Terminator 3 - Le macchine ribelli
la Repubblica (9/19/2003)
Roberto Nepoti

Nella prima puntata della saga, un Terminator era inviato nel passato per impedire la nascita di John Connor, futuro leader della resistenza umana contro il dominio delle macchine. Nella seconda, un altro cyborg cercava di "terminare" Connor tredicenne. In Terminator 3: le macchine ribelli (non senza qualche incongruenza in cronologia, che i fan della serie hanno subito rilevato), il solito compito tocca a una Terminatrix top-model (la levigata Kristanna Loken) che oltre a John, ormai adulto (il poco carismatico Nick Stahl), deve far fuori anche la sua futura moglie, Kate (la ex-Giulietta Claire Danes). Il binomio Terminator-Schwarzenegger rappresenta un caso di serialità cinematografica del tutto particolare, in cui il personaggio è strettamente legato a un attore (Tarzan, Zorro o 007 possono essere interpretati da persone diverse) ed è in grado di evolvere soltanto assieme a lui. Con una certa dose d'ironia, Schwarzie (ancora rivestito del costume di pelle in stile gay, alla Village People) è diventato un modello desueto, dalle prestazioni limitate, assai inferiore per efficienza all'aggiornatissima Terminatrix, superattrezzata e fredda come la morte. Altro sintomo del tempo trascorso (dodici anni, dalla seconda puntata) è l'ipotesi che la guerra nucleare sia provocata da un virus, lo Skynet, diffuso via-computer: un'ipotesi che, all'epoca dei film precedenti, sarebbe stata impensabile. Per il resto, il nuovo episodio se la cava decorosamente, malgrado l'assenza di James Cameron dietro la macchina da presa e le anoressiche scene di dialogo messe lì per cucire una sequenza d'azione con l'altra. E in effetti, il film non è altro che una compilation di botti e carambole; realizzati all'antica, cioè senza l'abuso di effetti speciali cui ci hanno abituati i blockbuster virtuali degli ultimi anni. Detto in altre parole: se T1 era una "serie B" a basso costo, compensata dal genio visionario di Cameron, T3 è una "serie B" ad alto budget (la maggior parte del quale è servita a finanziare un lungo inseguimento per le strade di Los Angeles, oltrechè il conto in banca di Arnold) messa in scena senza sprechi di talento dal mestierante Jonathan Mostow. In regime d'inflazione di kolossal miliardari, da "Hulk" in giù, un film come questo ha un sapore vecchiotto, non spiacevole ma un tantino superfluo. Lo stesso effetto di non-necessità che fa Schwarzie: anche se ci auguriamo di rivederlo spesso sullo schermo, piuttosto che saperlo governatore della California.
Corriere della Sera (9/20/2003)
Tullio Kezich

Arnold Schwarzenegger (classe 1947) ha ora l'ambizione di candidarsi alla prossime elezioni californiane (per ora rinviate): vorrebbe diventare governatore. Probabilmente non lo voterei, però gli darei volentieri il voto per l'Oscar. Sento già le proteste dei critici seri: come si può pensare di conferire un tale riconoscimento a un «abbottato» che deve la sua fortuna ai muscoli? Ovvero a un attore che non si è mai preoccupato di ripulire il suo inglese dal nativo accento del Tirolo? Eppure Terminator, il tipo creato da Schwarzy nell'ormai lontano 1984 e riproposto nel 1991, colpisce ancora nell'attuale Terminator 3-Le macchine ribelli. Il bello è che nel primo film avrebbe dovuto interpretare un altro personaggio, quello dell'eroe positivo, ma lui intimò al regista James Cameron: «Accetto solo se mi fai fare il mostro». E poi gli intelligentoni si affannano a ripetere che Schwarzenegger non è intelligente. Gira e rigira, le storie del colosso venuto dal futuro si assomigliano tutte: il gigante nudo si materializza sulla terra tra lampi e tuoni e subito prende a menare le mani. Strappa i vestiti a qualche malcapitato, si procura le armi, ruba un mezzo di trasporto