La febbre
la Repubblica (4/1/2005)
Roberto Nepoti

Come non scorgere sullo sfondo de La febbre il sentimento battagliero che il regista esprime sempre? Anche durante la conferenza stampa non ha lesinato provocazioni e polemiche sul panorama italiano, e ben oltre il cinema, dove al di là della propaganda lo slancio imprenditoriale è latitante e scoraggiato. Confermandosi spirito complesso di artista pronto al rischio (in compagnia di non molti: uno è Davide Ferrario) D'Alatri torna con lo stesso Fabio Volo, eccellente volto televisivo, del suo precedente successo Casomai, per raccontare una vicenda esemplare. Quella di Mario Bettini geometra della provincia padana, studente di architettura fuori corso, avviato dal fu papà carabiniere a un impiego comunale, perso dietro al progetto di mettere su un locale giovanile, oppresso dalla mamma vedova, perdutamente innamorato della libera Linda dall'abbagliante bellezza mediterranea (Valeria Solarino). Dentro la cornice dell'attesa visita del presidente della Repubblica in città (apparizione di Arnoldo Foà come Ciampi) si consuma la battaglia di Mario contro gli ostacoli, le diffidenze, le invidie, le sottomissioni rinunciatarie. Fanno contorno - stereotipi ma efficaci - l'amico fuori dagli schemi, il collega anziano che lo protegge e non ha saputo vivere liberamente come Mario, l'infame dirigente Cerqueti che lo vessa. I difetti ci sono: non tecnici, è un film perfezionista, ma da eccesso di cose da dire. Resta però un film alto.
il Manifesto (4/1/2005)
Antonello Catacchio

Casomai vi venisse voglia di andare al cinema, tenete d'occhio il nuovo film di Alessandro D'Alatri: La febbre. Una commedia che lascia un forte retrogusto, che a molti potrebbe anche risultare fastidioso. Siamo a Cremona dove il protagonista Mario (Fabio Volo), vive con mamma vedova, studia architettura fuoricorso, sogna di aprire un locale con alcuni amici. Poi gli arriva la lettera di assunzione in comune per un concorso cui ha partecipato quattro anni prima. Non è proprio convinto, ma la famiglia, mamma e un'infinità di zii, considerano la faccenda come la vincita di una lotteria. Lui si taglia il pizzetto, si lascia agghindare come il luogo comune vuole che sia vestito un impiegato, e solerte si presta al gioco. E funziona. È bravo, efficiente, efficace. Troppo. Al punto da suscitare l'invidia del capo, quella che dà il titolo al film «se l'invidia fosse una febbre tutto il mondo l'avrebbe». E siamo così al primo snodo, quello per cui non basta possedere talento e buona volontà, c'è sempre qualcuno più in alto pronto a spezzare le ali. Non manca l'incontro con una ragazza magnifica, Valeria Solarino, già notata in Fame chimica, qui addirittura splendente. Lei è l'occasione non solo per un amore intenso, ma anche per la scoperta singolare della poesia della vita attraverso le tombe dei poeti più famosi. Poi forse D'Alatri si spinge un po' troppo in là. Dopo averci dato un'ottima rappresentazione dell'Italia contemporanea, delle sue contraddizioni e delle sue miserie, decide di alzare il tiro coinvolgendo Gesù Cristo, il presidente della Repubblica e il rifiuto onirico di essere italiano, poco prima di rimettere le cose a posto per il suo strapazzato e simpatico protagonista. Fabio Volo è bresciano, autodidatta e talentuoso, la sua più che comicità è freschezza in grado di reinterpretare lo spirito caustico e spiazzante di molti comici lombardi e, in una sequenza sognata del Quarto stato in versione bandistica, gli appare il babbo, interpretato proprio da Cochi Ponzoni. Tra Volo e D'Alatri c'è un feeling evidente, che arriva diretto allo spettatore. E c'è soprattutto una rappresentazione della gente comune come solo chi sappia cosa sia può permettersi di fare. Non esente da critiche, ma con un portato di affetto e compassione di profonda umanità. Che poi è la costante di un film in cui talvolta affiora la ribellione nei confronti di un mondo ipocrita e tarpante nei confronti dei giovani. Ma anche in questo senso lo sguardo di D'Alatri è singolare, racconta la vena creativa dell'andar per discariche e scovare strumenti per arredare magnificamente il locale, poi però piazza la macchina da presa in prevalenza al cimitero. Lì viene operata una miserabile speculazione, ma il camposanto diventa anche il luogo in cui fare i conti con il passato per poter ipotizzare un futuro. D'Alatri sa fare cinema e costruire immagini in movimento come pochi registi oggi in Italia, nel film si concede anche effetti speciali che sono perfettamente funzionali allo spirito di un racconto basato su una discreta indignazione, con colonna sonora adeguata. La storia raccontata con La febbre, lungi dall'essere un delirio, va a toccare corde importanti, correndo consapevolmente il rischio di essere ingabbiata da etichette ideologiche. E sarebbe un peccato.
