Private
il Manifesto (1/12/2005)
Antonello Catacchio

Non c'è una parola in italiano, si parla inglese, ebraico e arabo. Poi gli attori protagonisti: Mohammad Bakhri, Areen Omari, Hend Ayoub, Tomer Russo, Lior Miller, nomi di attori famosi in ambito palestinese e israeliano. A mettere insieme tutto ciò con faccia tosta, coraggio e lucidità un regista esordiente, Saverio Costanzo. Classe 1975, prima del debutto su grande schermo aveva già firmato alcune cose in tv e documentarie, tra cui: Caffè mille luci nel 2001, una docu-soap sulla vita degli italoamericani nel locale sulla diciottesima avenue a Brooklyn (è visibile in esclusiva sul portale Rai all'indirizzo: www.milleluci.rai.it e su Raiclik) e Sala rossa, un quasi «reality» nel pronto soccorso del Policlinico di Roma girato nel 2002. Titolo del primo film Private (vincitore del Pardo d'oro al Festival di Locarno), che si presta alla doppia lettura. Il termine è usato in inglese per soldato semplice, ma significa anche privato. E sintetizza perfettamente la storia: una casa, un po’isolata, nei territori occupati. Lì vive una famiglia palestinese, padre, madre e un piccolo esercito di figli, quando all'improvviso irrompe l'esercito vero, rappresentato dai soldati di Tel Aviv. La casa è requisita. Il piano superiore diventa off limits e usato come posto d'osservazione, gli abitanti possono stare solo al piano terra, ulteriormente confinati in una stanza dalla quale non possono uscire durante la notte. Su questo canovaccio, ispirato a una storia vera raccolta nella striscia di Gaza, Costanzo costruisce il suo thriller in cui non succede praticamente nulla. Solo la tensione è sempre al massimo. Da una parte il padre di famiglia, tenace nel rispettare e far rispettare l'abuso, ma caparbio nel suo non volersene andare perché sarebbe il primo passo di una sconfitta totale. Dall'altra il responsabile del drappello, impegnato a richiamare i suoi alla disciplina militare come se fossero in guerra. In fondo di guerra si tratta. Ma è una guerra anomala. Non esistono più eserciti che si fronteggiano, tutto è sfumato, indefinito e molto pericoloso. Soprattutto odioso. Perché dietro le lingue, le culture, gli atteggiamenti stanno persone normali, travolte da avvenimenti che hanno radici lontane e volontà politiche vicine che non intendono davveroaffrontare e tantomeno risolvere la questione. Tutto questo però rimane fuori dalla casa. All'interno i militari guardano le partite di calcio tifando Maccabi, la figlia grande spia (forse un po’troppo) nascosta nell'armadio in zona proibita. Guarda, ascolta, ma non capisce quel che si dicono. Estranei in casa propria. Costanzo non lancia messaggi urlati, registra gli avvenimenti, cerca di osservare, di cogliere le possibili risposte di saggezza e cultura a una situazione paradossale. Non ci sono checkpoint, muri, conflitti (se non echi di spari che raggelano) ma tutto questo non significa astrarsi da una vicenda reale che diventa specchio di tutte le invasioni militari in territorio civile. Sotto qualsiasi cielo e pretesto. Le difficoltà per realizzare questo lavoro nei territori, soprattutto da stranieri, sarebbero state probabilmente insormontabili, per questo il film è stato interamente girato in Italia, in una sola location al Sud. Anche perché non importa la credibilità del luogo in sé ma la vicenda. Che inchioda e appassiona, emoziona e commuove, mettendo in scena un susseguirsi di situazioni che dato il contesto assumono immediatamente una connotazione altra, stravolta, rischiosa. A fronte della serena consapevolezza di chi intende affrontare tutto questo con saggezza, pescando a piene mani nella cultura e nella conoscenza, uniche vere armi che possono rimettere a posto un conflitto altrimenti infinito. E questo non significa evitare di cogliere le responsabilità, si tratta di offrire uno spunto di riflessione. Forse per questo gli interpreti israeliani, tra i più amati da Amos Gitai, così come i palestinesi, hanno aderito con sincero entusiasmo al progetto.
Corriere della Sera (1/15/2005)
Tullio Kezich