ed eccolo pronto a scorrazzare sulle strade d'America nel compimento della sua missione buona o cattiva che sia. Perché il personaggio, da un'avventura all'altra, ha radicalmente cambiato segno: nel primo capitolo era uno spietato killer d'acciaio rivestito di carne e pelle, poi è diventato un paladino della buona causa. Arrivato al numero 3, non più diretto da Cameron ma dal diligente e astuto Jonathan Mostow, Terminator è ormai la guardia del corpo di John Connor (Nick Stahl) leader della resistenza alle macchine assassine. Stavolta l'avversario è una ciberdonna (altra buona trovata sostenuta da un'interprete grintosa, Kristanna Loken) tenace nel perseguire la sua missione di morte e praticamente indistruttibile come il nostro robot di fiducia. Ma il valore e il divertimento di Terminator 3 continua a consistere nella monumentale presenza di Schwarzenegger. Sempre uguale a se stesso, pur reso più nobilmente iconico dai segni dell'età, le rughe, la stempiatura. Fedele alla tradizione di laconicità del personaggio, che parla poco e picchia molto: i suoi aforismi sono i più memorabili di tutta la storia del cinema dai tempi del poliziotto cinese Charlie Chan. Se (alla fine) sarà eletto governatore, ha promesso che abbandonerà lo schermo. Affezionati come siamo alle sue puntuali riapparizioni, ci resta solo da sperare che venga trombato.
La Stampa (9/19/2003)
Alessandra Levantesi

Fra un esplodere di scariche elettriche, una giovane donna appare nuda nella vetrina di un negozio di Beverly Hills e si impossessa di una spider nonché dei vestiti della conducente. E’ una T-X, super robot dalle fattezze umane ben noto al pubblico planetario che ha decretato il successo della serie «Terminator» giunta al numero tre. Come si sa nel 2029, dopo che le macchine hanno distrutto la nostra civiltà, i pochi esseri in carne e ossa sopravvissuti combattono sotto la guida di un intrepido messia condottiero. Il prescelto si chiama John Connor: nel 1984, il terminator Arnold Schwarzenegger era venuto dal futuro a uccidere sua madre Sara proprio per impedire che nascesse. Nel 1991 in «Terminator 2» un T-X maschio aveva inutilmente cercato di eliminare John bambino mentre, con l’aiuto del terminator Schwarzenegger diventato buono, Sara riusciva miracolosamente a rimandare il giorno del giudizio. Ora, poco più che ventenne ormai orfano, il ragazzo vive come un marginale in fuga, oppresso dalla consapevolezza dell’appuntamento fatale che attende il mondo intero. A meno che... «Terminator 3 - Le macchine ribelli» racconta il disperato tentativo di John di contrastare il destino, mentre la bella e implacabile T-X lo insegue per ammazzarlo e il terminator Schwarzenegger lotta per proteggerlo. Anche stavolta il finale aperto (in vista di un probabile numero quattro?) è drammaticamente cupo: e come potrebbe essere altrimenti visto che il peggio sta per accadere? Concepito e realizzato a costi contenuti dall’esordiente James Cameron, il primo «Terminator» aveva avuto un successo enorme quanto inaspettato; di nuovo diretto da Cameron con un budget ultramiliardario il capitolo due era stato un trionfo annunciato. A distanza di dodici anni il dubbio che la formula potesse ancora funzionare l’ha spazzato via un botteghino internazionale attestato sugli oltre 400 milioni di dollari. Contro le previsioni dei maligni, l’aspirante governatore della California nonostante i 56 anni continua ad essere all’altezza; al posto di Cameron, il regista Jonathan Mostow se l’è cavata egregiamente a pilotare il film in un turbinio inesauribile di effetti speciali mantenendo un ritmo sempre incalzante. Quello che manca (e non mancava nelle pellicole precedenti) è un respiro narrativo capace di lasciar spazio all’emozione. Ma a Hollywood, è da tempo che le «macchine» hanno vinto.
