Il castello errante di Howl
FilmChips (9/8/2005)
Elisa Giulidori

Miyazaki è sicuramente il più importante e il più conosciuto autore di film di animazione vivente. E' il solo cartoonist che sia riuscito a vincere il premio più prestigioso ad un festival internazionale del cinema (l'Orso d'oro a Berlino nel 2002), un Oscar e quest'anno gli verrà assegnato il premio alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia. Un riconoscimento più che meritato che speriamo farà apprezzare sempre di più l'arte dei cartoon considerata per troppo tempo ad esclusivo uso dei bambini. Anzi Miyazaki affronta sempre tematiche molto serie nelle sue opere: la distruzione della natura da parte dell'uomo, segnato dal progresso e dalla tecnologia, l'odio, l'intolleranza, la guerra. Anche in questo nuovo lavoro, tratto dal romanzo di Diana Wynne Jones, c'è una feroce condanna alla guerra e sull'eccessiva importanza che la nostra società attribuisce a bellezza e giovinezza. La protagonista Sophie è una ragazzina di 18 anni che viene tramuta da un incantesimo in una vecchia. Fuggita dalla sua città trova rifugio nel castello errante del mago Howl un giovane biondo e molto bello. Qui l'ormai vecchia Sophie si fa assumere come donna delle pulizie e fa amicizia con Markl, giovane apprendista mago e col fantastico Calcifer, un demone del fuoco che fa muovere il castello. Intorno a loro infuria la guerra e Howl viene convocato dal sovrano per avere il suo magico aiuto contro il nemico. "Il castello errante di Howl" è una sorta di summa di tutti i suoi lavori precedenti sia dal punto di vista grafico che tematico. Una sorta di punto di arrivo. Dal punto di vista tematico abbiamo già detto. Ma anche graficamente si possono ritrovare molti spunti usati precedentemente: gli abiti delle signore ricordano quelli di "Anna dai capelli rossi", come anche i tratti del viso, le ambientazioni montane richiamano alla memoria quelle di Heidi e le movenze di Howl, in particolare all'inizio riprendono quelle dello spirito delle carte da gioco di Napoleone in Lupin III. Ma ci sono anche riferimenti all'arte e alla pittura: il castello sembra un mix tra i mostri di Heronimus Bosch e gli assemblaggi di Savinio che ritornano anche nella stanza di Howl e c'è anche un omaggio alla danza di Matisse. I personaggi sono adorabili, tutti irresistibili, ben strutturati, divertenti e sorprendenti. La fantasia di Miyazaki lascia sempre senza fiato, la sua capacità di mescolare le carte in tavola senza che sia mai chiaro chi sia buono e chi cattivo, perché come nella realtà tutto è sfumato e in continuo mutamento. Colui che dovrebbe essere l'eroe è un mago pieno di paure e debolezze che quasi si scioglie per il dolore quando scopre di aver usato la tintura per capelli sbagliata... non può accettare di non essere bello: «Se non si è belli è inutile vivere» dirà affranto. Ma quando si vedono eroi tanto vanitosi e vanesi... Il film non è però a livello de "La città incantata", un vero capolavoro. Il finale è confuso e inutilmente lungo e fin troppo melenso anche se riesce a tenere desta l'attenzione grazie alla simpatia dei personaggi, come la vecchia strega delle Langhe e il cane spia .
Corriere della Sera (9/9/2005)
Tullio Kezich

