fucilate nel sonno sei componenti della propria famiglia, adulti e bambini. I nuovi abitanti ancora non lo sanno, ignorano che ancora prima la casa sia stata luogo di torture e prigionie, sono felici: «Abbiamo realizzato il nostro sogno americano, e ce lo teniamo», dice lui. Si fa presto a dire: misteri e tormenti cominciano subito, dal primo giorno. Appare una bambina fantasma cerea, con un foro da proiettile in fronte; appare una faccia maschile ferita e insanguinata; tutte le finestre si spalancano di colpo; visioni di morte violenta s'intrecciano a voci e rumori terrorizzanti; rivoli di sangue colano sulle pareti, porte si aprono da sole, i visi degli abitanti appaiono per un attimo cadaverici, lampadine elettriche si spengono. L'uomo di casa non vuole andarsene (la donna sì) ma, assalito da una nube nera di insetti, perde la testa: prende il fucile, uccide il cane, sta per assumere l'identità del precedente assassino uccidendo tutti. «Le Case non uccidono le persone», però la famiglia scappa via appena in tempo. Il film non è granché, ma ha una leggerezza rara nel genere, usa gli effetti speciali con efficacia e misura. Il capofamiglia Ryan Reynolds è bello e quasi sempre nudo sino all'inguine, mentre la bella bionda Melissa George è sempre molto vestita. |
| Film TV (8/22/2005) Raffaella Giancristofaro Alle 3.15 del 13 novembre 1974, Ronald, figlio maggiore dei DeFeo, domiciliati a High Hopes, Long Island, sterminò i suoi a fucilate nel sonno. In tribunale disse di essere stato guidato dalle voci ossessionanti della casa. In questo corretto remake, a trent'anni da quel raccapricciante evento (tratto da una storia vera) le fondamenta, le travi, le finestre, i soffitti di quella dimora coloniale continuano a grondare sangue. Dopo un veloce prologo che riassume quell'eccidio, l'azione corre a un anno dopo, quando la famiglia Lutz (lui, lei e i tre bambini di lei), si insediano a High Hopes, stupiti dal suo basso costo e ignari della maledizione che la opprime. Sono, soprattutto per il capofamiglia, ventotto giorni di inferno. Reale. Il sogno americano del possesso della casa, (costruita su una missione di indiani: citazione da Poltergeist?) inciampa nel maligno implacabile e potente, e la violenza del passato riemerge a tormentare i vivi. Perché se non sono le case ad uccidere le persone, non si può neanche fuggire dai propri problemi. Tanti momenti di tensione e paura, un uso calibrato ma efficace degli effetti, un bel carneo sacerdotale di Philip Baker Hall (nell'originale c'era Rod Steiger), un finale rapido e sospeso. |
| Corriere della Sera (9/9/2005) Maurizio Porro Pur avendo miliardi di neuroni, è un peccato sprecarne anche alcuni per la vecchia storia della casa stregata che ha fornito all'horror un prototipo già trattato troppe volte, primo un film di Rosenberg del '79 che ora ci appare un capolavoro. La storia truculenta, vagamente presa dalla realtà, si ripete: la famigliola con tre figli che va in tilt per i fantasmi dell'eccidio che li ha preceduti a Long Island mentre il patrigno assume l'identità assassina del massacro. A parte il divertimento di vedere Ryan Reynolds che assomiglia a un Nanni Moretti palestrato, resta il trionfo dei luoghi comuni della paura, col sangue che sgocciola e la bambina pallida pallida che torna dall'al di là. Arriva anche un esorcista, ma ci vuol altro di fronte al Male che incombe e distrugge gli affetti, fino alla scena di terrore familiare con l'ascia, uno Shining dei poveri. |