Perdita Durango
La Stampa (6/26/2005)
Lietta Tornabuoni

«Perdita Durango» è il nome di una prostituta messicana giovane, violenta e triste, che s'innamora dello spacciatore Javier Bardem e conduce con lui una vita di crimini e morte. Il regista delle avventure/disavventure di questi Bonnie e Clyde latini è Alex de la Iglesia, quarantenne di Bilbao, autore di «Azione mutante» e di altri film appartenenti alla tradizione «nera» del cinema spagnolo: il film, che risale a otto anni fa e non era mai uscito in Italia, è tratto da un romanzo di Barry Gifford e da lui benissimo sceneggiato. Molte cose belle. All'inizio, un ghepardo sinuoso toglie coi denti il lenzuolo di dosso alla protagonista Rosie Perez nuda, dormiente e sognante. Bambine chiedono soldi con maschere di gomma sul viso, come rapinatori di banca. Bardem, con i capelli nerissimi lunghi sulle spalle e baffi alla tartara, rapina una banca portando sulla faccia una maschera d'argento, ha il volante dell'auto fatto di catene, guida riti della «santerìa» molto spettacolari che culminano in sacrifici umani. Lei fuma sempre, beve sempre Coca Cola, ha lunghe unghie finte color sangue rappreso. Lui si chiama Romeo Dolorosa, adora il petto delle donne, venera il film 1954 «Vera Cruz» con Gary Cooper e Burt Lancaster. Rapiscono un ragazzo e una ragazza bianchi e biondi studenti di college, per sacrificarli: li usano, se ne invaghiscono, alla fine li lasciano andare. Un potente gangster chiede a Javier Bardem di rubare un camion -freezer con un carico di feti umani destinati all'industria dei cosmetici: lui lo fa e sarà la sua ultima impresa. Il film è molto ben scritto, ben diretto, ironico. I protagonisti hanno caratteristiche opposte (lei ansiosa tristezza, lui spavalda allegria), ma le loro strette sessuali sono fortissime e belle. La zona del confine Usa-Messico, dove il cinema ha sempre fatto accadere eventi fatali (pure adesso, ne «Le tre sepolture», primo film diretto da Tommy Lee Jones) è brulla e suggestiva, arida come un cimitero in attesa di ospiti. Insomma, «Perdita Durango» col suo romanticismo mortuario è interessante e divertente.
il Manifesto (7/1/2005)
Antonello Catacchio

Prima ancora che un film Perdita Durango è una stravaganza. Ampiamente premiata. In Spagna ha ottenuto un paio di Goya (tecnici), al Fantafestival di Roma è stato riconosciuto miglior film e Rosie Perez migliore attrice protagonista. Tutto questo, forse per rispettare l'anomalia del film, risale al 1998. Il lavoro di Alex de la Iglesia (realizzato subito dopo El dia de la bestia) è rimasto escluso dai nostri schermi per sette anni buoni prima di irrompere nelle italiche sale che in questo periodo vengono ampiamente disertate dal pubblico. Un peccato, perché Perdita Durango accumula un'infinità di motivi di interesse. A partire dalla sceneggiatura che Barry Gifford ha tratto dal suo romanzo in collaborazione con David Trueba. Gifford è uno tra gli scrittori più eccentrici (collaboratore di David Lynch per Cuore selvaggio e Strade perdute) e qui ha confezionato una storia borderline. Non solo perché si svolge tra il confine messicano e quello statunitense. Lì infatti troviamo Romeo Dolorosa, impegnato a riesumare cadaveri dal cimitero per i suoi riti da santero. E lì incrociamo Perdita. I due si aggrappano in amplessi torridi e partono insieme per la loro avventura che consiste nel portarsi appresso una coppia di ragazzotti bene che hanno rapito e un carico di feti che devono consegnare a Las Vegas dove verranno utilizzati dalla mafia come ingredienti di prodotti di bellezza. Il valore aggiunto consiste nella delirante capacità compositiva di de la Iglesia che trasforma tutto quel che guarda in grottesca inquietudine. A partire dal protagonista maschile, Javier Bardem, all'epoca non ancora così famoso. Bardem ostenta un taglio di capelli terrificante, rasato ai lati, lunga chioma sopra, un paio di baffetti improbabili e un'esuberanza divertita che riempie lo schermo. Accanto a lui Perdita, Rosie Perez che deve essersi sentita travolta da una storia decisamente inconsueta per chi opera nei pressi di Hollywood. Cast che può avvalersi anche di James Gandolfini (anche lui preSoprano) nei panni di un agente intenzionato a mettere il sale sulla coda a Romeo, affiancato nell'impresa dal regista Alex Cox chiamato a interpretare un collega demenziale. E ancora Screamin' Jay Hawkins (è l'autore della mitica canzone I put a spell on you) sodale di Romeo nelle sue pratiche magiche. Carlos Bardem, professionalmente meno fortunato del fratello Javier, chiamato a interpretare un ruolo ambiguo. E per rimanere tra parenti Aimee Graham, sorelle di Heather, rapita e strapazzata. Ognuno è al suo posto, mentre tutto intorno scorre sangue a fiumi, si compiono nefandezze inenarrabili (al punto che il film è stato vietato ai minori di quattordici anni) e talvolta inguardabili per chi non sia disposto a reggere, per esempio, la necrofagia. Ma non crediate che in questa coproduzione tra Messico, Spagna e Stati Uniti ci siano solo efferatezze, esiste anche la nostalgia e sentimenti delicati, come la rievocazione che Romeo fa del primo film che ha visto su uno schermo non proprio stabile: Vera Cruz. Con Burt Lancaster che viene seccato da Gary Cooper. Immagine suggestiva che viene ricostruita nel finale per integrarsi perfettamente con il racconto. Vite che scorrono sul filo del rasoio, nomi che riecheggiano destini segnati, amori strappati a forza di disperazione, e tutto che finisce nell'azzardo di Las Vegas, capitale dell'irrealtà. A confronto Hollywood è un mondo concreto. Le luci dello strip della cittadina del Nevada illuminano uno scenario che non esiste, se non come scenografia dell'illusione. E Perdita Durango non poteva che terminare il suo viaggio in questo non luogo di anime perse.