Nello sciocchezzaio della critica anni '50 merita ricordare ciò che qualcuno scrisse sul finale di Miracolo a Milano, quando i barboni inforcando le scope strappate agli spazzini decollano da Piazza del Duomo verso «un paese dove buongiorno vuol dire veramente buon giorno». Secondo quel critico, di cui fingo di aver dimenticato il nome, in tal modo i sottoproletari in fuga si erano resi colpevoli di aver sottratto a degli operai il loro strumento di lavoro. Apparentemente insignificante, questa stupidaggine va ricordata in prospettiva come un sintomo dell'ottusa preclusione alla favola tipica di una parte della cultura di sinistra. E'vero che nel '49 Einaudi aveva inserito nella collana viola, patrocinata da Cesare Pavese, «Le radici storiche dei racconti di fate» del sovietico Vladimir Propp, ma in mezzo ai contrasti evocati da Luisa Mangoni nell'ottimo studio «Pensare i libri»: e così la legittimazione marxista della favola era rimasta a metà. Tant'è vero che ne fece le spese, oltre al film di De Sica, anche un altro capolavoro, La strada di Fellini, accolto nel '54 come un tradimento del neorealismo. Oggi l'assegnazione del Leone d'oro al maestro giapponese dell'animazione Hayao Miyazaki, di cui esce in contemporanea sugli schermi italiani Il castello errante di Howl premiato l'anno scorso, rappresenta l'inevitabile trionfo della controtendenza. Senza contare che l'attuale Mostra veneziana si è concessa altre scorribande nel mondo della fantasia, non solo con il travolgente I fratelli Grimm e l'incantevole strega ma anche con L'educazione fisica delle fanciulle di John Irwin (su sceneggiatura di Lattuada, da Wedekind) e Specchio magico del grande Oliveira. Per non parlare dei trionfi planetari di libri e film come i cicli di Harry Potter e Il signore degli anelli. Insomma, abbiamo finalmente capito che la favola non è puro «escapismo» (chi ricorda questo termine desueto, usato all'epoca in forma di anatema?), ma un altro modo per rispecchiare la vita. Tipico in questo senso è proprio Il castello errante di Howl della scrittrice britannica Diana Wynne Jones (classe 1934), pubblicato da Kappa edizioni. Ambientata «nella terra di Ingary, dove realmente esistono cose come stivali delle sette leghe e mantelli che rendono invisibili», la vicenda racconta di una giovane modista che per la vendetta di una strega diventa una vecchietta novantenne. Però Sophie non si arrende e trova il modo di mettersi al servizio del giovane e affascinante Mago Howl, che vive in un castello sempre in movimento, con la porta che volta a volta si apre su differenti realtà. Questa parabola sulla terza età e sull'arte di affrontarla senza troppe ansie si estende su 250 pagine in forma quasi sempre letificante, anche se appesantito da divagazioni che il film riesce solo in parte a sbrogliare. Il problema è se il premiato Miyazaki, 64enne con alle spalle una lunga carriera, è da considerare un grande illustratore o un autore in proprio. Personalmente di lui ho preferito La principessa Mononoke, Orso d'oro a Berlino, perché legato alle tradizioni e alla cultura del suo paese. Howl rappresenta un passo fuori dall'ambito nipponico, forse un adeguamento alle esigenze del mercato nel momento in cui molti territori si sono aperti a un disegno giapponese che fa dimenticare le trasandatezze dei mostri e dei robot. Maturato in polemica con la svendita televisiva dell'animazione, il segno di Miyazaki è pulito e spiritoso. L'inevitabile riferimento allo stile Disney è riscattato dalla forza di una visione fantastica personalissima che si realizza nel modo più felice soprattutto nei personaggini di Calcifer demone del fuoco e di Rapa spaventapasseri quasi umano.
Film TV (9/14/2005)
Fabrizio Liberti

Lasciato in naftalina per un anno dopo la presentazione durante la scorsa mostra veneziana, il distributore italiano ha colto con perfetto sincronismo l'aiuto che il destino gli ha offerto con la consegna del meritato Leone d'Oro alla carriera che in questi giorni Venezia offre a Hayao Miyazaki. Il castello errante dì Howl rinnova la straordinaria poetica del maestro giapponese che da sempre è molto attento agli stimoli provenienti dalla cultura occidentale che in questo caso prendono corpo nel racconto fiabesco omonimo del 1986 scritto dalla britannica Diana Wynne Jones, dal quale il film trae ispirazione. La protagonista è la giovane e dolce Sophie che lavora come modista nella boutique lasciatale dal padre. La sua bellezza colpisce il mago Howl in una delle sue incursioni in tempi e spazi diversi e anche Sophie subisce il fascino del giovane mago. La Strega delle Lande, della quale Howl era stato promettente allievo, invidiosa di questa reciproca attrazione, con un feroce incantesimo trasforma la povera Sophie in una vecchia di 90 anni. Così ridotta, Sophie fugge dalla sua casa e la sua strada si incrocia di nuovo con Howl e il suo castello errante. Lei si fa assumere come donna delle pulizie nel castello senza farsi riconoscere e attraverso la sua cura e la sua energia, prova a prendersi cura di Howl, giovane mago disturbato, con la speranza di abbattere l'incantesimo che li divide. Sofisticato, preciso in ogni minuscolo dettaglio, il film esalta con ogni cell la mano magica del maestro, così come la straordinaria e riconoscibile "palette" cromatica. Rispetto a capolavori come La città incantata e Principessa Mononoke il film denota un leggerissimo passo indietro, come se a dispetto dell'originalità, stavolta Miyazaki volesse fare una sorta di resoconto di quanto fatto sinora e infatti si riconoscono echi di situazioni e personaggi dei film precedenti che si rincorrono senza sosta. Però resta straordinaria l'invenzione della porta del castello, in grado di trasferire i suoi occupanti in tempi e spazi diversi, un'ossessione questa di tempi e mondi paralleli, che sembra sempre più centrale nel suo cinema.
Sette (9/8/2005)
Claudio Carabba