La verità di un film è diversa da quella del Tiggì. Sul video vige la priorità nuda e cruda della cosa vista; sullo schermo è invece necessario mettere in opera talento e fantasia. Private è un film che contrassegna bene la differenza. Il tema è esattamente quello che ci affligge ogni sera assistendo alle riprese provenienti dalle infelici plaghe dove i civili vivono sotto il tallone dei militari, una situazione che scatena reazioni violente; e proprio dalle storie tese dei Territori palestinesi l’esordiente regista Saverio Costanzo ha estratto il suo aneddoto simbolico. Una casa isolata sul confine, dove vive la famiglia di un professore, viene occupata da una pattuglia dell’esercito di Sharon che impone, senza eccessi di brutalità, l’impossibile convivenza in cui matura la tragedia. Sull’onda di un cinema inaugurato da Rossellini con Paisà, Costanzo si impegna a reinventare il vero: evita le suggestioni letterarie, i dialoghi premeditati e i riti canonici della drammaturgia. Sotto i nostri occhi la vicenda si dipana come se fosse uno squarcio documentario; e invece è tutto finto: il set non era in Palestina, ma in Calabria presso Riace; i personaggi non sono presi dalla vita, ma quasi tutti ottimi attori delle cinematografie locali; gli eventi si svolgono sulla falsariga di un copione. Del resto è quello che il neorealismo ha sempre fatto; ed è anche la prassi che l’ascetico Zavattini deplorava nelle pur splendide realizzazioni dell’amico De Sica. Nell’agosto scorso, premiando Private con il Pardo d’oro, e il suo protagonista Mohammed Bakri come miglior attore, Locarno ha fatto ciò che tutti i festival dovrebbero fare: promozionare qualcosa di nuovo. A Saverio Costanzo, figlio del popolare Maurizio passato attraverso esperienze di cinema indipendente americano, è riuscita la quadratura di un cerchio magico: quello che rinserra nella cornice di un «Kammerspiel» uno dei più dolorosi problemi del mondo contemporaneo. Senza la pretesa di fare un film psicologico, le connotazioni personali delle forze in campo prendono rilievo nel contesto e ne determinano le sorti; e non si stenta a credere che nelle pause delle riprese, come ha raccontato il regista, il confronto fra israeliani e palestinesi si prolungasse accanito. Nel quadro problematico di un’opera quanto mai aperta, l’ago della bilancia è rappresentato dal protagonista Bakri, stoico e moderato, vera incarnazione del messaggio pacifista del film.
La Stampa (1/12/2005)
Alessandra Levantesi

Che succede quando una normale quotidianità è investita dalla violenza della Storia? «Private», esordio di Saverio Costanzo, affronta questo tema purtroppo riferibile a ogni epoca e luogo, ispirandosi a una situazione attuale a tutti ben nota. In una villetta palestinese, situata in posizione strategica nei Territori a metà strada fra gli insediamenti ebraici e un villaggio arabo, irrompe un piccolo commando di israeliani che la occupa militarmente, sistemandosi al piano superiore e intimando ai legittimi abitanti, minacciati di ritorsioni, di non muoversi dal piano terra. Girato in digitale e giocato su toni cupi e notturni, il film mette in scena questa convivenza impossibile e le reazioni che scatena. Il capofamiglia è un professore convinto che lasciare la casa significherebbe rinunciare alla propria dignità, mentre la trepida moglie vorrebbe andarsene temendo per la vita dei cinque figli: due sono piccolini, gli altri tre adolescenti reagiscono a rischio secondo i temperamenti. Introducendosi di nascosto nella zona proibita dell'appartamento, la figlia penetra nell'intimità del nemico e un po’impara a conoscerlo, a coglierne la fragilità e gli aspetti umani, mentre specularmene in suo fratello matura un sentimento di odio e vendetta. Fin dalle immagini iniziali, in cui la presenza dei soldati si manifesta sotto forma di ombre fugaci e inquietanti rumori, tutto si svolge in una rarefatta, allarmata atmosfera da teatro pinteriano, che eleva la storia a livello di metafora. Il senso di astrazione è accresciuto dal fatto che il film è stato girato in Calabria e non nei luoghi veri dove sarebbe stato impossibile, ma poiché la sceneggiatura si basa su esperienze raccolte fra gli abitanti della striscia di Gaza; e poiché sono bravi attori israeliani (Lion Miller e Tomer Russo) e palestinesi (l'ottimo Mohammed Bakri in testa) a impersonare i relativi personaggi, il claustrofobico dramma comunica un senso di tensione e di angoscia non pretestuali. Il cast misto, che sul set ha vissuto momenti coinvolgenti e difficili dimostrando tuttavia che una forma di dialogo è possibile, è anche la garanzia che sarebbe sbagliato prendere «Private» sul versante di una preferenza a favore degli uni e degli altri. Consapevole che la situazione non gli appartiene direttamente, Costanzo si è ritagliato con discrezione un ruolo di spettatore partecipe, attento a registrare con imparzialità il flusso delle emozioni e a individuare le dinamiche interpersonali che aiutino a capire. Tanto che il film, lo scorso agosto, ha vinto nel consenso generale il Pardo d'oro al festival di Locarno.
il Giornale (1/14/2005)
Maurizio Cabona

