La piccola Lola
il Giornale (6/17/2005)
Maurizio Cabona

In effetti al centro della vicenda c'è la coppia formata da Jacques Cambiili e Isabelle Carré, che parte dalla boscosa e salubre Alvernia per cercare nell'inquinata e corrotta Phnom Penh quel che gioventù e benessere non garantiscono: la prole. L'amore è dunque il loro; l'avventura si rivela l'adozione. Sugli schermi passa ogni tipo di sesso, mai quello coniugale: l'averlo ora mostrato basta a rendere notevole La piccola Lola, che non ha i cliché del cinema francese e ha le qualità tavernieriane: forza e sincerità. E il solo difetto: la lunghezza. Se la Carré si vede nel suo splendore, non per questo il Tavernier della Piccola Lola è un tardivo emulo del Just Jaeckin di Emmanuelle: non scambia la Cambogia dei francesi sterili per la Tailandia dei francesi adulteri. Caso mai si avverte il suo disagio nel mostrare amplessi. Come uscirne, senza dissolvenze e rispettando i personaggi? Interrompendoli sempre: mai un'unione portata a termine, per contrattempi vari. E se lei geme, non è piacere, è dolore: lasciato dalle intrusioni ginecologiche. Tavernier, che è stato un critico, aveva in mente un modello negativo: La città della gioia. Così ha evitato di girare in India, che pur aveva ispirato alla figlia Tiffany il romanzo da cui è tratto il soggetto. Ha scartato anche Mali e Vietnam, per approdare in Cambogia, dove ogni ricorso alla pubblica amministrazione va pagato al funzionario incaricato. Chi più paga, più ottiene o ottiene prima. Perciò le coppie che si affollano per mesi nell'albergo di Phnom Penh, di medio o basso reddito (Maria Pitarresi e Brunu Putzulu interpretano una coppia di francesi d'origine italiana), sono esasperate che altre coppie, americane, portino via i bambini che vorrebbero per loro.
Film TV (6/22/2005)
Enrico Magrelli

Le piogge monsoniche, i mercati odorosi, le strade malridotte, il traffico, gli insetti fastidiosi, gli sciami di motorette, i caotici sfondi urbani e la campagna, il caldo afoso, i piatti piccanti, l'economia di strada, i visi. La macchina da presa di Bertrand Tavernier si lascia irretire dalla Cambogia. Pedinando il calvario burocratico ed emotivo di una coppia, Pierre (Jacques Gamblin) e Geraldine (Isabelle Carré), arrivata in Asia per adottare una bambina, il regista denuncia/constata il "mercato" delle adozioni e racconta, con un rispetto e una discrezione rosselliniana, il presente di un Paese in cui il ricordo degli orrori dei khmer rossi non è svanito. Il film non è né un polemico dossier da inchiesta televisiva né un generico docu-fiction: lo stile e la forma riflettono un punto di vista morale. Scritto anche dalla figlia di Tavernier, La piccola Lola per 128 minuti (qualche taglio in più non avrebbe minato l'intreccio) si sintonizza sulle preoccupazioni, i picchi nervosi, i sorrisi, gli scoramenti, le ansie, la scelta di "paternità" e di "maternità" dei due protagonisti e delle altre coppie bloccate negli alberghi cambogiani in un'assurda lista d'attesa. Adozione e commercio dei bambini, corruzione e traffici illeciti, fax e moduli, firme e timbri, "donazioni" e visti, lacrime dei piccoli e commozione degli adulti in un film incalzante e ammirevole.
la Repubblica (6/24/2005)
Roberto Nepoti

In La piccola Lola Géraldine e Pierre, coppia francese, vanno in Cambogia nella speranza di adottare un bambino. E' un percorso di guerra: tra burocrazia malata, intermediari corrotti, bimbi offerti all'asta; né la comunità di aspiranti genitori è tale da incoraggiare alla solidarietà e al conforto reciproco. Però alla fine del percorso c'è Lola, uno scampolo di cambogianina per cui nessun sacrificio parrebbe eccessivo. Un film sulle difficoltà dell'adozione è cosa da trattare con cautela, sotto il rischio continuo di scivolare nel pietismo, narrando il supplizio psicologico patito dai personaggi, o nella caricatura. Cineasta di classe, Bertrand Tavernier lo ha affrontato con impegno e lucidità: un'inchiesta minuziosa sulle coppie che vanno dall'altra parte del mondo per adottare, quando la loro nazione glielo vieta, ha dato luogo a una sceneggiatura che trova quasi sempre l'equilibrio giusto tra drammaticità e leggerezza, emozione e sorriso, fiction e taglio documentaristico (le scene girate con cinepresa a mano). I dubbi, gli slanci, le gioie e la fragilità della coppia sono elaborati con efficacia, senza eccessi di empatia, dalla recitazione di Jacques Gamblin e Isabelle Carré. Se un limite c'è va attribuito, paradossalmente, allo spirito militante di Tavernier che dà luogo a notazioni giuste e acute (quando sottolinea, ad esempio, le differenze di classe sociale tra i vari genitori adottivi), ma lo fa scivolare in un finale troppo dimostrativo e didascalico per chiudere in bellezza il suo bel film.
Corriere della Sera (6/25/2005)
Maurizio Porro

