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| Old boy |
| Corriere della Sera (5/7/2005) Maurizio Porro Il nuovo corso asiatico Nero che di più non si può, davvero una furia senza ragione apparente, un taglio che strazia il mondo. La nouvelle vague asiatica fa proseliti e il cinema coreano ci manda teste mozze, lingue a pezzi, pesci mangiati vivi, fiotti di sangue, il feticismo dell'irreale quotidiano in una civiltà che produce solo incubi. È speciale quello di un uomo che, sequestrato per 15 anni, esce e cerca ex aequo verità e vendetta. Un pasticcio che, comunque lo metti, non finirà bene. Variazioni psico cromatiche, sospetti di nichilismo, omaggio certo al fumetto, cinema orgogliosamente tarato da danni psicofisici irreversibili. Un talento visivo estremo, una tragedia premiata a Cannes che andrebbe vista con gli altri pezzi d'orrore di Park Chan Wook che Lucky Red farà uscire in homevideo. |
| il Manifesto (5/6/2005) Mariuccia Ciotta Premiato a Cannes 2004 da Tarantino - forse perché ci ha visto i fantasmi sadici del «Patriot Act» - ecco una nuova creatura del grottesco splatter, Old Boy, del quarantenne coreano Park Chan-wook. Manierato come un fumetto dell'ultraviolenza, perché solo la maniera salva quando l'orrore regna, Old Boy è la storia di un uomo di mezza età, Oh Dae-su (Choi Min-sik), rinchiuso in un carcere privato su richiesta di un ex compagno di scuola che lo accusa di aver provocato il suicidio della sorella. Quindici anni di segregazione in una camera con tv e moquette. L'uomo esce furibondo, irsuto e pazzo. In ordine, mangerà un polipo vivo, scardinerà uno a uno i denti del secondino, si taglierà la lingua. L'orgia sanguinolenta è condita con mani tagliate, sgozzamenti e fiotti di sangue in una densa poltiglia visiva, zoom, inquadrature sghembe, risse di karaté, decolorizzazioni, dissolvenze incrociate, slittamenti spazio-temporali. Non c'è, come in Tarantino, l'amore feticista per gli «oggetti» di repertorio cinephile. Il coreano non indica il deja vu, lo assume, lo divora e lo sputa nella farsa di un doppio dramma dell'incesto. Oh Dae-su ha spiato da studente il rapporto di sesso tra un fratello e una sorella, spinta al suicidio dallo scandalo, e per vendetta dopo la prigione è spinto dal rivale tra le braccia di sua figlia (la stupenda Gang Hye-jung). Lo shock della rivelazione provoca una scena madre con autoamputazione e scivolamento verso il grand guignol più insostenibile. Ma non c'è nessuna passione per l'eccesso né mistica della violenza. Quando in Sud Corea si affronta l'incesto, oltre agli archetipi del simbolico, è anche metafora della guerra civile, della spartizione e lacerazione, mai digerita, voluta dalle superpotenze . Quanto questo «taglio primordiale» sia centrale nell'immaginario di Seul lo dimostra il box office coreano 2004: Silmido di Kang Woo-suk e Taegugki (Fratelli di sangue) di Kang Je-gyu, 1° e 2° in classifica, sono sulla guerra del `52 e le sue conseguenze, e battono Troy e Shrek . Il 53% del mercato è dei film coreani, anche d'autore. Hollywood infuriata chiede la fine del protezionismo, e il ministro della cultura, il cineasta Lee Chang-dong, è costretto alle dimissioni. |
| La Stampa (5/7/2005) Lietta Tornabuoni Semplice violenza e violenza complessa in «Old Boy» del coreano Pak Chan-wook, uno dei più bei film della stagione, gran premio della giuria al festival di Cannes 2004. Violenza semplice: lingua tagliata, mani mozzate, denti cavati con tenaglia e martello, uccisioni con oggetti acuminati, spuntini con un polpo vivo mangiato a morsi. Violenza complessa: nel 1988 un uomo viene rapito davanti alla sua casa senza un perché; viene carcerato in una stanza con la tv, cibo, docce per quindici lunghi anni; viene rilasciato, non liberato, in cinque giorni dovrà scoprire chi lo ha rapito e perché, altrimenti morirà. Elegante e feroce, «Old Boy» (si scoprirà che il titolo è un nomignolo scolastico) è tratto da un fumetto giapponese ideato nel 1977 da Garon, disegnato da Nobuake, arrivato già a otto volumi. La maestria cinematografica del regista è grande: ogni immagine possiede due forze, una immediata e una evocativa; la collocazione del personaggio o dei personaggi nell'inquadratura è perfettamente anomala e insieme perfettamente calibrata; la luce costruisce atmosfere oniriche o crudeli, sempre elegantissime; il talento visivo dell'autore trasforma una classica storia di vendetta in una vicenda lirica. Strano osservare che l'essenza dell'aneddoto (una persona posta sotto sequestro senza sapere perché) è la stessa di altri film asiatici o occidentali (il più recente è «Cellular»). Dev'essere una tipica angoscia postmoderna: sei solo, non sei sottoposto a violenze né a sofferenze, vivi giorni tutti uguali, non vedi né parli con nessuno, non sei libero di uscire né di andare dove vuoi, non lavori, non conosci il motivo di questa prigionia insensata, non conosci il nome di colui per volontà del quale ti trovi in simile condizione. E se fosse la vita? Se la vendetta dovesse venir esercitata per una colpa lontana, dimenticata, commessa nei primi anni dell'esistenza, quando rivolte e cattivi umori sono ancora vivi? |
