Tartarughe sul dorso
la Repubblica (5/6/2005)
Paolo D'agostini

Il film viene prima che la fama di Barbora Bobulova, certo già largamente sperimentata a partire dal Principe di Homburg di Bellocchio, decollasse con il ruolo della cinica ereditiera pentita in Cuore sacro di Ozpetek. L'esordiente Pasetto ha voluto un film di metafore (già a partire dal titolo: a che serve la dura scorza se ci si trova in una posizione d'impotenza?), di "parole non dette", di suggestioni, di associazioni d'immagini. Sicuramente non d'intreccio. E aveva probabilmente molto presente un modello: quello del polacco Kieslowski, mago nell'inseguire le casualità della vita. Punto di riferimento per molti cineasti, anche un po' pericolosamente. Perché governare atmosfere, non detti e salti temporali è difficile e si rischia la confusione. Lo sfondo è Trieste dove un uomo (Fabrizio Rongione) e una donna entrambi segnati dalle conseguenze da scontare per una scelta di libertà e di ribellione ma come predestinati alla reciproca attrazione da una memoria persa nel passato, si sfiorano, si cercano, si perdono, sembrano trovarsi per un attimo felici, ma senza che gli incastri riescano mai a combinarsi per davvero. Se non nella condizione anomala di lei visitatrice a lui carcerato dopo che ha commesso un delitto per difenderla: il racconto è tutto un flash back a partire da una di queste visite nel corso delle quali i due giocano con lo Scarabeo a comporre quelle parole che non hanno saputo né avuto tempo di dirsi. Rispetto, interesse, ma non si può dire riuscito.
Corriere della Sera (5/7/2005)
Maurizio Porro

I giorni della tartaruga (metaforica ma anche reale), sentimenti vissuti con inutile pazienza, corazzati verso un mondo esterno che non capisce, non accetta, non perdona. Raccontato in flashback, un amore fragile e disperato, esile e complicato, che parte dall'infanzia ma si scontra contro la vita: non resta che giocare a Scarabeo, dalla prigione. Un altro gioco di pazienza, come quello affettivo. Sulla scenografia di una invernal Trieste, il film è fin troppo ambiguo e sottile, la Bobulova ricama le sue doti di attrice introversa. Il regista «deb» , molto preparato, è Stefano Pasetto, che rischia il formalismo. Lui è Fabrizio Rongione, dei fratelli Dardenne, citati non a caso: un film sulla forza del destino, un buon, esile esordio.
Film TV (5/11/2005)
Aldo Fittante

Lui e lei, due sguardi in pena, con passati ingombranti, in una città di frontiera, passaggio obbligato per andare oltre, per trovare un altrove. Trent'anni sono sufficienti per rischiare di sentirsi completamente fuori luogo e inopportuni. Anni di galera spesi da innocente, violenze brutali subite da un corpo fragile come quello di una tartaruga, che lei accudisce con largo affetto e dietro alla quale si ripara. La metafora è forse un po' troppo didascalica, ma il primo lungometraggio di Stefano Pasetto merita, è ben scritto, sfrutta Trieste come location dell'anima e si lascia accompagnare con dolente melanconia ai puntuali tratteggi delle note della Banda Osiris. Strutturato a incastri, come la partita di Scarabeo che sorregge lo sviluppo narrativo, gioca di sottrazione, ha pudore e rispetto per chiunque, e non si lascia incantare dalle lusinghe delle facili scorciatoie. Scelti con cura i comprimari (tra i quali spiccano Luigi Diberti, Chiara Sani, Vittorio Amandola e Gordana Miletic), e bravissimi i due protagonisti, dal Fabrizio Rongione di Rosetta all'ormai matura Barbera Bobulova, cuore sacro di un'opera che, con umiltà, ha l'ambizione di circondare con amore alcuni disagi del galoppante, cinico, egoista mondo contemporaneo.
il Giornale (5/6/2005)
Massimo Bertarelli

Un'altra commediola italiana, fragile fragile, destinata a probabile insuccesso. Perché la gente normale va al cinema per divertirsi, non per sbadigliare già alla prima scena. L'ha diretta il debuttante Stefano Pasetto, laureato (con lode) in Lettere moderne come si legge nel suo breve curriculum, autore anche dello strampalato soggetto e di una sceneggiatura più ricca di flashback che di pathos. L'ambiziosa Tartarughe sul dorso, che già dal titolo invoglia all'immediato dirottamento verso qualunque altra sala, si apre a Trieste nel parlatorio di un carcere, dove lei (Barbera Bobulova) va a trovare lui (Fabrizio Rangione). Che cosa fanno i due colombi, volutamente privi del nome di battesimo, prima di rivangare il passato in comune? Semplice. Quello che fanno tutti i detenuti del mondo con i propri visitatori: giocano a Scarabeo. Così vediamo il ragazzo, afflitto da una rumorosa vicina squillo che non lo fa dormire, assunto da un pasticciere di buon cuore, pronto però a intimargli: alla prima che mi fai, ti licenzio e te ne vai. La fanciulla, studentessa di medicina, lavora in un negozio d'abbigliamento, divide l'appartamento con la tartarughina Zoe, e fa spesso visita alla zia ipocondriaca, patita di enigmistica. L'amore non è manco sfiorato, poi le loro strade si dividono. Passano gli anni, ma sette son lunghi. Lui, operaio in un cantiere, cade dalla gru. Chi mai lo curerà? Tragedia della gelosia in arrivo. Che pizza. La bella Barbera Bobulova e il bruttarello (specie nudo) Fabrizio Rongione hanno l'aria mesta per tutto il film. Forse hanno capito che il titolo giusto era Lumache al rallentatore.