La spettatrice
la Repubblica (5/7/2004)
Paolo D'agostini

Una giovane donna senza legami spia l'uomo della finestra di fronte e s'infila nella sua vita. Lo segue nel cambio di città, con l'inganno diventa amica della sua compagna, continua a fare di tutto per stargli vicina ma quando finalmente lui s'interesserà a lei, si sottrarrà. Preferendo restare spettatrice delle vite altrui. Però l'analogia iniziale con il film di Ozpetek è solo tecnica, ne è una versione raggelata e prosciugata, "nordica". Sempre all'inizio lui e lei capitano nello stesso negozio di cianfrusaglie e acquistano la stessa pietra che promette di "migliorare spirito e sentimenti". Al convegno dove lui relaziona e lei fa da interprete simultanea l'uomo, che è un affermato ricercatore farmacologo, s'interroga sulla differenza tra "depressione patologica e tristezza soggettiva". Insomma incastri di coincidenze - un po' casuali, un po' volute - e piccole interferenze nei destini, note dolenti sospese in un vuoto di relazioni umane, ci dicono che siamo in quel clima che era caro al cinema di Kieslowski. Il disegno è ardito e la sfida interessante: si tratta dell'opera prima di un ex allievo della "factory" di Ermanno Olmi a Bassano del Grappa. Tuttavia il film non scorre, "si sente" ad ogni passo la scrittura e del modello polacco non si sente invece la passione compressa. E gli attori (Barbora Bobulova a suo tempo scoperta da Bellocchio per "Il principe di Homburg", e Andrea Renzi il calciatore de "L'uomo in più" di Paolo Sorrentino) non sono convincenti.
Corriere della Sera (5/8/2004)
Maurizio Porro

Vincitore al Bergamo Film Meeting e scelto da De Niro per il Tribeca Festival di New York, dove ha avuto critiche bellissime, La spettatrice di Paolo Franchi è il miglior debutto italiano da molto tempo in qua. L'autore è fornito di una capacità introspettiva a livelli di immagini che lo imparentano con i maestri che inquadrano l'invisibile degli affetti, metti Antonioni o Kieslowski e mantiene il film su un'eleganza stilistica costante e a giusta misura e distanza emotiva. E' la storia della vita virtuale, oggi molto in uso: l' amore dalla finestra di fronte di una ragazza che insegue un uomo sconosciuto da Torino a Roma e si inserisce, insospettabilmente, nella sua relazione con una donna, fino a metterla in crisi. Anche quando ciascuno avrà in parte scoperto il proprio gioco, tutti restano spettatori della propria passività e il finale metafora d'acqua di chi sta a galla, non va a fondo, ma fatica ad alzarsi, è lucido, inesorabile. L'eclisse dei sentimenti in un racconto di una classe molto europea e poco italiana, in cui nessuna immagine è inutile, nessuno sguardo va perso e i raccordi psicologici sono precisi e la mano della regìa è invisibile ma presente nel raccontare un incrocio di solitudini, ma senza angoscia. Per esempio nella direzione di tre attori straordinariamente sintonizzati: Barbara Bobulova, la spettatrice della vita che insegue un sogno d'amore, l'amica-complice Brigitte Catillon e il bravissimo Andrea Renzi, che viene dal teatro di Martone e fa il discreto oggetto del desiderio.
Film TV (7/20/2004)
Aldo Fittante

Nella Torino di oggi, uggiosa e ombrosa, può capitare che due solitudini si sfiorino ed entrino, a distanza di qualche minuto l’una dall’altra, in un negozio per comprare la stessa pietra, la labradorite, che rinforza lo spirito e i sentimenti. Almeno così dovrebbe. Due solitudini, quindi, due spettatori del proprio destino. Abitano uno di fronte all’altro, lui è un ricercatore, lei una traduttrice (in) simultanea. Lui pare non accorgersi di nulla. Lei, invece, osserva, guarda, annota con gli occhi e registra. Chissà mai che un giorno gli "appunti" possano servire. Poi capita che l’uomo decida improvvisamente di trasferirsi a Roma e che lei, altrettanto improvvisamente, si convinca di seguirlo, addirittura di modificarsi: da spettatrice a co-protagonista della vita di quello strano oggetto del desiderio, che ha una relazione con un’altra donna più grande di lui. Comincia così uno stupito triangolo amoroso, dove ognuno dei lati non conosce le misure e le intenzioni dell’altro. Cuori in inverno: l’ottima opera prima di Paolo Franchi parte da Truffaut (quel poster di "Jules e Jim" appeso alla parete...) e approda all’ultimo Sautet (non a caso, una delle protagoniste, la funzionalissima Brigitte Catillon, impersoanva Regine proprio in "Un cuore in inverno"). Quello di Franchi è un cinema intimista che studia antropologicamente il sangue raggelato di uomini e donne che hanno licenziato le emozioni. E’ una seduta psicoanalitica reiterata, che insegue vanamente la ragione. Di grande spessore i due attori principali: Andrea Renzi è straordinariamente mummificato nella sua paura d’amare; Barbora Bobulova è timida, ma molto audace.