Dopo l'affresco di Laissez passer, Tavernier, ispirato dal Rossellini di Stromboli, ripiega sul privato di una coppia francese che vuol adottare un figlio in Cambogia, scontrandosi con pregiudizi, corruzione, burocrazia locali. Film da referendum, che mostra come il calvario dei virtuali genitori incida sui rapporti, sull'equilibrio sentimentale. Incontrano una realtà diversa, accolti dal monsone: ed è anche una buona occasione per un amarcord sul processo al regime killer dei Khmer rossi. Jacques Gamblin e Isabelle Carré sono bravissimi nel rendere l'anonimato dei coniugi qualunque travolti dalla stupidità, due ragazzi che si amano e vivono un'avventura asiatica che racconteranno al bambino che hanno portato con sé.
Sole 24 Ore (7/10/2005)
Roberto Escobar

Laggiù c'è il Vietnam», indica Pierre Ceyssac (Jacques Gamblin) a Géraldine (Isabelle Carré). I due sono arrivati nel cuore di quella che fu a lungo l'Indocina francese. Dopo settimane, stanno per realizzare il loro sogno. Così almeno credono. È forse questo il motivo che li induce a gettare lo sguardo verso il confine fra Cambogia e Vietnam senza altra memoria che quella degli anni passati in attesa di un figlio: prima di un figlio loro, e poi di un figlio da adottare. Eppure, tutto intorno a loro, tanto nella giungla che vedono da lontano, quanto nelle vie affollate di Phnom Penh, dovrebbe suscitarne anche un'altra, di memoria, più antica, ma non per questo meno importante. Appunto fra l'una e l'altra, fra quella individuale dell'oggi e quella collettiva e politica dello ieri, sta La piccola Lola (Holy Lola, Francia, 2004, 128'). Certo, Bertrand Tavernier e i suoi ottimi cosceneggiatori — la figlia Tiffany e suo marito Dominique Sampiero — non fanno del passato francese in Cambogia e in Vietnam l'oggetto immediato del loro film. Eppure, non c'è quasi momento della storia di Pierre e Géraldine che non rimandi di fatto, e per così dire in silenzio, al tempo ormai lontano delle colonie. Scritto e girato come se non volesse essere molto più che il diario di una storia esemplare e forse addirittura di un resoconto giornalistico, La piccola Lola entra in profondità in una delle ferite più sofferenti della nostra parte di mondo: quella del desiderio inappagato di un figlio e di un futuro attraverso di lui. Per lunghi anni Pierre e Géraldine lo hanno sofferto, quel desiderio, e poi — come tanti prima di loro — si sono decisi a tentare l'adozione internazionale. All'inizio lo hanno fatto in qualche Paese dell'Est europeo, e poi più a oriente, rincorrendo quello che — con tutto il dolore e tutta l'umana pietà che il fatto in sé e le immagini del film ci impongono — si può anche chiamare l'andamento del mercato della speranza. Ora, appunto, i due sono in Cambogia. Ci sono arrivati carichi di valigie e insicuri, inaspettatamente simili a migranti. Tutto intorno c'è un Paese estraneo, un Paese che sembra escluderli già con il clima, oltre che con una lingua che del francese conserva solo qualche traccia imbarbarita. Per settimane la loro vita trascorre in un piccolo albergo, che niente ha più di coloniale. E con loro, con le loro stesse speranze, le loro stesse fatiche e il loro stesso senso d'estraneità, stanno molte altre coppie di europei. Non sono ricchi, se non di coraggio. Per il resto, sono alla mercé d'una burocrazia fitta di corruzione. E al centro di tutto — del peggio, ma anche del meglio, del commercio gestito dai funzionari, ma anche di un amore che non si lascia scoraggiare —, al centro di tutto, dunque, ci sono i bambini. Ne parlano e anzi ne favoleggiano tra di loro, queste coppie in attesa. E si dicono quanto conti essere americani, nel mercato della speranza. Si dicono, ancora, quanto quel mercato possa esser dominato dal denaro e dalla potenza della politica, nonostante la legge. Perdono i loro giorni in inutili visite nei brefotrofi, e in altrettanto inutili colloqui con mediatori più o meno ufficiali, passando di speranza in delusione, con la prospettiva d'essere prima o poi costretti a rinunciare. E c'è anche un controcampo, in La piccola Lola. Ossia, c'è la prospettiva opposta a quella degli occidentali. C'è la sofferenza dei cambogiani, costretti a quel mercato dalla povertà, e insieme da una esplosione di vita che ha la forza della giovinezza, ma anche l'avventatezza. Non conta davvero la corruzione, e nemmeno la prepotenza dei funzionari o il cinismo di qualche mediatore. Quello che conta è un popolo che sembra voglia prendersi la rivincita sulla Storia. Alla fine, il coraggio ostinato di Pierre e Géraldine vince. Trovano la loro piccola Lola. La trovano e la strappano, un po' alla volta, tanto ai capricci di qualche burocrate cambogiano quanto a quelli di qualche burocrate francese. Ne sono felici e inteneriti, orgogliosi di mostrarla in giro, magari anche in un supermercato di Phnom Penh. I cambogiani rispondono con un sorriso, in quel supermercato. Ma quel che Pierre e Géraldine stanno facendo è pur sempre un furto d'amore, un atto soggettivamente splendido, e oggettivamente gravido di dolore. E la compassione necessaria per questo furto d'amore che, di fatto e per così dire in silenzio, Tavernier prova e ci comunica. Insieme, ci comunica un'angoscia che ci riguarda proprio come occidentali. Là dove mezzo secolo fa stavamo da dominatori, ora cerchiamo qualcosa che da soli talvolta ci pare di non poter più avere: la fiducia e la speranza nei figli, e nel futuro.