La guerra dei mondi
FilmChips (6/29/2005)
Elisa Giulidori

"La guerra dei mondi" di H.G. Wells è uno dei più classici libri di fantascienza, pubblicato nel 1898 ha avuto innumerevoli riduzioni, sia per lo schermo che per la radio, la più famosa è stata quella che Orson Welles fece della stazioni radio della CBS, il 30 ottobre 1938, provocando il panico tra la popolazione. Ora Steven Spielberg si cimenta con questo mostro sacro, puntando la sua attenzione, non tanto sull'invasione aliena, quanto sulle reazioni umane che questa catastrofe scatena, attraverso il punto di vista di Ray Ferrier, un gruista del porto, il tipico uomo medio, se non avesse il volto di Tom Cruise. Ray è un immaturo, allergico alle responsabilità, divorziato dalla moglie è incapace di gestire i rapporti con i due figli: l'adolescente Robbie e la piccola Rachel di dieci anni. Quando i due figli devono passare il fine settimana col padre la tensione tra i tre è palpabile, ben sottolineata da una camera a mano nervosa e instabile. L’attacco degli alieni, improvviso e spettacolare, con sequenze di fuga bellissime, dove alla rotta concitata delle persone si contrappongono i brandelli dei vestiti della gente colpita che volteggiano rallentate nel vento, costringe Ray a farsi carico dei due figli, cominciando una disperata, precipitosa fuga verso la salvezza. Le varie tappe del viaggio segnano un climax nella violenza che Ray e i figli devono subire ed esercitare verso gli altri esseri umani per poter rimanere vivi. E che l'interesse del regista si concentri proprio sui rapporti interpersonali, e non sulla lotta con gli alieni, è evidenziato anche nelle scene con Tim Robbins, dove è la contrapposizione tra i due caratteri e non la presenza dell'extraterrestre ad essere protagonista. E’ angosciante il modo in cui Spielberg rappresenta l'umanità in fuga, una massa indistinta, in preda ai peggiori istinti che non si fa remore a picchiare, aggredire ed uccidere chiunque percepiscano come ostacolo alla proprio salvezza. Tutta la prima parte del film è bellissima e inquietante, una visione apocalittica che risente sicuramente del clima che si vive in America dopo il giorno 11 settembre, non a caso Rachel chiede al padre se ad attaccarli non siano proprio i terroristi. Un clima di terrore e smarrimento che per Spielberg si può superare solo grazie alla aiuto reciproco. E non è un caso che un gesto di solidarietà, l’unico di tutto il film (Cruise viene salvato dagli alieni dai suoi compagni di prigionia) segni l’inizio della fine degli extraterrestri, anche se i due eventi non sono direttamente collegati tra di loro. Come abbiamo detto il film è pregevole nella prima parte ma quando entrano direttamente in scena gli alieni la tensione si stempera e la storia parte mordente, con un crollo verticale nell’happy end finale.
FilmChips (6/29/2005)
Iolanda Siracusano

Dare corpo, volto e consistenza a ciò che da sempre ci affascina, ma allo stesso tempo ci terrorizza, non è un'impresa facile. In tanti, e la storia del cinema ha avuto modo di dimostrarlo, sono e sarebbero caduti nel grottesco e nel caricaturale. In tanti. Non un signore però che di nome fa Steven e di cognome fa Spielberg. Lui di extraterrestri decisamente se ne intende. Ne aveva dato prova già nel lontano 1982, anno di uscita di "E.T - L'extraterrestre", quando con la storia del piccolo alieno abbandonato sulla terra, commosse platee sconfinate di adulti e bambini. L'aspettativa, dunque, nei confronti del su menzionato signor regista era alta, altissima. E per l'intera prima parte de "La guerra dei mondi", tale aspettativa viene totalmente appagata. Il merito va oltre che all'incredibile regia visionaria di Spielberg (Spielberg è Spielberg), ad uno straordinario Tom Cruise nei panni di Ray Ferrier. Ciò senza nulla togliere alla sorprendente interpretazione della piccola e già bravissima Dakota Fanning nel ruolo di Rachel. Peccato che nella seconda parte della pellicola, durante il tentativo dei "tripodi" invasori (una sorta di meduse in acciaio) di sterminare il genere umano, la scena si tinga di splatter. E peccato soprattutto per la soluzione a dir poco "fiabesca" del gran finale. Ma procediamo con ordine. Tratto dal celeberrimo racconto "La guerra dei mondi", pubblicato da H.G. Wells per la prima volta nel 1898, il film mette in scena una paura atavica del genere