Ambientato in una casa di palestinesi presidiata da militari israeliani, Private (soldato semplice in inglese) di Saverio Costanze è stato premiato a Locarno 2004 per ciò che sostiene, non per come lo sostiene. Tifando per gli arrendevoli di ambo le parti, Costanzo dimentica che chi si batte, coinvolge; che chi si arrende, annoia. Anche poi ammettendo la validità del cinema angoscioso fra quattro mura, Costanzo non è il Melville del Silenzio del mare, né il Wyler di Ore disperate: il suo film somma prevedibili e didascaliche tensioni tra parenti palestinesi a prevedibili e didascaliche tensioni tra militi israeliani. Gli attriti intestini prevalgono su quelli antagonistici. Ma allora perché da tanto tempo ebrei e arabi sono compatti nello scannarsi? Quando proprio deve schierarsi, Costanze è obliquo, facendo doppiare in italiano i palestinesi, non gli israeliani: come nei film di una volta coi tedeschi cattivi a sbraitare in tedesco e coi loro nemici a resistere in italiano. A proposito: i militari israeliani di Costanzo portano l'elmo già tedesco e ora italiano, non quello vero. Quanto all'auto dei civili palestinesi, non ha la targa dei «territori occupati». Nella Calabria dove si è girato, forse era difficile trovarne una.
Film TV (1/14/2005)
Enrico Magrelli

Qual è la posizione giusta, eticamente e politicamente corretta, in cui piazzare la macchina da presa quando inquadra i lembi, i contorni, i danni collaterali, meno noti e molto spesso invisibili, di una guerra? Saverio Costanzo nel suo pregevole ed importante film d’esordio (Pardo d’oro e premio per l’attore Mohammad Bakri al Festival di Locarno 2004) sembra farsi questa domanda in ogni inquadratura, in ogni scavalcamento di campo (da intendere qui non in senso strettamente tecnico, ma il campo è quello culturale e antropologico) e prima di dare ai suoi bravissimi (almeno nella versione originale) attori-persone l’azione e lo stop. La risposta esatta e assiomatica, secondo il regista, non esiste (non è impensabile che non sia mai esistita). È una questione ontologica che richiede un linguaggio fatto di strappi, di reticenze visive, di un uso, sonoro e minaccioso, del fuoricampo, di uno scandaglio concitato e scontornato del tempo della narrazione e del tempo narrato. Il confine di ferro e fluido che divide e insanguina la realtà mediorientale si sposta in una casa isolata che metaforicamente è in un territorio tra gli insediamenti israeliani e un villaggio arabo. Nella casa vive la famiglia di Mohammad, preside di una scuola, uomo colto, appassionato di letteratura inglese, legato, con orgoglio e pazienza, alla sua terra e contrario all’idea di andare via da lì e di ingrossare le fila dei rifugiati. L’irruzione di una pattuglia di soldati israeliani che occupano, per esigenze di sicurezza, il secondo piano dell’abitazione sconvolge e destabilizza la precaria quotidianità della famiglia palestinese e ne logora la dignitosa e fiera resistenza. Il protagonista, la moglie e i figli, reclusi tra una stanza-dormitorio e la cucina, costretti a non muoversi dal piano terra, sono gli interpreti esasperati di una convivenza coatta, di un vicinato sgradevole per tutte e due le parti (anche se c’è una différenza marcata tra chi occupa e chi è occupato), di notti lunghissime e drammatiche e di un incubo che non svaniscono con il sorgere del sole o con un negoziato.