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| Le passeggiate del campo di Marte |
| l'Unità (3/11/2005) Dario Zonta Robert Guédiguian fa con Le passeggiate al Campo di Marte un ritratto di Francois Mitterrand negli ultimi momenti della sua vita e carriera. Ispirato al libro Le dernier Mitterrand di Georges-Marc Benamou, il film tratta il rapporto che ha realmente legato l'autore del libro e il presidente francese. La storia vuole che Mitterrand, alla fine del secondo settennato, stretto dalla malattia mortale, abbia eletto un giovane giornalista politico come suo biografo di memorie e confessioni. Guédiguian scarnifica il libro di tutte le questioni private e della cronaca politica spicciola, per selezionare i momenti più intensi di una relazione che si fa specchio memoriale e deformato dell'ultimo «monarca» francese. A interpretarlo con perfetto mimetismo è Michel Bouquet (lo si ricorda magistrale nel vendicativo assicuratore in Stephane di Chabrol), che regge da solo tutto il film, fatto di lunghe passeggiate e lunghe chiacchierate in una sorta di storia orale di messa in scena teatrale. Guédiguian è tra i pochi registi francesi a fare del cinema una continua interrogazione politica sui problemi del presente. Da posizioni dichiaratamente di sinistra e con risultati discontinui ha composto una filmografia varia e stravagante, da Marius e Jeanette a A l'attaque, da La ville est tranquille a questo ultimo. I suoi film sono spesso colorati di un idealismo militante un po' sempliciotto e buonista, che sovente compiace la parte pigra dell'uditorio radical-chic di sinistra, perché lo mantiene in convinzioni stereotipate, senza infastidirlo con domande vere e temi complessi. Ma con Le passeggiate al Campo di Marte, il regista abbandona Marsiglia e la retorica, per un dipinto a olio di grigio scuri. Fare i conti con Mitterrand vuol dire, per Guédiguian e per la sinistra francese, confrontarsi con una figura complessa, un uomo dalle tante sfaccettature e dalla lunga storia. Il film passeggia in lungo e in largo per i viali di questa storia, dandone per scontata la conoscenza. Per chi non l'avesse fresca, la fruizione della trama sarà ostica. E allora eccola per sommi capi e in funzione sussidiaria alla comprensione del film: da giovane Mitterrand opera nell'organizzazione della destra francese antitedesca, ma non antisemita; durante la guerra è stato prima prigioniero dei tedeschi e poi, fuggito, ufficiale del governo collaborazionista di Vichy del maresciallo Pètain; nel '42 entra nella Resistenza al servizio di De Gaulle; nel 1947, a soli 31 anni, è il più giovane ministro di Francia; nel '57, da Ministro degli Interni, professa la sua linea dura sulla questione algerina; diventa l'avversario storico del generale De Gaulle (padre della Quinta Repubblica), e ne mette in crisi il primato nelle prime elezioni presidenziali del 1965; raccoglie nel 1971 le diverse anime della sinistra in una nuova formazione unitaria, il Partito Socialista; nell'81 diventa presidente della Repubblica con un accordo con i comunisti, accordo che ribalterà qualche anno più tardi (provocando profondo rancore nelle fila comuniste e nel cuore di Guédiguian); copre la carica per due settennati, morendo poco dopo di un cancro che lo attanagliava sin dall'81. Durante le «passeggiate», Mitterrand evoca e attualizza questi momenti, incalzato dal giovane giornalista, che incarna le domande e i dubbi dello stesso Guédiguian, soprattutto quelli relativi all'epoca di Vichy. Ne esce un ritratto rispettoso e di postuma rivalutazione, che tiene aperto solo il piano politico del Presidente, tralasciando i vizi e i vezzi dell'uomo. Fare in Francia un film su Mitterrand è difficile quanto farne uno su Craxi in Italia. Loro ci hanno provato, ma chi sarebbe il nostro Guéduguian? |