La Stampa (4/5/1931)
Lietta Tornabuoni

Il motto «Se l'invidia fosse febbre tutto il mondo ce l'avrebbe» non c'entra molto, ne «La febbre» di Alessandro D'Alatri. Si vedono invece: il Presidente della Repubblica (Arnoldo Foà) che tutto solo va a bere una birretta in un locale notturno («Buona, però, la birra italiana»); le tombe dei poeti italiani (Saba, Montale, Campana, Pasolini, Sbarbaro, Pavese); una bravissima ragazza cubista ondulante come un serpente; la banda musicale del Comune che viene avanti in linea orizzontale nella nebbia della campagna cremonese, come un esercito popolare ottocentesco; una che dice «Sono i modelli che vanno quest'anno», uno che le risponde; «Vanno? Lasciamoli andare». Si sentono canzoni belle, inni («Fratelli d'Italia» nel finale); si vedono immagini sognanti e fantasiose. Per dire il proprio amore e odio per l'Italia attuale, la propria certezza che occorra sottrarsi ad ogni catastrofismo o superpatriottismo, convenzionalità o anticonformismo, il regista racconta la storia d'un ragazzo come tanti altri (Fabio Volo) che vuol aprire con gli amici una discoteca, ma che non osa rifiutare il lavoro fisso al Comune ottenuto dopo oltre quattro anni di attesa per via del padre defunto musicista della banda comunale. Il ragazzo è convinto di essere una persona retta, onesta, migliore degli imbroglioni e ladri che lo circondano, ma deve sentirsi dire da un dirigente: «Lei è figlio di questa sporcizia, come tutti». Insomma: l'Italia è così maltrattata e malconcia da non poterci vivere: l'unica soluzione è ritirarsi in un casale di campagna, stare solo, andarsene, isolarsi. Il mondo burocratico (truffe, rivalità, soperchierie, misere malvagità) è narrato con sarcastica esattezza: il modo in cui il Comune fa soldi per affrontare le spese di una imminente visita del Presidente, l'invidia per cui il dirigente umilia il protagonista, il commercio di tutto, gli insulti degli utenti («Vigliacchi, vai via schifoso, non avete rispetto neanche dei morti»). Pure la storia d'amore e il rapporto figlio-madre sono belli. Del resto D'Alatri gira benissimo tutto: ma il film che dice cose giuste ha poco calore, rimane volontaristico e distante, non emozionante; la mezz'ora finale è slentata se non superflua, la soluzione offerta al problema esistenziale del protagonista è astratta. Fabio Volo, semplice e ironico, risolve molte situazioni; Vittoria Solarino è bellissima; è un piacere ritrovare bravi attori italiani (Foà, Burinato, Ponzoni) di solito poco usati.