| la Repubblica (5/6/2005) Roberto Nepoti Entriamo subito in un microcosmo chiuso e ossessivo. Un uomo si risveglia prigioniero in una stanza; l'unico contatto con l'esterno è la tv: dalla quale il prigioniero apprende che sua moglie è stata assassinata e che è lui il sospettato. Poi, il protagonista di quella che sembra un'allucinazione si ritrova - d'un tratto - libero. Incerto su tutto, a partire dalla propria identità, di una sola cosa è sicuro: deve punire atrocemente chi gli ha rubato la vita. Da qui in avanti, seguiamo le sue vicende con un'identificazione quasi dolorosa; certi, ad ogni scena, che il peggio deve ancora venire. Ebbro di rabbia e di violenza, l'uomo estirpa i denti ai nemici col martello, li fa fuori con spazzolini da denti e oggetti acuminati vari; senza contare che, quando vuole rifocillarsi, mangia polipi vivi in diretta davanti alla cinepresa. Un po' bisogna capirlo, però: se è diventato un mostro è perché lo hanno tenuto quindici anni chiuso in quella stanza, peggio di Montecristo, senza neppure spiegargliene il motivo. Variante postmoderna della classica storia di vendetta, con doppio sottointreccio d'incesto tra un taglio di lingua e un'amputazione di mani, il film - tratto da un manga - è la conferma di quanto sia meritata la fama di Park Chan-Wook, cineasta di successo in patria e di culto presso i cinefili nostrani ("Symphathy for Mr. Vengeance"). La nerissima storia è disperatamente lirica, raccontata con un talento visivo fuori del comune; le sequenze di combattimento sono coreografate con abilità; il montaggio sapiente gioca senza tregua con i nervi dello spettatore. In sovrappiù, il regista non ci fa mancare un paio di scene erotiche originali e eccitanti. In concorso a Cannes esattamente un anno fa, Oldboy ha ricevuto il Gran Premio della giuria presieduta da Quentin Tatantino. Fummo facili profeti a prevedere che Quentin lo avrebbe apprezzato; non si deve credere, però, che la violenza rappresentata dal regista coreano somigli a quella del collega. Laddove le stragi tarantiniane sono ludiche, venate d'ironia da cartoon, qui la violenza non ha nulla di seducente, né di divertente: è disumana, brutale, atroce come il mondo che la incornicia. E Park Chan-Wook non si diverte mai a fare il furbo con lo spettatore, non cerca di stupirlo. Lo immerge, invece, dentro il cervello di un uomo imprigionato in un incubo, rendendogli sempre più urgente il bisogno di scoprire, assieme a lui, la verità. La Universal ha già acquistato i diritti del film per un remake: che dovrà faticare un bel po' per stare alla pari con l'originale. |
| l'Unità (5/6/2005) Alberto Crespi Week-end cinematografico in cui tutti quanti debbono fare i conti con Le crociate, che esce con la forza d'urto di 700 copie. Per chi vorrà evitare di trovarsi sotto le mura di Gerusalemme, molte sono le alternative: una storia d'amore italiana (Tartarughe sul dorso di Stefano Paserto, con Barbora Bobulova), una commedia «en travesti» nella Londra del XVII secolo (Stage Beauty, storia di un attore shakespeariano specializzato nei ruoli femminili: all'epoca, alle donne era proibito recitare), un altro film italiano su una famiglia «divisa» (Non aver paura di Angelo Longoni, con Laura Morante), un assurdo seguito giallo-rosa hollywoodiano (Miss FBI, con Sandra Bullock: terrificante!), un elegante trascrizione da Simenon (Luci nella notte, di Cédric Kahn), un thriller spagnolo (Hipnos, di David Carreras Sole). Insomma, ce n'è veramente per tutti i gusti. Anche i più bizzarri... Ogni tanto noi critici usiamo la parola «estremo». In una recensione cinematografica, è una parola abbastanza ridicola. Però, una tantum, potremmo rischiare la vostra ilarità e definire Old Boy «estremo». Trattasi di un film coreano, passato in concorso a Cannes nel 2004, dove vinse anche il Grand Prix della giuria sbaragliando concorrenti assai più quotati (uno per tutti, tanto per rimanere in Oriente: 2046 di Wong Kar-Wai) e risultando secondo, nel palmarès, solo a Fahrenheit 9/11 di Michael Moore. In molti dissero che era la «firma» di Quentin Tarantino, presidente