umano: quella di dover, prima o poi, volenti o nolenti, affrontare un attacco da parte di forme di vita provenienti da altri pianeti. Per l'occasione Spielberg dà a quello che aveva concepito come un "E.T." dolce e smarrito, un segno decisamente negativo. Così, dopo averci fatto infatuare dei nostri potenziali coinquilini di Universo, prova molto, molto seriamente a farceli odiare. E ci riesce benissimo, dato che i non avvezzi al genere alta-tensione-horror, balzeranno frequentemente dalla poltrona ipotizzando l'irreparabile per l'umanità. A vivere attimi di puro terrore, a parte per qualche scena ben fatta e iperrealistica di disintegrazione e sterminio collettivo, è per la verità un'umanitàmolto compressa: una famiglia, ovviamente americana, ovviamente non di quelle che si sceglierebbero per pubblicizzare paste asciutte fumanti su tavole impeccabilmente imbandite. L'eroe della vicenda è infatti Ray Ferrier (un Tom Cruise, lo ripetiamo, in ottima forma), un operaio portuale che da tempo vive lontano dalla propria famiglia. Ray è padre, non proprio esemplare, di due ragazzi: un adolescente di nome Robbie (Justin Chatwin) e la già citata piccola Rachel (Dakota Fanning). Questi vanno a trovarlo molto di rado, solo qualche week end. E tutto comincia proprio un tranquillo week end, dopo che l’ex moglie di Ray (Miranda Otto) e il suo nuovo marito, portati i ragazzi dal padre, vanno via. È allora che, a seguito di una strana e violenta tempesta elettrica, Ray accerchiato dalla folla, vede affiorare dalle viscere della Terra, lì dove più fulmini senza tuono si sono abbattuti (un fulmine non dovrebbe mai abbattersi nello stesso punto) una gigantesca macchina da guerra a tre zampe. Prima che qualcuno riesca a capire di cosa si tratti e a reagire, la creatura comincia ad incenerire tutto ciò che ha intorno. Ai protagonisti e all'umanità intera, non resta che fuggire. Interessante è che, da quel momento in poi, ad imporsi sul pianeta Terra sia sì una forza esterna ed estranea, ma anche e soprattutto, insieme all'istinto per la sopravvivenza propria e dei propri cari, un istinto altrettanto naturale, ma funesto. Un istinto che tanti secoli fa Thomas Hobbes sintetizzò con il celeberrimo "homo homini lupus" e che per chi avesse dimenticato lasua lezione dà vita ad uno stato di natura che sprofonda l'uomo in uno stato di guerra incessante di tutti contro tutti. Alla fine, insomma, la domanda sorge spontanea: tra tanti tripodi, più o meno sanguisuga, non è che alla fine il vero extraterrestre o meglio il vero nemico da cui difendersi, continui ad essere lui? L'ingegnoso e machiavellico essere umano? Per rispondere non resta che andare al cinema e scoprire che fine fa, per esempio, il personaggio interpretato dal come sempre gigantesco Tim Robbins. Certi film bisogna vederli.
la Repubblica (7/1/2005)
Roberto Nepoti

Oltreché un'efficace macchina da spettacolo (chi ne dubitava?), il film con cui Steven Spielberg ha invaso l'estate cinematografica mondiale è un saggio su quanto il tempo cambi le cose. Rispetto all'edizione "cult" del romanzo di H. G. Wells diretta nel 1953 da Byron Haskin, è cambiata - ovviamente - la qualità degli effetti speciali, che ora esaltano la verosimiglianza della fantasticheria paranoide a livelli stratosferici. Ma questo è il meno. Sul piano sociologico, cambia l'assortimento dei personaggi: al posto dell'uomo e della ragazza, un padre e due figli: proiezione dell'ossessione epocale per il mutamento dei rapporti famigliari. Cambia, fino a ribaltarsi, l'immaginario di Steven, prima popolato di teneri E. T. con cui avere incontri ravvicinati, ora di "visitor" repellenti e distruttivi. Analogo discorso per i terrestri: se quelli del giovane Spielberg erano fiduciosi e solidali, nella Guerra dei mondi ce li ritroviamo massa imbarbarita, vile ed egoista. Chissà che è passato, nel frattempo, per la testa del regista? E poi: è davvero il caso di fare gli esegeti di fronte a un film volutamente semplice, che ha per fine l'emozione (e la cassetta) come i pop-corn movie del sabato? Un film che si può legittimamente guardare proiettandoci dentro le paure del momento (oggi il terrorismo, nel '53 lo spettro della guerra fredda), ma che in fondo è soprattutto un gran teatro della regressione, cui abbandonarsi per lasciarsi spaventare dai mostri delle fiabe. E farsi salvare da papà.