il Giornale (4/1/2005)
Maurizio Cabona

In Massimo Bagliani (il bello e cattivo) e Vittorio Franceschi (il brutto e buono), Fabio Volo (il giovane e irrequieto) trova ottimi comprimari Tutti insieme - con la regia del miglior Alessandro D'Alatri - assicurano alla Febbre un'estetica che dovrebbe preludere al riconoscimento del pubblico. La ricetta di D'Alatri, autore anche del soggetto, è raccontare di gente normale (un impiegato che ama il suo lavoro, anche se sogna di mettersi in proprio) in una città normale (Cremona) alle prese con problemi normali: la morte e la senilità dei genitori, le velleità dei coetanei, l'incertezza dell'amore, l'invidia dei colleghi. Bravi anche gli sceneggiatori Gennaro Nunziante e Domenico Siamone, oltre a D'Alatri, autori di dialoghi credibili, talora frizzanti. Gli archetipi della Febbre sono Una vita difficile e Un borghese piccolo piccolo, ma D'Alatri non ha il cinismo di Risi, né quello di Monicelli. E poi il suo personaggio non è un velleitario e le circostanze che affronta non sono estreme. L'invidia è il sentimento più diffuso in Italia, come sa chiunque abbia qualcosa di bello, inclusa la fidanzata (Valeria Solarino). E poi c'è quella dote anch'essa molto italiana, ma anche sempre più rara - la disponibilità. Questo era il tratto tipico anche del personaggio del Trasformista di Barbareschi: prima di diventare un inutile deputato, anche lui aveva aperto un locale in provincia, proprio come intende fare il personaggio di Volo. Anzi, lui che mai pensa di entrare in Parlamento, finisce col sognare di restituire la carta d'identità a Ciampi (Arnoldo Foà). L'episodio delle dimissioni da italiano fa parlare, ma è marginale, se non superfluo. Si noti che è tempo di vecchi capi di Stato al cinema: la scena nell'aereo (con Stefania Rocca in veste di hostess), con Foà/Ciampi che elogia l'Italia, è identica alla scena del treno con Bouquet/Mitterrand che elogia la Francia nelle Passeggiate al Campo di Marte di Guédiguian! Badando all'Italia, più che agli italiani e soprattutto a certi italiani, D'Alatri non inciampa nemmeno nell'utopia retriva. Il padre (Cochi Ponzoni, breve e bravo) e la madre (Gisella Burinato, mite eppur severa) sono tanto, troppo rassegnati. E l'apparente lieto fine non è tale, se il protagonista rinuncia alle due attività per le quali si è prodigato, per ripiegare su una terza, artistica forse, individualistica certo. Saggio ma triste capire come va il mondo e rinunciare a cambiarlo.
Film TV (4/5/2005)
Enrico Magrelli

La Febbre è una commedia arguta e simpatetica sugli italiani. Sui mediocri per vocazione, povertà di spirito, dabbenaggine e furbizia di basso profilo e sugli onesti, sui sinceri, su chi non crede che vivere affidandosi alla fantasia, all'entusiasmo, al rispetto delle regole e degli altri sia un valore devitalizzato e superato. È una commedia agrodolce su un mondo che non ha rispetto dei morti e della propria memoria (scegliere come uno dei punti focali del racconto e della messa in scena un cimitero comportava moltissime insidie, aggirate e superate in modo intelligente e brillante). È la piccola, garbata, amara, perspicace sinfonia di una bella città di provincia, Cremona (l'Italia, per fortuna, anche quando si imbelletta da metropoli conserva nel reticolo architettonico e antropologico dei quartieri le forme familiari e gli odori forti di un'immensa provincia). È la storia di un disincanto, di una momentanea sconfitta e di un mettersi sulle linee laterali di un campo di gioco (sociale, economico e politico) del quale non si condividono né l'interpretazione dei regolamenti né le decisioni arbitrali. È un apologo lucido e divertente sul desiderio, legittimo, di autosospendersi dalla Repubblica e di rinunciare, per protesta, ai diritti-doveri della cittadinanza. Alessandro D'Alatri ha diretto e scritto un film che ha la piacevolezza, le malinconie, le asprezze sorridenti, il calore della classica commedia all'italiana. In un film in cui uomini e donne (gli interpreti sono bravi, alcuni bravissimi, e Valerla Solarino unisce alle doti d'attrice un'eccezionale presenza magnetica) stentano a trovare la porta di entrata e di uscita da una realtà e continua a trasformare, a temperare le punte più aguzze e irregolari, a sedare, a imbrigliare. Mario Bettini (un bel nome da uomo qualunque, ma non qualunquista o in vendita, interpretato da un ottimo Fabio Volo che, a differenza di molti altri attori deportati dalla Tv ha lasciato negli studi televisivi il suo repertorio) è un giovane geometra che coltiva con alcuni amici l'idea di aprire un locale e, mentre procedono i lavori di allestimento dello spazio preso in affitto, un concorso sostenuto anni prima gli regalano un'assunzione (un dono che nell'era selvaggia del precariato e della flessibilità fa pensare a un'Italia da coniugare al trapassato remoto) come impiegato del Comune. Lì trova un esemplare, molto diffuso, di stupidissimo mortificatore sociale. Un imbecille di burocratico successo che si accanirà contro la sua volontà di lavorare per il bene di tutti e contro il suo talento per la vita.
