Closer
Corriere della Sera (12/11/2004)
Tullio Kezich

Lo scrittore frustrato Dan si innamora della spogliarellista Alice, ma ben presto la tradisce con la fotografa Anna, che a sua volta cornifica il marito dermatologo Larry, il quale si consola con Alice. È questa la contraddanza del quartetto di Closer, seguita dal '93 al '97 sull'arco di quattro anni. Creata al Royal National Theatre di Londra il 22 maggio 1997 e tradotta in 30 lingue, la fortunata commedia di Patrick Marber è ora un film di Mike Nichols. Confesso che la trasposizione cinematografica non mi convince granché, mentre ho apprezzato il copione pubblicato da Random House. Il fatto sconcertante è che l'autore ha sceneggiato personalmente la pellicola, rispettando i dialoghi alla lettera e mettendo la sordina solo al tragico finale. Per cui Closer-film risulta, fino a un certo punto, una fotocopia di Closer-teatro: e da cosa può nascere, allora, la diversità del giudizio sulle due configurazioni della materia? La chiave dell'enigma emerge dal breve avvertimento premesso alla commedia: All settings should be minimal. In sostanza Marber, che della versione scenica è stato anche il giudizioso regista, raccomanda di non distrarre lo spettatore con riferimenti ambientali troppo precisi. Il che è il contrario di ciò che ha fatto Nichols portando i personaggi nelle strade e nelle abitazioni di Londra, in un parco della rimembranza, dentro l'acquario, nei saloni di una mostra fotografica, in un club di strip-tease. Tutto nitidamente illuminato e fotografato, nonché servito da un montaggio impeccabile. Ma in questo modo cosa succede? Che in una vicenda fatta di parole, tipica di certa drammaturgia post-pinteriana privilegiante le strategie verbali rispetto al disegno dei caratteri, ogni precisazione figurativa richiama a un approccio poetico di altro tipo. Dietro ciò che i personaggi enunciano, insomma, gli sfondi reali non contano o addirittura disturbano. Donde una sorta di rattrappimento. Nel corso di eventi e scontri, viene davvero fatto di dirsi: ma in fondo cosa ce ne importa di quelli là e dei loro pasticcetti amorosi? Senza contare che come carosello sessuale si spingeva molto oltre, cent'anni fa, Girotondo di Schnitzler. Né gli interpreti convincono granché: Julia Roberts (Anna) è fuori parte, di fronte alla pur intensa Natalie Portman chi ha visto nel ruolo altre attrici le rimpiange, Clive Owen (Larry) faceva in teatro Dan e non ha guadagnato nel cambio e infine Dan è Jude Law che per eccesso di ambiguità concorre alla freddezza del risultato.
la Repubblica (12/10/2004)
Roberto Nepoti

Ma sarà proprio vero che gli atti sessuali, la performance, il confronto con gli altri uomini sono l'ossessione del maschio contemporaneo? Parebbe di sì, a vedere Closer; mentre le donne del film, pur incasinate la loro parte, sanno amare e capire quando sono amate. A Londra il bel Dan (Law), redattore di necrologi, convive con l'appetitosa Alice (Portman); ma incontra la fotografa Anna (Roberts) e se ne innamora seduta stante. Poiché (per il momento) non può averla, le combina un incontro col dermatologo Larry (Owen), contattato in chat fingendosi la donna (la sequenza, sboccata e sulle note dell'ouverture della "Cenerentola", è la migliore del film). Finisce che i due protagonisti dell'appuntamento al buio si sposano; ma, da qui in poi, tutti tradiscono tutti; tutti s'insultano a sangue; tutti si lasciano, si riprendono, si rilasciano. Il copione è quello - di successo - della commedia di Patrick Marber, che vuol fare l'Harold Pinter ma ha meno unghie e meno denti. L'errore sarebbe immaginarsi, data la regia di Mike Nichols, un "Conoscenza carnale" trent'anni dopo. Là c'era il referto della miseria sessuale di una generazione, la denuncia della paura del sesso da parte del maschio; qui, il compiacimento di mostrare coppie, triangoli e quadrilateri trendy mentre praticano l'attualissimo sport del lavaggio dei panni sporchi. Dato che Closer vuol essere anche un modo per sdoganare un pugno di star, consegnandole al cinema "adulto", il cast ci si mette d'impegno: con risultati variabili.