il Giornale (6/29/2005)
Maurizio Cabona

Fra belle scene d'azione e brutte scene di recitazione, come sempre nei film di Steven Spielberg, La guerra dei mondi impasta l'archetipo dell'invasione spaziale cinematografica - La guerra dei mondi di Byron Haskin (1952) - coi recenti luoghi comuni patriottici e le esigenze bushiane di rilanciare i valori familiari. Fin qui c'è coerenza nel film. Però poi Spielberg - con gli sceneggiatori Josh Friedman e David Koepp - vuol anche accontentare la dissidenza pacifista hollywoodiana. Allora oppone il pacifista e fuggiasco operaio urbano e divorziato impersonato da Tom Cruise al combattivo, stanziale, rurale, sposo e padre felice (fino all'invasione) impersonato da Tim Robbins; col primo che uccide il secondo a mani nude, nonostante la sproporzione! È comunque proprio la parte politica a offrire le sole battute di una qualche efficacia: quella del figlio di Cruise che chiede al padre se gli invasori spaziali siano «europei»; e quella di Robbins che si presta bene all'Irak: «Gli invasori non vincono mai». La parte «bellica» è sempre altamente professionale, ma - dopo Indipendence day e la distruzione di New York e Washington - vedere distruggere Newark (New Jersey) sembra poca cosa. A Spielberg non dispiace rifare film altrui. A dispiacersene è il pubblico, che resterà facilmente deluso da questa Guerra dei mondi che non regge il confronto con The day after Tomorrow. Alla vigilia della sessantina, però, Spielberg non sa più rinnovarsi. Sono infatti rare le novità rispetto al modello originale e quelle poche sono autocitazioni: i marziani - una volta si diceva così - sono un po' i genitori di Et, un po' i Gremlins (tutti personaggi di film diretti o prodotti da Spielberg). E gli abiti che volteggiano nell'aria, quando i corpi umani sono esplosi, colpiti dal laser; o che cadono dai «tripodi» degli invasori che li hanno dissanguati, evocano la pioggia di cenere nella Lista di Schindler. Ancora una volta nel cinema di Spielberg il momento più forte è quello del linciaggio. Quando vuole mostrare la propensione americana alla violenza (l'ha fatto da Sugarland Express fino a A.I.), Spielberg è ancora lui. L'unico cambiamento sostanziale è piuttosto un capovolgimento. Il regista buonista di Incontri ravvicinati del terzo tipo e di Et diventa cattivista nella Guerra dei mondi, adottando la logica dell'«o noi o loro». Senza nemmeno sperare - in questo proprio uguale al film di Haskin, girato durante la guerra di Corea - che i «buoni» possano vincere senza l'aiuto di Dio e dei suoi aiutanti, che qui non sono angeli, ma microbi ai quali i marziani non sono immuni. In tempi di immunodeficienza acquisita (Aids), è strano che la comunità gay americana non sia insorta.
Corriere della Sera (6/29/2005)
Tullio Kezich

Oggi 29 giugno scoppia nel mondo La guerra dei mondi. Il film di Steven Spielberg, che invaderà le sale in 10mila copie di cui 650 in Italia, inizia con le stesse parole del romanzo fantascientifico di H. G. Wells ( 1898), solo trasferito al tempo presente. Non vi aspettate poi che l'attonito testimone in fuga dagli alieni sia un intellettuale, come nel libro. Tom Cruise è un portuale divorziato, che ha un rapporto conflittuale con i figli, l'adolescente Justin Chatwin e la bambina Dakota Fanning (una piccola attrice da Oscar). Su questo nodo famigliare il film intreccia una labile trama a supporto delle scene catastrofiche, imitando Wells che non si preoccupò di inventare un vero e proprio soggetto. Va ricordato, per inciso, che mai profezia sballata risultò più tragicamente giusta di quella che sulla soglia del Novecento lo scrittore inglese oppose in chiave antitetica al « trionfo della luce » del ballo Excelsior , preconizzando l'avvento del buio causa invasione di marziani. Trascorso oltre un secolo, bisogna ammettere che di abitanti di Marte non se n'è visto neanche uno, ma in cambio Londra è stata davvero semidistrutta, proprio come nel libro, e sul pianeta si sono succedute stragi anche peggiori: due conflitti mondiali, l'Atomica, l'Olocausto, il Gulag, le purghe di Mao; e sconfinando ai giorni nostri, costretti a fare i conti con i « martiri » bombaroli di Baghdad e i bigotti nucleari di Teheran preferiremmo quasi veder atterrare gli extraterrestri. Che magari si rivelerebbero bravi e buoni, secondo la precedente visione di Spielberg in Incontri ravvicinati e E. T.. Per attingere alla massima credibilità, Wells ambientò la sua opera intorno alla casa dove abitava, a Woking, e la prima brillante idea della famosa trasmissione di Orson Welles che il 30 ottobre 1938 mandò in tilt gli Usa fu di trasferire l'azione nel New Jersey. La seconda trovata consisté nel raccontare gli eventi come in un giornale radio, che fu scambiato per autentico con le note tragicomiche conseguenze. Furono geniali scelte che il produttore John Houseman suggerì allo sceneggiatore Howard Koch e di cui, arrivando al microfono ignaro di tutto, il furbacchione Orson si prese il merito ( lo si legge nella biografia scritta da Simon Callow). Tra i precedenti dell'attuale kolossal c'è poi un altro La guerra dei mondi , prodotto da George Pal nel 1953, un cult movie del quale Spielberg ha riesumato i protagonisti nei panni dei suoceri di Cruise. Uscito nel pieno di quella psicosi dei dischi volanti acutamente analizzata da C. G. Jung, il film strappò un Oscar per gli effetti speciali, inclusa un'atomica vanamente lanciata contro gli invasori. La