l'Unità (9/19/2003)
Alberto Crespi

Si esce da Terminator 3 ponendosi la stessa epocale domanda che risuonava alla fine di Terminator 2: ma se nel futuro sia le macchine assassine, sia gli uomini della Resistenza hanno la capacità di spedire cyborg nel passato a piacimento; e se loro conoscono questo passato, visto che è la loro storia; se insomma sono vere queste due condizioni, perché diavolo i cyborg si materializzano sempre quando mancano 10 minuti al giorno del giudizio o 10 secondi alla rivolta delle macchine o 10 nanosecondi alla fine del mondo? Non potrebbero mandarli indietro almeno una settimana prima, rendendo meno arduo il loro compito? Sì, sentiamo anche la vostra risposta: ed è la risposta esatta. Senza l'ansia da distruzione del pianeta, senza la corsa contro il tempo, non ci sarebbe il film. Vero. Invece - sgomberiamo subito il campo da ogni equivoco - in T3-Le macchine ribelli il film c'è. Prevedibile, «telefonato», diretto in modo tutto sommato anonimo (Jonathan Mostow non è James Cameron), ma semplice, efficace nello svolgimento e politicamente curioso nell'assunto. Terminator ha infatti, rispetto ad altre saghe simili (Matrix in primis), una caratteristica che è anche un pregio: sono film di serie B, con molta azione, molta energia e un «pensiero nascosto» che si rifugia nelle pieghe della trama, non diventa ingombrante fardello filosofico come, appunto, in Matrix (soprattutto il numero 2) o nelle varie puntate del Pianeta delle scimmie o persino nella saga tv, per altro di assai superiore qualità, di Star Trek. Terminator è costruito esclusivamente sulla figura di Schwarzenegger, inalterata dal film-1 al film-2 e poi al film-3, e sui vari cyborg cattivi che dal film-2 in poi gli si oppongono (stavolta c'è una T-X, una Terminatrix femmina, molto sexy, che in sede di sceneggiatura si poteva sfruttare meglio: senza arrivare a una scena porno fra due cyborg, ma chissà!). Accanto ai robot duellanti, c'è poi il versante umano: che nel lancio pubblicitario (e nella traccia che i film lasciano nella memoria) sparisce, ma che consente la lettura politica di cui sopra. In questo terzo capitolo, John Connor è un ventenne (lo interpreta Nick Stahl, molto bene). Per chi non ricordasse i precedenti, John Connor è il futuro capo della Resistenza umana contro le macchine, l'uomo che i vari cyborg spediti nel passato debbono sempre eliminare: nel primo film (1984) Schwarzenegger, ancora cattivo, doveva uccidere la sua futura madre; nel secondo (1991) John era un bimbo (l'attore Edward Furlong) e Schwarzy era il cyborg buono che lo difendeva dal cattivissimo androide a cristalli liquidi T-1000 (Robert Patrick). Stavolta John è un giovanotto, ma soprattutto è un homeless, un tossico che sopravvive nelle fogne di Los Angeles rubando medicinali che gli facciano da metadone. Ebbene, questo perdente, questo avanzo dell'America di Bush, questo rifiuto dell'umanità è il futuro capo degli eroi che nel capitolo 4 (ci sarà, eccome se ci sarà!) combatteranno le macchine arrivate all'autocoscienza. Il capo dei «partigiani» è il principe degli sfigati: in questo T3 ricorda stranamente un'altra saga, inventata da un autore radicale, anti-hollywoodiano, quasi anti-americano: le avventure di Jena Plisskey immaginate da John Carpenter in Fuga da New York e Fuga da Los Angeles. P.S. La rete che collega le macchine ribelli, e che nella seconda parte del film scatena la guerra omicida, si chiama SkyNet. Vedendo il film, provate a immaginare le battute come se, invece che SkyNet, dicessero solo Sky. L'effetto esilarante è garantito. E se T3-Le macchine ribelli fosse un pamphlet contro Rupert Murdoch?