| Corriere della Sera (3/12/2005) Tullio Kezich «Au secours, Mitterrand revient!» è l'allarme lanciato da Les Inrockuptibles; e considerate le dispettose abitudini del settimanale sembra annunciare una sonora stroncatura del film Le passeggiate del Campo di Marte, rievocante passione e morte di colui che fu il presidente della Francia dal 1981 al 1995. A sorpresa, invece, lo strillo di copertina rivela la sua natura scherzosa introducendo un rispettoso ed esauriente servizio che partendo dalla pellicola prende in esame una figura ormai storica. Premesso che i francesi si dividono in «mitterrand-idolatri» e «mitterrand-fobici», la rivista ipotizza che il regista Robert Guédiguian è forse destinato a scontentare gli uni e gli altri. Infatti nell'ispirata personificazione di Michel Bouquet, che secondo Serge Kaganski «vince la sfida di essere insieme un attore molto teatrale che incarna un presidente molto teatrale», il ritratto non risulta né apologetico né dissacratorio. Più che il politico, in primo piano emerge l'intellettuale con un fascino da grande conversatore insufficiente però a occultare certe zone d'ombra: i compromessi con il regime di Vichy, la debole posizione sull'Algeria, il perpetuo ricorso illegittimo alle intercettazioni telefoniche e quello che fu bollato come il «tradimento del socialismo». C'è poi solo un fuggevole cenno alla figlia avuta fuori del matrimonio e tenuta nascosta per vent'anni, quella Mazarine che in questi giorni ha pubblicato il libro Bouche cousue di cui Le Nouvel Observateur anticipa dolenti pagine piuttosto in sintonia, anche se la signora non ha gradito il film, con l'atteggiamento di Guédiguian. Ispirandosi «a Shakespeare piuttosto che a Oliver Stone», l'autore ha infatti rappresentato lo statista morente senza risparmiargli le miserie del corpo malato, fino a scoprirlo nudo e tremante nel bagno, incapace di tirarsi su; ma pago dell'orgoglioso bilancio di essere stato «l'ultimo dei grandi presidenti», tanto da concedersi un'amara profezia: «Seguirà l'era della globalizzazione, comanderà il denaro... Tutto diventerà un gran mercato». Lo disse giunto sul passo estremo, nel 1995; e a dieci anni di distanza l'analisi sembra purtroppo calzante. Le passeggiate del Campo di Marte getta uno sguardo nostalgico sul crepuscolo di un mondo. Al libro da cui deriva, Le dernier Mitterrand di Georges Marc-Benamou (Plon), il copione aggiunge un controcanto fittizio delineando le vicende private del giovane intervistatore (l'attore è Jalil Lespert). In occasione della presentazione del film alla Berlinale, qualcuno ha scritto che il personaggio del giornalista rappresenta il punto debole di un film per altri aspetti riuscito. È invece probabile che trasferire almeno in parte l'azione sul terreno della fantasia evita le aridità del «docudrama» e contribuisce a un fecondo disimpegno dal modello reale. |
| il Giornale (3/11/2005) Maurizio Cabona Robert Guédiguian lascia la Marsiglia popolare per evocare la Parigi presidenziale di dieci anni fa con Le passeggiate al Campo di Marte, tratto da Le dernier Mitterrand di Georges-Marc Benamou (Plon). All'ultimo Festival di Berlino, questo film ne fiancheggiava altri, come Hotel Rwanda, dall'intento opposto, indicanti Mitterrand come burattinaio degli hu-tu nelle stragi di tutsi... Le passeggiate al Campo di Marte, comunque, non si occupa di politica estera. Si occupa poco anche di politica interna, coi cenni sprezzanti di Mitterrand (Michel Bouquet) ai «trotzkisti del Monde», ai «jospiniani», ai «rocardiani», agli «scrittori che in Bosnia si prendono per Malraux» (Lévy e Glucksmann, cioè). Della politica politicante, il Mitterrand di Guédiguian si occupa con fastidio, quando gliela evoca il giornalista idealista (Jalil Lespert) che raccoglie le sue confidenze nel declino. Il loro è il confronto fra due generazioni della sinistra francese: quella che ha avuto il potere, ma non ha potuto esercitarlo; quella che non l'ha, né saprebbe esercitarlo. Giovane, malmaritato, deluso di sé, taccagno, l'idealista indaga, reclama certezze sul passato remoto del presidente, che, malato, osserva: «Sono l'ultimo dei grandi presidenti francesi, di quelli come de Gaulle, intendo. Dopo, verranno finanzieri, contabili...». È il rimpianto per le cose che potevano essere e non sono state. Nel 1981 della prima elezione di Mitterrand, era troppo tardi per la dottrina socialista: mancavano le condizioni