variante Pal si collocava a Los Angeles e dintorni, mentre Spielberg forse desideroso di coniugare Wells e Welles torna nel New Jersey da dove parte la ritirata di Cruise e figli verso Boston. Sull'arco dei 116 minuti di La guerra dei mondi convivono due film. Nel primo, Spielberg, aggiornato al dopo 11 settembre, aggancia la metafora ai timori dell'epoca presente. Sicché assistiamo all'apocalittica messinscena con il brivido di chi sa che cose simili sono in qualche modo già successe e continuano a incombere. Spielberg si ricorda di San Francisco ( 1936) per descrivere le strade che si spaccano in voragini, del Titanic per il tumultuoso naufragio del traghetto sull'Hudson, di Griffith e del Soldato Ryan per la battaglia sulla collina; e ci regala una sequenza memorabile quando all'improvviso Dakota vede scorrere il fiume pieno di cadaveri. Purtroppo dal momento in cui si scende nella cantina dov'è asserragliato Tim Robbins lo spettacolo prende le tinte dell'horror: e il rimpiattino con i serpentoni meccanici che cercano le prede da acchiappare e dissanguare, pur girato benissimo, assume un carattere pressoché consolatorio. Ovvero ci ricorda che siamo al cinema, dove tutto è finto. Ed è un vero peccato: se The War of the Worlds fosse tutto come la prima metà sarebbe ricordato come il Gran Portale delle Paure del XXIesimo secolo.
La Stampa (6/29/2005)
Lietta Tornabuoni

«M’è parso che fosse arrivato il momento di proporre agli spettatori degli extraterrestri un po' meno simpatici di E.T... Nel clima dell'11 settembre non credo che questo film sia fuori posto»: nell'avventuroso kolossal «La guerra dei mondi», tratto dal romanzo 1898 di Herbert George Wells, il regista Steven Spielberg ha infatti disseminato allusioni politiche contemporanee. Piccolo dialogo, a esempio: «Che cos'era?», «Roba che arriva da qualche altra parte», «Tipo l'Europa?». Piccola domanda: «Terroristi?». Come un ostaggio, la bambina con una benda nera sugli occhi canterella sottovoce. Ma il punto centrale è l'Invasione, l'Occupazione («è sempre fallita»), la Sopraffazione dell'America da parte di nemici malvagi e malconosciuti. Niente di nuovo per la fantascienza, anzi. Una novità per Steven Spielberg, che in «Incontri ravvicinati del terzo tipo» (1977), «E.T. l'extraterrestre» (1982), «A.I. Intelligenza Artificiale» (2001) aveva ideato extraterrestri o cyborg buoni, affettuosi, con i quali avere rapporti pacifici, amichevoli: ma gli Stati Uniti si proclamano in guerra antiterrorista e ogni nemico non può essere che brutto e cattivo. Nel raccontare la semplice storia di un padre che vuol salvare i suoi due figli (una bambina di dieci anni, un adolescente ribelle) dall'invasione della Terra da parte di alieni distruttori, e la loro terribile fuga dal New Jersey a Boston, Spielberg rende «La guerra dei mondi» diverso da ogni altro film di fantascienza. Non ci sono monumenti famosi distrutti, Manhattan allagata o Parigi in fiamme; non ci sono riunioni di generali con il Presidente davanti a sterminate carte geografiche; quasi non ci sono troupe televisive che riprendono il disastro, né telefoni d'emergenza. Non c'è, all'inizio, la immancabile piccola famiglia idilliaca, la bella casetta col giardino fiorito: la famiglia è divisa, la moglie-madre si è risposata ed è incinta, il capofamiglia Tom Cruise è operaio al porto, ha una brutta casa angusta e non va affatto d'accordo col figlio adolescente. La storia è centrata sulla gente comune dai caratteri contrastanti (l'impetuoso violento, il pacato razionale), sugli affetti famigliari, sul vuoto assoluto di informazioni, su immense folle ansiose di profughi che invadono le strade senza saper dove andare, e sul caso fortuito che distrugge gli invasori. Il film comincia citando il libro da cui è tratto («al di là degli abissi dello spazio, intelletti vasti, freddi e spietati guardano la Terra con invidia e preparano i loro piani contro di noi») e finisce nella stessa maniera. Dopo una strana e violenta tempesta elettrica (cielo nero, fulmini e saette, tuoni e lampi, niente più energia né telefono né radio o televisione né frigorifero, auto paralizzate) emergono dalle viscere della Terra monumentali macchine da guerra a tre zampe dette Tripodi: devastano, uccidono, incendiano, riducono in macerie ogni cosa. Soltanto più tardi (oltre la metà del film) si vedranno gli autori di questa catastrofica offensiva aliena: ai Marziani Spielberg non ha saputo rinunciare, ne ha fatto esseri con grossa testa, corpo minuscolo, zampe sottili e mani come quelle di E.T., che si nutrono di sangue umano facendo prigionieri gli uomini, dissanguandoli, gettandoli poi nei fiumi gonfi di cadaveri o sul terreno che presto diventa un mare rosso di sangue e di lacerti umani. Il film ha una gran caratteristica: nonostante l'uso continuo di effetti speciali, la bravura di Spielberg ha saputo immettervi un'aria un poco obsoleta che evoca i film di fantascienza come metafora della guerra fredda degli Anni Cinquanta, suscitando nostalgia e insieme allarme. E' dinamico, fatto benissimo, ha grandi momenti: passa veloce nel buio un treno completamente in fiamme, camminano lenti profughi patetici con carrelli pieni di libri sperando di metterli in salvo, Tom Cruise e Dakota Fanning sono bravissimi, la bambina grida di paura con voce stridente come una rondine, passano stormi di uccelli strepitanti. E Tim Robbins si lamenta: «Questa non è una guerra tra uomini. E' uno sterminio».
