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| L'Orizzonte degli Eventi |
| il Giornale (5/20/2005) Michele Anselmi L'Orizzonte degli eventi è un concetto di Fisica relativo ai buchi neri, ma anche titolo metaforico, dai riflessi esistenziali. Gli eventi in questione sono gli effetti legati ad un'audace ricerca sui neutrini compiuta nei laboratori sotterranei del Gran Sasso e i fatti imprevisti scatenati dalla situazione, in un mix di pulsioni private e misfatti pubblici. Poiché in quei laboratori sovrastati da 1400 metri di roccia si studia la cosmologia relativistica dell'enormemente grande e la fisica quantistica dell'enormemente piccolo, avrete capito che la suggestiva ambientazione serve a Daniele Vicari per mettere a fuoco la crisi del protagonista. Tormentato dal ricordo del padre che fu coinvolto in Tangentopoli, sentimentalmente indeciso tra due collaboratrici, incapace di accettare la sconfitta, quindi pronto a truccare i dati della ricerca pur di arruffianarsi la comunità scientifica, Max Flamini è un uomo duro, ambizioso, nel fondo anaffettivo. Quando viene sbugiardato, per la vergogna prova a suicidarsi gettandosi con l'auto fuori strada. Non gli riesce. Soccorso da un pastore albanese, Bajram, che l'accoglie nella baracca senza luce e comodità, a contatto con una vita silenziosa, esposta alle intemperie, il ricercatore si confronta con se stesso. E si dice perfino pronto ad aiutare l'immigrato, il cui passaporto è stato sequestrato da orrendi connazionali: o paga o muore. Ma si può credere a Max? Se in Velocità massima era il mondo proletario e colorito delle corse clandestine a innervare il melodramma, qui si cambia scenario: Max appartiene a una sorta di aristocrazia scientifica che ai risultati tutto sacrifica, il controcanto lo fornisce Bajran, il pastore avvezzo a sgozzare pecore, l'uomo-bestia cresciuto nella violenza di un Paese scosso dalla guerra, nondimeno capace di slanci generosi. Avrete capito che l'immaterialità dell'esperimento sui neutrini fa risaltare l'inconciliabilità dei due universi: il «sotto» e il «sopra» della montagna. Purtroppo il film si sfrangia in un pessimismo ideologico/esistenziale fatto di sguardi allusivi, tempi morti, panorami brulli, neon lividi, sospensioni estenuate. Protagonista un aggressivo-meditabondo Valerio Mastandrea, il quale, pur ripudiando il consueto romanesco, fatica un po' a trasformarsi in rampollo alto-borghese. |
| la Repubblica (5/20/2005) Paolo D'agostini Dell'opera seconda (dopo "Velocità massima") di Daniele Vicari abbiamo parlato dal festival di Cannes dove partecipava alla "Semaine de la critique". Il film ha ispirato più diffidenze che consensi, ma noi gli davamo il benvenuto. Che confermiamo sapendo quanto a partire dal titolo impervio (rubato al linguaggio della sperimentazione scientifica con valenza metaforico-morale) il film sia portatore di ambizioni ideologiche e di messaggio. Max (bravo e sinistro Valerio Mastandrea) è un fisico tanto promettente che gli hanno affidato la direzione di una ricerca nel prestigioso centro posto nelle viscere del Gran Sasso. Ma è più condizionato dall'ambizione e dalla legge della competizione internazionale che non guidato dalla consapevolezza etica del limite che dovrebbe ispirare la sua missione di scienziato. Fa un errore e perde il suo status. Ritrovandosi sbalzato in un mondo lontano anni luce: appena all'esterno della montagna che custodisce il santuario del sapere. Vittima di un incidente d'auto (cercato per punirsi?) viene sia derubato che soccorso da un pastore macedone tenuto in schiavitù dal racket dei clandestini. Max potrebbe ricambiare, aiutarlo. Ma non saprà, ne vorrà farlo. Molto «costruito» e forse al di sotto dell'ambizione di trasfigurare in espressione artistica una tesi da dibattito, resta una rara prova del misurarsi con la responsabilità dell'intellettuale a dare risposte. |
| Corriere della Sera (5/21/2005) Maurizio Porro Il cinema italiano si tiene in allenamento sul Paese che cambia. Vicari racconta, in buona fede, le conseguenze dell'amore scientifico: domande alte sulla responsabilità cui si risponde con pratiche basse degli uomini. In specie di Mastandrea, ricercatore disinvolto che finisce per assaggiare, dopo un tentato suicidio, la vita vera fra i pastori macedoni che guidano greggi sul Gran Sasso. La sceneggiatura è telecomandata, ambiziosa, zeppa di quesiti sull'uomo moderno, faber o meno del destino. La storia, dal finale aperto, non prende mai lo start, le due parti del racconto rimangono geograficamente separate, le visioni montanare con agnello alla brace sono da intermission tv. Battuta cult: l'epistemologia la mettiamo tutta insieme? |