perché la presa di potere fosse reale. Infatti «non c'è socialismo senza proprietà pubblica dei mezzi di produzione». Allora comunista e avversario di Mitterrand, oggi Guédiguian ne riconosce la grandezza. Ne ammette - senza stigmatizzarle - le origini a destra, superando il tipico settarismo della sinistra e dell'estrema sinistra. La trasversalità di Mitterrand era del resto condizione del suo incarnare la Francia, non metà dei francesi più uno. Essenziale come elemento di contrasto rispetto al protagonista, l'esiguità del deuteragonista è però esiziale alla continuità della storia. Il modo migliore chiaro perché lo spettatore colga lo squallore dei mediocri è anche il modo peggiore di tenere unito il film. |
| il Manifesto (3/11/2005) Roberto Silvestri Un lungo dialogo sulla storia della Francia, ma ai confini della morte e della lucidità mentale, tra un giornalista curioso e innamorato e una contraddittoria, complessa e affascinante stella cadente del novecento è Le passeggiate del campo di Marte (ovvero «L'ultimo Mitterrand»), che il cineasta marsigliese Robert Guédiguian, ben più a sinistra del suo presidente per 14 anni, ha tratto dal libro (autorizzato) di George-Marc Benamou Le dernier Mitterrand. Ed è anche un testamento all'arte di Michel Bouquet. Lo stupendo attore (di Chabrol, soprattutto) non imita ma attraverso lo svuotamento di segni e espressioni lascia che sia lo spettatore a farsi il suo Mitterrand, a mettere nella forma voluta la «sostanza di quell'uomo» che cancellò dalla Francia la pena di morte e certo inventò la «festa della musica», ma iniziò anche a sbriciolare lo stato sociale, utilizzando una sostanza conoscitiva ricca, stipata in due ore dagli sceneggiatori, Gilles Taraund e lo stesso Georges-Marc Benamou. C'è quasi tutto: il socialismo post Sfio, le lotte e le conquiste sociali; le nazionalizzazioni («ma Jospin e Rocard rovineranno tutto»), la vita d'oggi («senza Rimbaud, indecifrabile»), l'amore («consiglio le nordiche, sono più profonde, e le brune: le bionde esistono solo sulle copertine dei settimanali. Meglio ancora, le attrici»); Petain, Vichy & il mistero Bousquet («avevo 26 anni...» ma fa capire che Vichy poteva anche incarnare lo spirito malato di Francia, ma il Velodromo d'inverno, di certo, no. Strano che abbia però sempre protetto Bousquet, che delle retate di ebrei fu impunito regista), De Gaulle, la moglie («lei adora, dei libri, soprattutto le copertine»); la letteratura (Balzac, Stendhal), il centrismo («si vince solo dando una alternativa di sinistra»), l'antisemitismo («che ho sempre combattuto»: ma non quando simpatizzava per la Cagoule?), il tradimento («i nemici mi odiano perché sono un borghese di cultura cristiana che ha tradito la propria classe. La destra non vede l'ora di riprendersi il potere che considera naturalmente suo»), il pessimismo («il sogno socialista non è più credibile. Dopo la mia generazione non si tutelerà più il lavoratore, ma il profitto, globale nel più breve tempo possibile»). Bousquet interpreta con precisione millimetrica i mille toni e sottotoni del «florentien», del più machiavellico uomo politico transalpino, che non solo a Charkes Peguy e Leon Blum si ispirò ma anche all'attore, alla sua tecnica di simulazione e alla sua «passione per l'indifferenza», per ascendere al potere e restarci per un tempo record. In genere è imbarazzante per gli attori (Noschese a parte) imitare celebrità così ingombranti. Ma Bouquet fa credere che Mitterrand volesse in fondo diventare Bouquet, e l'ha imitato. E che comunque la maschera facciale e la gestualità intima, una volta abbandonata la ribalta pubblica, di questo leader socialista fosse proprio un mix esplosivo e segreto di infantilismo, astuzia, forza dello spirito senza debolezza del cuore, citazioni letterarie sbandierate, gigantismo magnetico, kitsch («sogno di andare per Manhattan con Julia Roberts su una Twingo»), quella scienza antica del tempismo e del teppismo politico, che fanno del «socialista di successo» la versione individualista del leader operaio post moderno, diventato, a inizio secolo, più démodé di Thorez. |