l'Unità (12/10/2004)
Dario Zonta

Closer in inglese vuol dire letteralmente «più vicino» ed è il titolo di una famosa pièce teatrale di Patrick Marber, ora diventata film nelle mani del buon vecchio Mike Nichols. Closer è una visione ravvicinata, un primo piano, uno studio entomologico sui rapporti di coppia, colti esclusivamente nei loro momenti portanti e incandescenti: l’inizio e la fine, quando ci si incontra e ci si lascia. Nichols sostiene che il ricordo delle storie d’amore sia legato «solo» a questi due momenti. Nel mezzo una nebbia, uno svanire lento e imprecisato: ovvero l’amore fuori dallo sgomento e dalla tragedia. In Closer, come dice il sottotitolo, chi ama a prima vista tradisce ad ogni sguardo. E amori e tradimenti sono quelli di due coppie che intrecciano i loro destini ravvicinati. Il film si apre e si chiude in un gesto simmetrico, quasi un palindromo, sulle note della stessa musica, una canzone di Damien Rice, voce e chitarra struggenti che accompagnano l’immagine rallentata di un incontro e di una solitudine. Sono i primi due protagonisti, Alice e Dan, che ci porteranno agli altri due, Anna e Larry. Nichols segue il loro perdersi e trovarsi, le loro viltà, i tradimenti, le gelosie, le prevaricazioni, le vendette in un campionario di gesti e azioni che corredano le «normali» storie di sesso e d’amore. Closer è cinema di parola (e di sguardi) e Nichols, in una regia che scompare invisibile dietro le performance degli attori, non le «censura» quando queste diventano frecce avvelenate in battute dure, spietate e volgari. Mike Nichols è in Closer nel suo elemento. Regista teatrale e drammaturgo (figlio di padre russo e madre tedesca, scappato nel ’38 e quindi immigrato di prima generazione, come tanti registi tedeschi che hanno reso grande Hollywood), ha fatto film in cui preminente è la dimensione «scenica», il gioco degli attori. Il casting, quindi, è centrale. Per Closer Nichols indovina tre facce su quattro. Jude Law (Dan, scrittore mancato, giornalista di necrologi, eterno bugiardo e traditore per necessità), Clive Owen (Larry, possente e «shakespeariano», dermatologo in cerca di forti passioni) e Natalie Portman (Alice). Su di lei due minuti di raccoglimento. Ventenne israeliana, naturalizzata americana scoperta a dieci anni da Besson in Leon, studentessa ad Harvard, ha una faccia la cui bellezza ed espressività reggono perfettamente i primi piani indagatori di Nichols. Fa la parte di una newyorkese che sbarca squattrinata e imbelle a Londra per vivere, appunto, una storia d’amore. E ci riesce, facendo vivere anche a noi la nostra storia d’amore per lei. L’unico miscasting è Julia Roberts (Anna, fotografa raffinata e divorziata con il senso di colpa). Basta dire che la sua parte avrebbe dovuta farla Kate Blanchett. E quando vedrete il film, potrete immaginare la differenza...
