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| Alta tensione |
| il Manifesto (6/10/2005) Roberto Silvestri Alexandre Aja dirige con i soldi (e sotto un controllo produttivo certo non invisibile di Luc Besson) Alta tensione, neo horror all'europea. Ovvero senza emozioni che non siano di esplicita irrisione e scherno verso modelli americani profondi e non capiti. Vale una sola immagine straziante di Jim Muro o di Frank Henenlotter di tutto questo pretenziosa, ammiccante e subalterna sequela di «isotopi» narrativi mal giustapposti, mal incollati insieme e mal musicati. Certo, come ci suggerisce lo stesso titolo italiano, che allude a un Mel Brooks, potremmo essere in piena parodia del super splatter d'oltre oceano. Ma il tono è serissimo, da arringa, se non di Le Pen certo da comitato per la vita....Insomma le teste mozzate tornano a zampillare sangue, ma non come nei dipinti di Masolino da Panicale. Come negli spot di asce e coltelli. In una vecchia fattoria della provincia francese (che ormai è set sempre più fisso del cinema transalpino, d'autore o commerciale, in fuga da Parigi), due studentesse, Alex e Marie, preparano gli esami in assoluta tranquillità. Ma quando la calma è troppa, mai fidarsi. Ed ecco, sul far della notte, annunciato dai fari che esitano nel buio, da un riflesso pauroso nello specchio inaspettato e da una fatale doccia, che porta sempre male in film di questo genere, arrivare uno strano camioncino Citroen. È la versione charmant e da modernariato dell'automezzo macabro di Il silenzio degli innocenti.... Ne esce il perfetto clone deformato del «serial killer». Cappelletto da baseball, tuta grigia non proprio immacolata, come fosse un ghostbuster, un corpaccione rubato a Sam Raimi che inizia a stritolare le teste usando armadi e a cacciare bimbi urlanti nel bosco imitando Jack Nicholson...Le ragazze resisteranno alla bestia impazzita? Nonostante una colonna sonora transalpina, solo davvero in pericolo solo quando irrompe una canzone dei Ricchi e poveri. |
| Corriere della Sera (6/11/2005) Maurizio Porro Le vie dell'horror sono infinite, o comunque tentano di superarsi di continuo. In questo film francese del surrealista Alexandre Aja, intitolato come una vecchia rivista di Billi e Riva, scorrono ettolitri di sangue e le persone rimangono vive anche dopo feroci torture. Gli umani ridotti a cartoon e il solito killer patologico che si aggira fra i campi di grano, sterminando una famiglia. Si salvano la figlia e l'amica con cui studia (e forse anche altro...) ma il finale sarà per loro e per noi raccapricciante. Primo tempo in attesa di spiegazione, ma ci sono paura e una certa tensione, come dal titolo. La sorpresa alla fine coglie di soppiatto e non è prevedibile neppure per chi conosce bene Psycho, ma il regista bara troppo: allora tutto è possibile. |
| Film TV (6/14/2005) Pier Maria Bocchi Prima cosa, Luc Besson, strombazzato dalla promozione italiana, è tra i coproduttori, non accreditato, però la sua cifra stilistica è inesistente. Seconda cosa: Alta tensione è tra i migliori thriller-horror degli ultimi anni. Se non fosse per una soluzione finale irritante, che apre squarci inediti ma del tutto inutili e perfino vigliacchi, sarebbe perfetto. Alexandre Aja, che esordì tempo fa con un fantapocalittico niente male (Furia), prova di essere serissimo, coscienzioso e abilissimo. Non si fascia la testa con genuflessioni cinefile da studentello (come accade al pessimo Pascal Laugier di Saint Ange, per esempio), e gira secco e crudo una vicenda semplicissima, di pochi elementi: un maniaco assassino, una famiglia sterminata in una casa di campagna, una ragazza in fuga. Pochissime parole, tensione - appunto - alta, messinscena in scope matematica ma sobria, e per questo ancora più efficace. Aja si è visto tutto l'horror che conta, ma non c'è puzza di compitino, né di esame, né di cattedra. Gioca d'astuzia, è in grado di sorprendere, e sa affondare il coltello nella carne, nei sensi, nelle paure e perfino nell'erotismo. Poi ci va giù pesante col gore, curato in maniera egregia dal redivivo Giannette De Rossi: attenzione all'uso incredibile di un mobile da soggiorno. Un vero film di genere, coi cosiddetti. Averne. |
| La Stampa (6/15/2005) Alessandra Levantesi Lo splatter funziona anche se non è prodotto in Usa, patria degli zombi e delle porte che non si devono aprire. Anzi, se è spagnolo, giapponese o francese può essere addirittura meglio (stendiamo un pietoso velo sul fatto che l'horror italiano non è menzionato nella lista, tanto da noi il film di genere, pilastro portante dell'industria cinematografica, è pressoché sparito). Lo hanno decretato su Internet alcuni spettatori rimasti affascinati da «Alta tensione» di Alexandre Arcady, uscito per la verità con incassi non travolgenti. Si inizia con Marie che ferita, affranta e con i vestiti sporchi di sangue, fugge nottetempo in un bosco: inseguita non si sa da chi, forse da lei stessa. Ma è solo un sogno, l'incubo vero deve ancora cominciare. Marie e l'amica Alex sono in viaggio: si apprestano a trascorrere un tranquillo soggiorno di studio presso i familiari di quest'ultima che vivono in un'isolata fattoria, nei dintorni della quale abbiamo visto stazionare un malandato, sporco camioncino Anni '40 con a bordo un energumeno in tuta. E quando il veicolo riparte, a terra giace una testa femminile mozzata. Oltre al fatto che le reazioni dei personaggi, come al solito in questo tipo di storie, sono scriteriate, non tutto torna nella sceneggiatura di «Alta tensione» se la si ripassa nella mente alla luce della sorpresa finale. E di fronte a un film che non risparmia i particolari di gole tagliate da affilati rasoi, cadaveri decapitati, zampilli di sangue a volontà, massacri a colpi di accetta e di sega elettrica (un classico!), viene da chiedersi se vale la pena di pagare un biglietto per soffrire tanto. Ma diamo atto a Aja di essere un cineasta abile a creare e a mantenere un'allucinato grado di suspense, come era ai tempi in cui l'horror non era ancora annacquato dall'ironia e dal divertimento citazionistico. Qui, a parte l'omaggio al Tobe Hopper di «The Texas Chainsaw Massacre», non c'è proprio niente da ridere. E in un film dove in pratica non si parla, il viso della protagonista Cecile de France acquista un'intensità da interprete del cinema muto. |