il Manifesto (6/29/2005)
Roberto Silvestri

Un portuale sindacalizzato, lo sposta-container Ray Ferrier (Tom Cruise), divorziato, si gode i figli nel week end, mentre l'ex moglie incinta Ray (Miranda Otto) va a Boston col suo nuovo marito un po' square. L'atmosfera è già da Duel. Il figlio adolescente Robbie, Ipod dipendente, non sopporta quel padre squattrinato, psicotico, pessimo nel baseball, giocherellone e un po' «femmineo» (e sembrerà lo scontro padre/figlio in Private di Saverio Costanzo: è più macho chi combatte e perde virilmente, come Bush jr. o Hamas o i teocon, o chi, in mancanza di altre possibilità, arrestra, intanto, e minimizza i danni e tratta e «perde tempo» ed è relativista come McNamara, Lula, Kissinger o Arafat?). I colleghi sfottono l'eccessiva correttezza Alf-Cio sul lavoro di Ray. Solo la figlia piccola bionda impaurita e impettita, Rachel, si fida, chissà perché, dell'abbraccio del suo vero papà... E qui siamo già in una dimensione Et, con Tom Cruise però a indicare «home» e una nuova Drew Barrymore a coccolarlo,capirlo e guidarlo. Inizia, infatti, l'incubo. D'un tratto. Il duello coi mostri. Come Indiana Jones, ma, questa volta l'americano è disarmato, non maneggia né la pistola né la scimitarra. Piacere sadico, per noi. Una tremenda tempesta elettrica, in un cielo d'acciaio e fuoco, spacca tutto e resuscita dal sottosuolo macchine da guerra vampire, metà vegetali e tentacolari, metà futuriste come in Abyss, come fossero guidate da milioni di creature giurassiche uscite dai corsi di addestramento di Minority Report. Quelle macchine, sepolte milioni di anni prima da un pessimo pianificatore di dimensione cosmica, trattano missili, carriarmati, bombe e ogni arma del più potente esercito del mondo come i winchester trattavano le frecce indiane.... I marziani usano i terrestri come cibo. Ne succhiano il sangue come ragionieri nazisti scioccamente inebriati di purezza ariana. Un paesaggio rosso shocking si impadronisce della terra. Raggi della morte disintegrano qualunque resistenza... Un sopravvissuto impazzito (Tim Robbins, travestito da personaggio cupo di Shyamalan, cappuccio incluso), che nasconde i due nel sottoscala, ma vuole far guerra guerreggiata all'antica, dovrà essere assassinato da Ray, perché non capisce che solo la «non violenza» è un'arma micidiale invincibile, in certi casi. Il pacifismo è l'arma letale. Però non scommetteresti un cent sulla possibilità di sopravvivenza di questa poco sacra famiglia - figuriamoci che Robbie si è buttato nella lotta, a testa bassa, contro un tripode gigante... L'Europa, si saprà, è già spacciata. Solo qualche giapponese è riuscito a abbattere uno di quei cosi. Chi ha molto sofferto, e subito punizioni dell'altro mondo, non ha paura di Godzilla e dei succedanei. Proprio in questi giorni commemoriamo Hiroshima, nagasaki e il 75% delle città giapponesi bruciate e distrutte dai bombardieri di un'America senza ormai Roosevelt. Migliaia di anni fa il sangue dei terrestri era eccellente, per i marziani che ci appaiono mal sindacalizzati e affetti da esagerato spirito comunitario. Noi quel sangue lo abbiamo modificato. Promiscuità, metissage, anche eroina e aids... Dunque facemmo benissimo ad avvelenarcelo questo sangue...quei morti, per molti incomprensibili, servirono a qualcosa. Gli uomini e donne, le persone comuni, «non vivono e non muoiono, dunque, invano», si dirà nel film. Posseggono quel «certo non so che» (divino? batteriologico? biopolitico? biodiverso?) a prova di mostri, «barbari», «selvaggi», alieni organici o ibridi aggressori, eugenetici di tutto il mondo... I terrestri, fossero anche in una situazione disperata, dunque vinceranno sempre, sopravviveranno a qualunque minaccioso incubo. Ma, per evitare ogni giocondo ottimismo (non siamo mica dentro uno schema dicotomico semplificato alla Peter Jackson) se non siamo fatti per essere conquistati da nessuno, possiamo, però, distruggerci troppo facilmente da soli... (e qui c'è la citazione dal Fritz Lang antilinciaggio che renderà nevrastenici