La Stampa (12/10/2004)
Alessandra Levantesi

Closer è la partita a quattro di due giovani uomini e due giovani donne che nella Londra di oggi incrociano i loro destini sentimentali lungo quattro anni, ingannandosi su se stessi e gli uni con gli altri. Però, esattamente come la commedia di Patrick Marber su cui si basa, il film diretto da Mike Nichols è tutto meno che sentimentale: si può definirlo ironico, intrigante, aggressivo, ma non certo amabile e romantico. Funziona un po' come una vivisezione del carattere umano in una situazione amorosa. Quello che viene fuori è un contraddittorio, aggrovigliato miscuglio di pulsioni per lo più negative: al desiderio erotico e alla voglia di tenerezza si associano il tradimento, la menzogna, l'egoismo, l'incapacità di comprendere, la gelosia, la frustrazione. E' l'immagine allo specchio di una generazione di trentenni che per alcuni risulterà troppo spietata. Estensore di necrologi in un quotidiano, Dan (Jude Law) conosce la spogliarellista americana Alice (Natalie Portman) quando la ragazza viene investita da un taxi e lui la accompagna al pronto soccorso. Trascorso qualche tempo il giornalista, che ormai vive con Alice e ha pubblicato un romanzo a lei ispirato, si invaghisce della fotografa Anna (Julia Roberts). La quale, pur ricambiandolo, si fidanza con il dermatologo Larry (Clive Owens) incontrato proprio grazie a Dan, il quale (senza volerlo o forse inconsciamente volendolo) è stato il loro Cupido. Tuttavia Dan continua a essere attratto da Anna che lo ricambia, ragion per cui i due, dopo un anno di clandestinità, si risolvono a confessare la relazione ai rispettivi partner e a mettersi insieme, salvo a scoprire che non era la cosa giusta. Grande successo al Royal National Theatre di Londra dove ha debuttato nel 1997 e tradotta in trenta lingue, la commedia di Marbert si inserisce in un filone drammaturgico che partendo da Strindberg passa per Albee e Pinter approdando al Mamet di «Oleanna». Esperto uomo di spettacolo a cavallo fra cinema e palcoscenico, Nichols impagina la pièce in modo raffinato, tenendosi il più possibile fedele sia in senso spaziale che temporale al testo originale; e ben sottolineando il gioco degli interpreti che sono, la sorprendente Portman in testa, bravi e carismatici. E tuttavia sullo schermo, forse anche a causa del diverso finale, il girotondo sentimentale rischia alla fine di apparire vano. E il contrappunto musicale di «Così fan tutte» di Mozart fa solo rimpiangere la grazia leggiadra con cui il grande musicista ha saputo far levitare un analogo discorso sull'effimero gioco dell'amore.
il Giornale (12/10/2004)
Maurizio Cabona

Intrisi di biblici sensi di col-pa quando amano, molto meno quando odiano, gli statunitensi hanno l'adulte-rio triste. Dai tempi del codice Hays, per Hollywood l'infedeltà conduce come minimo al divor-zio, come massimo alla tomba. Così, quando un produttore americano .si arrischia, l'erotimo implicito nell'adulterio -per le donne pari alla pornogra-fia per gli uomini - viene neutra-lizzato ambientando la tresca nella gaudente Londra, da L'er-ba del vicino è sempre più verde di Stanley Donen a Notting Hill di Roger Micheli. Ma la gioia di vivere sembra in declino anche in Inghilterra, a giudicare dal cli-ma desolato di Closer («Più vici-no») di Mike Nichols, dal dram-ma di Patrick Marber e da lui stesso sceneggiato. Qui sono sta-tunitensi i due personaggi fem-minili e inglesi i due maschili, corrosiva metafora dello «specia-le rapporto» in politica fra i due Paesi. A introdurre la vicenda è il giornalista specialista in «coccodrilli» (articoli-necrologia) in-terpretato da Jude Law. Costui ha un romanzo nel cassetto, che ci resterebbe se non gli cadesse davanti, per strada, la spogliarel-lista interpretata da Natalie Port-man. Quando lei si rialza, si uni-sce a lui. Sulla spinta, lui trova un editore che lo manda dalla fotografa Julia Roberts: al terzo scatto però lei è già innamorata; ma arriva la spogliarellista e manda in fumo momentanea-mente l'idillio. Passa un anno. Lo strano romanziere si finge la Roberts e dialoga lubricamente (ma perché?) via computer con uno sconosciuto, che si rivela un medico (Robert Owen) onanista. Riesce perfino (di nuovo: ma perché?) a combinare l'in-contro di lui e lei. I due si piac-ciono e si sposano, ma il fuoco della passione precedente cova ancora e infine divampa. Un giorno la fotografa confessa tut-to, ma proprio tutto, al medico, che si consola osservando in ogni dettaglio l'altrettanto delu-sa spogliarellista, che ha ricevu-to analoga confessione e analo-go benservito dal romanziere. Quel che nella realtà adulterina capita al perdente, qui viene qui detto tutto di colpo, nella sua asprezza; quel che capita al vincente, nella sua dolcezza, viene omesso. Lo sbilanciamento pe-nitenziale di Closer è dunque an-cora maggiore di quello di Conoscenza carnale, dove i dialoghi erano meno diretti e le situazio-ni più rabaisiane, perché quel film si reggeva meno sul morbo-so che sul voglioso. Del resto il regista è lo stesso, ma aveva allo-ra metà degli anni di ora.