della giuria, sul verdetto. E in effetti il film di Park Chan-Wook è «tarantiniano», in quella particolare accezione orientale del termine che da al «tarantinismo» una dimensione più astratta, narrativamente meno giustificata, ancora più stilizzata. È una sorta di «violenza Zen» - è una contraddizione di termini, sì, ma rende l'idea - che Tarantino ha tentato di ottenere, con risultati alterni, nelle parti «orientali» di Kill Bill. Old Boy, però, va oltre: certo, Tarantino può inventarsi che Uma Thurman venga seppellita viva e sfondi il coperchio della bara (e i metri di terra che ci stanno sopra) a pugni; ma in fondo nemmeno lui oserebbe concepire una trama in cui un tizio viene chiuso in una stanza per 15 anni, senza che ne venga mai spiegato il motivo, e poi esca (quasi) illeso e faccia vendetta. È la trama, surreale quanto basta, di Old Boy. Il protagonista Dae-Su è un uomo normalissimo con una bella famigliola. Un bel giorno del 1988 - forse la data, per i coreani, ha un senso - viene imprigionato e chiuso in una stanza ermeticamente sigillata. Non vede mai i suoi aguzzini. L'unica cosa che può fare è guardare la tv, dalla quale apprende che sua moglie è stata uccisa. Tenta di fuggire, poi di suicidarsi: invano. Cerca di immaginare chi possa odiarlo tanto da avergli combinato un simile scherzo (Dae-Su non è un gangster, non è ricco, non è un personaggio pubblico, non ha nemici - almeno che lui sappia). Finché, tre lustri dopo, qualcuno (invisibile quanto i rapitori) lo libera. Dae-Su si ritrova sul terrazzo della casa dove era prigioniero, con dei soldi nel portafogli e un telefono cellulare. Ora sta a lui vendicarsi. Ma di chi? Old Boy è estremo nella storia, di assoluta e inquietante gratuità, e in certi passaggi violenta ai confini dello splatter. La scena in cui l'attore Choi Min-Sik si mangia a brani un polipo vivo (e non sembra esserci trucco) è per stomaci invulnerabili. Il film è a suo modo un'esperienza: vivamente sconsigliata a bambini e ad adulti impressionabili. |
| Film TV (5/11/2005) Mauro Gervasini Oh Dae-soo viene rapito, rinchiuso in una camera blindata, tenuto in contatto con il mondo attraverso un televisore. Durante i quindici anni di prigionia scopre che la moglie è stata massacrata (e tutti pensano sia lui, il colpevole), tenta il suicidio, traccia segni sulla propria carne, si aggrappa alla fame di vendetta per non impazzire del tutto. Misteriosamente, com'era entrato, esce. E da qui il film di Park Chan-wook (ri)comincia, perché è un nuovo Oh Dae-soo quello che deve scoprire il motivo di tanto accanimento e nello stesso tempo pianificare la riscossa. Il cineasta coreano, tra i più interessanti in circolazione, costruisce geometrici labirinti di alienazione visiva dove la violenza del mondo e degli uomini si ritorce contro tutti, noi per primi. Il film è estremamente stilizzato, i personaggi sono prigionieri in e di se stessi, succubi del passato e predestinati a un terribile futuro, senza conseguenze dell'amore capaci di liberarli (anzi, anche l'amore risponde alla legge del taglione). L'ambiguità è una chiave di lettura, una scelta poetica. Troppo netta la sensazione che Oh Dae-soo dopo la prigionia sia "migliore" di prima per pensare che sia un caso. Ispirato al manga di Tsuchiya Garon e Minegishi Nobuaki ma splendente di luce propria. |
| il Giornale (5/6/2005) Maurizio Cabona Quindici anni chiuso in una stanza, con la tv accesa, per ragioni oscure; una lunga vendetta dopo la misteriosa fine della misteriosa prigionia... Old Boy di Park-Chan-wook è la seconda parte - la prima in Italia non s'è vista - di un incubo tratto da un fumetto giapponese diventato film coreano che all'ultimo Festival di Cannes ha avuto il Gran premio della giuria, presieduta da Tarantino. In Italia Old Boy esce alla vigilia di un altro Festival di Cannes, con gli scampoli primaverili, forse perché - cupo, cruento, ossessivo e ripetitivo com'è - contraddice le regole dello spettacolo, come il suo titolo (un ossimoro) contraddice quelle della logica. Il vecchio ragazzo cui allude è interpretato da Choi Min-sik. Lo vediamo inizialmente beone con famiglia, arrestato, picchiato e rilasciato dalla polizia, poi detenuto vedovo (la moglie è stata assassinata e lui è sospettato del delitto, dice la tv), infine pedina di un gioco mortale, ideato da chi l'ha rinchiuso. Chi ha letto il fumetto, dice che il finale del film ne diverge. In storie così, però, la trama è il pretesto dell'incubo e l'incubo, specie se orientale, ha i suoi giovani, fanatici amatori; quanto alla definizione del personaggio, sembra la caricatura di quelli di Takeshi Kitano. |