i leghisti, mentre altri troveranno del Cocteau nella scena più agghiacciante del film, quando sfreccia un treno diretto all'inferno e proveniente dall'Ade). La guerra dei mondi inizia come un requiem attonito, incupito dagli ottoni di John Williams, sui morti dell'11 settembre. E quei «tremila americani», più qualche saudita stranamente disperato, restano spettrali presenze, quasi un coro muto, che ci osserverà fino alla fine, da dietro lo schermo. Ma non solo loro, legioni di «spettri di Marx» osservano. Volano pezzi di carne. Sguardi sempre più atterriti si volgono al cielo che scarica lampi senza tuoni e erutta giganteschi tripodi, inattaccabili, quasi la caricatura dei caricaturali marziani all'attacco di Tim Burton. Palazzi che si sbriciolano. Asfalto che si spacca. La polvere, troppa polvere. Gli aerei che si sfracellano... Il requiem si raddoppia. Il cielo che schiaccia gli abitanti del suburbio, paralizzati dal black out, dai reporter tv osceni e dalle automobili tutte in panne, sembra vendicativo. L'americano si pente per gli indiani d'America sterminati? Per tutto il globo sotto il controllo ferreo degli Usa, perché i due terzi delle risorse petrolifere necessarie vengono proprio da lì e l'Impero ne ha bisogno e succhia famelico? Quando, in piena guerra fredda, i film di fantascienza e di orrore divennero non generi qualunque, ma i più politici e critici di Hollywood, testi indecifrabili per la censura ma decodificati dai kids più vispi, che disintegravano nell'immaginario virus incurabili, per la democrazia Usa, come il «maccartismo» o gli intrighi del complesso militare industriale, Steven Spielberg, classe 1946, iniziava a girare i suoi primi corti. E si ispirava proprio alla grafica del fumetto (senza inebriarsene, come Rodriguez), al ritmo dei rock'n'roller, allo spirito di Berkeley, alla sensibilità fantasy, anti-gotica e anti-europea, di Richard Matheson e alle atmosfere tv, così contemporanee e inquietanti di Rod Serling (Ai confini della realtà), per fabbricare marchingegni critici e catartici di immensa potenza. Spielberg divenne così, da Duel a Et, da Incontri ravvicinati, dagli Indiana Jones a Schindler's List ai Jurassic Park, il narratore più moderno, comunicativo e sconvolgente del malessere e degli incubi americani di fine secolo. E questo remake, pauroso e meditabondo, di La guerra dei mondi, che esce oggi in tutto il mondo, realizzato con la sua squadra fissa e fidata di creativi e producer, è tratto molto liberamente dal romanzo di H.G. Wells (1898) e dall'esperimento radiofonico antinazista di Welles del `38. E conferma la maestria crescente di un cinico e tenero umanista, manipolatore orchestrale di sensazioni e emozioni visuali che ha grande rispetto filologico per il kolossal realizzato da Byron Haskin nel 1953 (si pensi al polso del marziano, che esce esangue dal tripode accartocciato). Capace di preservare intatto il suo spirito teenager, Spielberg fa sembrare il film un piccolo episodio di Twilight Zone. La «pomposità» è il primo vizio esiziale da sbriciolare della monoforma hollywoodiana (Spielberg è anti Hollywood, produce i film che vuole, non che deve). Non fatevi ingannare dalla mirabolante e quasi «wagneriano» spinta dinamica permessa dalle nuove tecnologie digitali audio e video. Questo film che scodella l'intero catalogo di tragedie tv passate (tsunami e Ruanda compresi) è un home movie, raccontato in prima persona singolare, da un padre di famiglia atterrito dalla «guerra permanente» e preventiva (ecco perché torna Tom Cruise, già con lui in Minority Report che, come spiega Slavoj Zizek in Distanza di sicurezza, meditava sulla «dottrina Cheney» e sulla pretesa Usa poco etica di compiere attacchi preventivi). E alla fine non è la tragedia unica e irripetibile, grande e spettacolare, a irrompere da qualche altro mondo, ma il cupo persistere di una condizione senza speranza, la vita come lunga emergenza, la catastrofe come onnipresente sfondo. Il primo mondo è diventato terzo mondo. Per questo è vera fantascienza.