Film TV (12/15/2004)
Enrico Magrelli

La passione è un dilemma di pelle, tra estranei. È una scommessa tra ‘stranieri che si imbattono l’uno nell’altro e che sembrano aspettarsi da sempre e da mai. Sul ciglio di un marciapiede affollato di una Londra dove le automobili ti investono da destra. Davanti alla vasca dei pesci di un acquario dove si va per abitudine o per un falso appuntamento preso su internet. La passione è un accidente, un regalo della sorte e un contrappasso del desiderio. È una conoscenza carnale caduca, egocentrica e dolorosa. Fraintesa dall’involucro, dal guscio, dalla pellicola, dalla cute delle parole. Il sesso nel cinema, quando non è pornografia esplicita, il più delle volte si sfoga, pulsa, si esprime, si debilita, si appaga nei discorsi. È la pelle dei pensieri e delle parole a essere inquadrata, a essere montata, a essere stressata, a essere figura e forma della messa in scena. Le parole sono fatte per nascondere e non spogliano l’intimità. Alice (Portman), Anna (Roberts), Dan (Law) e Larry (Owen) formano un quartetto scoordinato, un rombo irregolare e infelice. Ognuno declina un lessico amoroso solitario e isolato, ognuno ha i suoi tempi, le sue fughe e i suoi “attacchi“, le sue chiavi e il suo pentagramma emotivo: la colonna sonora del film raddoppia e contrappunta orchestrazione sentimentale. La pièce teatrale di Patrick Marber (è anche l’autore della sceneggiatura) sviluppa un flusso verbale vigoroso e pieno di strappi, con rancori e fallimenti, gelosie estreme e incantesimi improvvisi altrettanto esasperati. Il tempo lungo della conquista e della perdita, della felicità e dell’abbandono scorre lontano dal racconto, passa tra un quadro e l’altro, tra una sequenza e quella successiva. Il sesso e l’amore non esistono senza il fuoricampo. Mike Nichols (è tra i pochi in grado di rappresentare il corpo dei sostantivi, degli aggettivi e dei verbi delle emozioni amorose al di fuori delle convenzioni, vecchie e nuove, dei melodrammi) stringe e inchioda, con la macchina da presa, i suoi quattro attori in quella che è una successione sincopata di climax narrativi. Le discese ardite e le risalite dì Alice, la cameriera spogliarellista, Anna, la fotografa, Larry, il dermatologo, Dan, il redattore della pagina dei necrologi con velleità letterarie. Eccellenti la Portman e Owen, gli unici due alle prese con personaggi che sanno davvero, per mestiere, che cosa sia la pelle, meno incisivi sia Law, che si tiene a distanza di sicurezza dal suo personaggio, sia la Roberts che spegne la sua naturale luminosità. È obbligatorio vedere il film in lingua originale.