Corriere della Sera (4/2/2005)
Tullio Kezich

«Buonismo» è una voce del linguaggio giornalistico e politico che ha già trovato posto nei vocabolari. Il De Mauro lo definisce «atteggiamento di benevolenza anche eccessiva e moralistica nei rapporti sociali», tale da denotare un «eccesso di buoni sentimenti in un'opera letteraria, cinematografica ecc.» Tipico film buonista, La febbre di Alessandro D'Alatri suggerisce l'urgenza di introdurre il neologismo opposto narrando un episodio dell'eterna guerra tra buonismo e «cattivismo». In una Cremona un po' incombente con la sua monumentalità e i suggestivi scorci di campagna e fiume, l'eroe positivo è il geometra Fabio Volo, il quale si ripromette di aprire con gli amici un locale di onesto intrattenimento; ma per riuscire ci vuole il permesso del Comune e proprio in quell'ambito il nostro fa il nido sperando dall'interno di accelerare la pratica. Impiegato solerte e simpatico a tutti, suscita l'invidia del dirigente Massimo Bagliani che gli rende la vita impossibile e lo sbatte ad occuparsi del cimitero. La vena funeraria è un elemento portante del film perché, guarda caso, proprio a un mortorio Fabio ha occasione di incontrare Valeria Solarino, la bella «cubista» che ha ammirato nelle sue esibizioni in discoteca. Si tratta di una studentessa che sculetta per mantenersi in attesa di partire per gli Usa con borsa di studio. Mentre divampa il grande amore, la ragazza condivide con il partner il culto dei defunti illustri (ha collezionato in un video le pietre tombali dei poeti) e lo coinvolge nel soccorso ai cani perduti senza collare. Dal canto suo, fra illusioni e delusioni, il geometra ci insegna che la migliore vendetta è pagare il cappuccino all'offensore, anche se fa il sogno di buttarlo nel Po e in sottofinale lo scaraventa davvero in una fossa del camposanto. Il tutto fra ispirazioni e frustrazioni, nebbie padane e pioggia, liti in famiglia e fuori, una nottata di ubriachezza con ricovero all'ospedale, ispirati ricorsi al libro Adelphi con le poesie di Derek Walcott e vari sogni a occhi aperti e no. Ambizioni nobilissime a parte, lo stile di D'Alatri è un blend di neorealismo, spot e «arty» (l'espressione americana per «artistico» quando il risultato è un po' dubbio). Abilità anche troppa, polso narrativo intermittente, ottima scelta e direzione degli attori. Tra i quali il migliore è Vittorio Franceschi, che bene esprime la rassegnazione del travet ormai pensionabile. Ma bisogna rendere omaggio al deus ex machina Arnoldo Foà nella veste di un presidente della Repubblica autorevole e amichevole come quello vero; e altrettanto rassicurante, all'ombra del tricolore con accompagnamento dell'inno di Mameli, sulla vittoria finale del buonismo.