Film TV (7/5/2005)
Enrico Magrelli

Un convulso weekend di terrore alieno. Un attacco alla terra da parte di intelligenze più acute, sviluppate e spietate di quella del genere umano. Esseri superiori o che si considerano tali che hanno nascosto nel sottosuolo i loro tripodi prima che l'homo sapiens cominciasse ad abitare e a prendere, possesso del pianeta. Esseri più deboli del nostro organismo forgiato da malattie ed epidemie. Alieni indifesi di fronte ai germi, al sangue infetto, ai virus. Immunodeficienti ad alta tecnologia (a vederli sembrano dei gremlin metallizzati). La paura dell'attacco e dello scontro di terzo tipo con altri coloni di altri mondi riflette, dal 1898, l'anno in cui H.G.Wells pubblicò l'omonimo romanzo di fantascienza, e oggettiva paure profonde che cambiano nel tempo, avvinghiandosi alle angosce delle svolte storiche. La "cosa" assume le forme che la nostra società politica e civile e il nostro inconscio decidono che abbia. Nel 2005, a quattro anni dalla tragedia dell'attacco alle Twin Towers, l'aggressione agli Stati Uniti (alcune comparse in fuga dalle città danno notizie contrastanti sulle sorti dell'Europa), Paese emblema e sintesi di un modello di civiltà, la minaccia (lo ripetono-chiedono i due "figli" del gruista Ray-Tom Cruise, Rachel-Dakota Fanning e Robbie-Justin Chatwin) è quella dei terroristi. La guerra tra il nostro mondo, il nostro modello di vita, la nostra cultura e quelli dei barbari dello spazio che "bevono" le persone, ne succhiano il sangue, lasciano rigagnoli solidificati in un paesaggio trasformato in un landa purpurea, abbattono chiese e palazzi e polverizzano gli uomini e le donne con i loro raggi di luce non prevede armistizi, o trattative. Prevale la legge del più forte e la debolezza e le imperfezioni del corpo umano sono l'arma segreta in questa battaglia che deve riaffermare l'indipendenza e la libertà. L'impianto spettacolare del conflitto, il crescendo di paura, insicurezza, morte, le visioni apocalittiche, il susseguirsi serrato e ascendente di incidenti e catastrofi sostiene la prima parte del film e ne fa un ottimo esempio del cinema catastrofico raffinato dalla ricerca digitale degli effetti speciali. La tempesta di fulmini che è il prologo dell'offensiva, il passaggio del treno in fiamme, le autostrade intasate da una folla spaventata e disorientata e da automobili inchiodate all'immobilità, i cadaveri trascinati dalle acque del fiume, il traghetto preso d'assalto, la polvere bianca che sembra la stessa che ricopriva gli attoniti superstiti e testimoni del crollo delle torri newyorkesi, il blackout elettrico che fa fare un balzo nel passato alle abitudini e alle comodità quotidiane, lo sbucare dagli alberi dei tripodi sono più interessanti, avvincenti e "cinematografiche" dell'altro nucleo del racconto che descrive abbastanza male, nell'apocalisse planetaria, il disagio di un padre (una figura simbolica e narrativa non controllata completamente da Steven Spielberg) che non sa essere paterno, autorevole e rassicurante per un figlio ringhiante (l'interpretazione di Chatwin non convince) e una figlia con attacchi di panico, friabilità sfuse e allergie al burro di arachidi (la Fanning è diventata lo standard di se stessa). Il babbo divorziato (Tom Cruise che è in genere un bravo attore, qui offre una prova senza mordente, sbiadita) vuole proteggere i due figli, vuole riconquistare un ruolo nella loro vita, vorrebbe imparare a cantare le ninne nanne che non ha mai cantato, vuole guadagnarsi il diritto di essere chiamato "papà". Il cataclisma galattico e quello domestico non si compenetrano, non interagiscono soprattutto per colpa di una sceneggiatura meccanica e mediocre. Ridimensionato lo stupore e le epifanie dell'invasione, il film e i personaggi finiscono in uno scantinato presidiato da un Tim Robbins invasato e sotto shock, pronto a battersi in nome di una resistenza a oltranza. Con quest'incontro nella trincea sotterranea il film si siede e si spegne, nonostante la suspense del braccio-video che esplora e cerca umani da catturare. Le chiacchiere e il confronto tra i due uomini sono una digressione lunga e superflua, un film nel film. Con l'aggravante dell'ingresso in campo degli alieni (vedere l'invisibile è un ossimoro, un errore, un rischio insostenibile). Il rispetto per Spielberg non modera il fastidio per un lieto fine posticcio e illogico.