| il Manifesto (5/14/2005) Silvana Silvestri Comunisti, automobili modificate, comparse del cinema, suicidi, partigiani anticlericali, pastori macedoni d'Abruzzo, inquietudini esistenziali nella metropoli, sono stati i temi e i soggetti trattati finora nei corti, nei documentari e nell'opera prima di finzione Velocità massima da Daniele Vicari, il cui secondo lungo, L'orizzonte degli eventi, con Valerio Mastandrea e Gwenaelle Simon, è stato presentato da uno dei selezionatori della Semaine de la Critique, come una «geometria variabile degli spazi» diretto con rara maestria. Ossessionati, nel centenario dei primi scritti sulla relatività di Einstein, dalla separazione tra scienza rigorosa e razionalità euclidea, tra ricerca dove non tutto si può provare e ansia della dimostrazione logica, i fisici nucleari che sono i protagonisti della prima parte del film lavorano, senza obiettivi pratici di medio periodo, al progetto Helios, in una gara a distanza con i colleghi giapponesi, per analizzare e far reagire elementi semi-irreali, e a peso quasi zero, come i neutrini, sostanze che attraversano i corpi al pari dei fantasmi. Per battere la concorrenza nipponica Max (Mastandrea) trascina il gruppo, sepolto sotto il Gran Sasso, a ritmi disumani, compresa la sua collega e quasi amante francese, Anais (Simon è la ricercatrice europeo per antonomasia, vedi Tre ponti sul fiume di J.C. Biette). Il suo estremismo teorico è giustificato da serie rimozioni esistenziali, legate alla morte non ancora elaborata, del padre, palazzinaro e tangentista, ma arriverà a livelli intollerabili, come la modifica di risultati dell'esperimento. Una disonestà scientifica ingiustificata. Il Sabrik, dunque, lo dannerà, ovvero un «generatore di dati falsi» ma verosimili, introdotti da Max nel computer per velocizzare la ricerca, ma più come ultimo omaggio alla memoria di papà che alla scienza. Costretto alle dimissioni, perché scoperto da Anais, si butterà con la macchina a massima velocità dentro la scarpata. Un pastore albanese, molto inguaiato, lo salva, lo assiste, e gli restituirà la gioia pastorale di vivere tra i campi, alla beatnick. Ambiente non meno rischioso degli altri, le montagne sono «assassine» di notte, e quando piovono fulmini, attenzione alle pecore, la massa lanosa accumula carica elettrica, e diventa come un gigantesco condensatore... Max torna a casa prende i soldi per sdebitarsi. Torna essere umano e non più neutrino. Non attraversa più le sensazioni e le emozioni degli altri come un marziano. Peccato che queste anime belle venute dall'est per disintossicare il nostro popolo avvelenato da fascismo, rappresentate nel film da Bajram (un sofisticato Lulzim Zeqja), non hanno ancora vita facile e il riconoscimento pubblico che meriterebbero. O questa panoramica fisica e psichica sulla globalizzazione, sue origini e conseguenze, serve a Vicari per inanellare omaggi al vecchio cinema (De Santis? Gabor Body? Il primo Zanussi? Guido Chiesa?) per trovare la formula del cinema a venire? Un cinema di sensazioni e emozioni di indefinita natura che però si trascina verso di loro come una legge di gravità che non si può combattere, come quella dell'Orizzonte degli eventi, la superficie a senso unico di un buco nero? |
| Film TV (5/24/2005) Aldo Fittante Max Flamini, fisico nucleare, vive dividendosi tra l'università e il laboratorio incastonato dentro il Gran Sasso. Nell'incipit di questo film dai silenzi assordanti, il montaggio sottolinea subito la duplicità dei confronti, degli scontri, degli eventi (appunto): l'entrata nella camera ardente per il funerale del padre non passa inosservata all'ingresso nella montagna per tentare di chiudere il prima possibile il Progetto Helios, a cui lui e il suo staff stanno lavorando da tempo. Il luogo di lavoro come un sepolcro, come morte al lavoro che - paradossalmente - si frantuma e si rivitalizza, a seconda delle scoperte o delle disillusioni, nei sogni di un esperimento, nei frammenti di un futuro che brulica nella pancia di una cima a sua volta spaccata in due: ricchi sciatori da un lato, pastori albanesi in età premoderna dall'altro. Insomma: si può parlare, e raccontare, di globalizzazione partendo da lontano, dall'alto, di sbieco; basta fermarsi qualche attimo e osservare le spaventose contraddizioni della società targata Nuovo Millennio. Col suo secondo lungometraggio Vicari conferma le qualità svelate in Velocità massima e sempre assieme al feticcio Mastandrea, che recita in sottrazione, scarno e atomatizzato, icona perfetta di una medietà che non può fare altro che sbagliare. |