Perfidi incantesimi (una ragazzina trasformata in una vecchietta rugosa), streghe maligne e biondi maghi benefici, viaggi incredibili in un mondo ossessionato dal gioco della guerra. A sessantaquattro anni Hayao Miyazaki continua a sognare (e a disegnare con fantasioso furore) città invisibili in cui si può entrare per distrazione, ma da cui fuggire è maledettamente difficile. Come nella saga di Matrix, ogni porta si può spalancare sull'infinito. Onorato a Venezia 2005 con un Leone d'oro alla carriera, Miyazaki conferma le sue favolose virtù nello struggente II castello errante di Howl, finalmente in arrivo nelle sale italiane dopo un anno di attesa: tuffatevi, sarà dolce navigare nel labirinto dipinto.
La Stampa (9/12/2005)
Alessandra Levantesi

Se giovinezza sapesse, se vecchiaia potesse - Il vecchio adagio trova conferma nel romanzo «Il castello errante di Howl» (Kappa Edizioni), uno di quei libri scritti per i ragazzi ma buoni per essere letti da tutta la famiglia. La ragazza Sophie passa la giornata a confezionare cappelli, chiusa nella sua timidezza convinta com’è di essere priva di attrattiva; ma ecco che la Strega delle Terre Desolate (siamo nell’immaginario paese di Ingary, un regno delle favole, dove può succedere di tutto) le fa il dispetto di trasformarla in una novantenne. Passato lo sbalordimento, la malcapitata scopre in sé risorse insospettate: l’improvvisa vecchiaia la affranca da dubbi e complessi, permettendole di far emergere la sua natura generosa e ardita. Vagando per monti e per valli, dopo aver fatto amicizia con lo spaventapasseri Rapa, Sophie riesce a penetrare nel castello del Mago Howl che è veramente uno strano posto. Animata da uno spiritello del fuoco che si chiama Calcifer, la maestosa costruzione ha la caratteristica di non stare mai ferma: tant’è vero che la sua porta si apre alternativamente su vari ambienti e luoghi, secondo il capriccio del padrone che è un mago molto giovane, bellissimo e dal cuore gelido. Segretamente innamorata di lui, Sophie fa di tutto per rendersi indispensabile: e mentre spazza e riordina, si impegna a riportare l’armonia nella vita di Howl liberandolo da un nefasto incantesimo. Imbastito in leggerezza, il piacevole racconto a volte si complica perfino troppo, ma sotto sotto incoraggiando nel lettore la fiducia che tutto finirà bene. In felice coincidenza con il Leone d’oro assegnato a Venezia al maestro giapponese Hayao Miyazaki per onorare la sua gloriosa carriera nel campo dell’animazione, esce sugli schermi il film tratto appunto dal romanzo dell’inglese Dianna Wynne Jones, scrittrice settantenne apprezzata in tutto il mondo. In questo caso Miyazaki, staccandosi dalla tradizione nipponica che gli aveva ispirato «La principessa Mononoke», attinge a un risultato ugualmente affascinante, nitido, arioso e a tratti spiritosissimo. Pagina per pagina l’illustratore poco a poco si è impadronito della materia narrativa trasformandola in un’opera recante la sua firma dalla prima immagine all’ultima. Anche nel film il senso di questo apologo ottimista sulla vecchiaia emerge limpido e consolatorio; e si piazza tanto bene a cavallo delle generazioni che piacerà sicuramente a nonne e nipotine. Una scena del cartone animato giapponese «Il castello errante di Howl»