Sole 24 Ore (7/17/2005)
Roberto Escobar

Per un milione di anni le loro macchine mostruose sono rimaste nascoste nel sottosuolo. Poi, in un giorno uguale a ogni altro, gli alieni hanno cominciato il loro attacco alla Terra. Questo racconta La guerra dei mondi (War of the Worlds, Usa, 2005, 116'), trasportando nella New York impaurita di oggi il racconto che Wells ambienta nella Londra lontana del 1898. Quando i lampi di fuoco bucano la città, quando dall'asfalto che si sgretola escono i tripodi, e quando gli uomini e le donne vengono spazzati via come insetti irrilevanti, è appunto quel «milione di anni» che suggerisce l'angoscia più profonda. Erano qui, vicino a noi, i mostri. Da tempo immemorabile stavano sotto le nostre case, dentro il nostro stesso spazio domestico, e ora uccidono senza un motivo che non sia quello di succhiarci via il sangue. Diverso era, 3 decenni fa, lo Steven Spielberg di Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977). Quando raccontava la paura, la sua macchina da presa ne era comunque la protagonista. Così accadeva già agli esordi, con Duel (1971), nel quale l'angoscia stava tutta nello sguardo geniale dell'esordiente ventiquattrenne. Così accadeva con Lo squalo (1975), almeno finché il mostro era "insinuato" nei nostri occhi dall'occhio del cinema. E proprio come un set cinematografico era inondato di luce e felicemente aperto alla meraviglia del possibile lo spazio in cui atterravano gli alieni, nel film del '77. Ora invece non ci sono aperture, per quasi tutto La guerra dei mondi, e non ci sono luci, a parte quelle degli invasori assassini. Quanto al cinema, la genialità di Spielberg sembra certo molto meno di maniera, e ben più viva che negli altri suoi film recenti. E però è come oppressa da un'angoscia che è anche sua, e non solo degli uomini e delle donne che racconta. D'altra parte, proprio il coraggio con cui la rende esplicita, quest'angoscia, segna il valore e il senso del film. I1 punto di vista assunto dalla regia, e dalla sceneggiatura di Josh Friedman e David Koepp, è quello di un piccolo uomo smarrito. Non c'è la forza di una nazione intera, non c'è l'apparato della maggiore potenza del nostro Mondo, a fronteggiare l'invasione, ma solo lo sguardo di Ray Ferrier (Tom Cruise). Attorno a lui, insieme con le case e le strade, cade e sprofonda ogni possibilità di senso. Anche la televisione, centro dell'immaginario, è incapace di catturare e controllare quello che accade. Tutto ciò che può fare è spargere panico, favoleggiando di uguali catastrofi in atto in Giappone e in Europa. Gli uomini e le donne — non più individui, e ancor meno cittadini — sono annullati in una folla anonima. A guidarli non c'è identità di nazione, non c'è bandiera, non c'è norma e non c'è ragione, ma solo un'esplosiva, incoerente, mortale corsa verso la sopravvivenza. Tutto quello che Ray può tentare, dentro la catastrofe, è una fuga che non sia del tutto irragionevole e insensata (per quanto, visto l'avanzare dei tripodi, irragionevole e insensato sia già solo immaginare che ci sia ancora un luogo verso cui fuggire). Così, tentando di salvare i suoi figli — e con essi la sua paternità, inadeguata e piena di colpe — il piccolo uomo abbandonato a se stesso decide di non percorrere le stesse strade della folla anonima, e di non farsi vincere del tutto dalla paura. È incalzante e spietato, il racconto di Spielberg. I1 suo procedere non viene mai alleggerito da una speranza, ma al contrario ogni speranza, ogni ipotesi di fuga, viene negata dal dilagare dell'invasione, e ancor di più dall'epidemia del terrore. Inutilmente Ray tenta di sottrarsi alla folla, inutilmente tenta di non partecipare alle sue reazioni autodistruttive. Ogni volta, appena un po' più in là del suo cammino, lo attendono il niente e il panico di un mondo che crolla. Anche il figlio Robbie (Justin Chatwin) gli sfugge via, convinto che sia suo dovere combattere contro un Nemico che non può esser vinto. Poi, chiuso nel sottosuolo insieme con Harlan (Tim Robbins) — un "patriota" paranoico —, gli tocca convincersi che non c'è più futuro, e che il suo sangue è cibo per alieni assassini. Ed è qui che, inatteso, giunge il lieto fine, non quello narrativo che lo stesso Wells ha immaginato, e che il film mantiene, ma quello di "atmosfera" che la sceneggiatura sottolinea. Alla fine, appunto, torna la normalità, nella vita di Ray: torna il figlio, che la guerra non gli ha ucciso, e torna la sicurezza dello spazio domestico. E tuttavia in platea ancora più forte resta il ricordo dell'angoscia da cui il film è nato, e certo anche il sospetto che il nostro immaginario sia in balia di alieni assassini che abitano dentro noi, nascosti nel profondo delle nostre anime.