The Blues - L'anima di un uomo
Duel (8/27/2003)
Luca Barnabé

Ci voleva un regista tedesco, geograficamente distante migliaia e migliaia di chilometri dagli Usa, per arrivare a toccare le radici e l'anima del blues? Guardando L'anima di un uomo di Wim Wenders si direbbe di si. Cosi, mentre gli Stati Uniti sembrano risintonizzarsi sulle frequenze fantasma di Radio Free Europe, sugli inni anticomunisti e sull'american (white) way of life in puro stile Bing Crosby, l'autore teutonico va dritto al cuore e alle origini della musica nera americana: tra preghiere-blues in b/n, suonate all'angolo di una strada, fulminanti brani di protesta e registrazioni mitiche, che hanno cambiato la storia della musica, retribuite appena 40 dollari da pane dell'uomo bianco. Wenders aderisce completamente alle voci e ai suoni dei tre grandi musicisti blues del racconto (scomparsi da tempo), Blind Willie Johnson, Skip James e J.B. Lenoir. Anzi, come notava Mariuccia Ciotta sul «manifesto» (16/5/03), l'unico effetto speciale di L'anima di un uomo è proprio "la voce". La voce di Lawrence Fishburne che si immagina essere quella di Blind Willie è che, lanciata nello spazio sul Voyager, dovrebbe tentare una fantomatica comunicazione con forme di vita aliene (classici di Blind Willie furono davvero parte, insieme ai pezzi dei Beatles, di una "colonna sonora" spedita nello spazio). Per il resto tutto il film ruota sulle registrazioni (audio) originali dei classici dei tre chitarristi, alle quali Wenders sovrappone strepitosi finti documentari su Blind Willie che suona agli angoli delle strade e Skip James in sala di registrazione, girati con una vecchia macchina da presa a manovella. Questo l'unico altro "effetto speciale" insieme alle mascherine circolari, alle dissolvenze da cinema muto e ai salti di pellicola. Alla steady-cam e ai colori caraibici di Buena Vista Social Club, che seguivano ovunque i volti grinzosi, i concerti e l'incontenibile energia da ragazzini dei grandi vecchi della musica cubana (da Compay Segundo a lbrahim Ferrer), Wenders sostituisce una serie di suggestioni in bianco e nero, evocate dalle sue canzoni blues preferite. Mescola finti documentari e testimonianze visive ritrovate miracolosamente, più alcune cover (a colori) eseguite da musicisti contemporanei, da Lucinda Williams a Nick Cave, da Bonnie Raitt a Lou Reed. l'autore di Fino alla fine del mondo si abbandona totalmente al gospel-blues di Blind Willie (la sua Dark Was the Night - Cold Was the Ground era già il pezzo principale della colonna sonora di Paris, Texas), ai lamenti del tormentato chitarrista e pastore battista Skip James (a lui si deve fra l'altro uno dei pezzi più belli dei Cream: la cover I'm So Glad, grazie alla quale Skip si pagò le cure contro il cancro) e infine all'energia musicale di J.B. Lenoir, l'unico dei tre di cui esistano testimonianze visive (ritrovate dal regista grazie a internet). È J.B Lenoir che, negli anni Cinquanta, vestito in smoking zebrati, lanciava potenti messaggi antigovernativi come Korea Blues, Vietnam Blues o Born Dead, regolarmente censurati: il suo disco Eisenhower Blues fu ritirato, dopo essere stato regolarmente distribuito, da tutti i negozi di Chicago da parte degli agenti dell'Fbi (il titolo e le parole della title track non piacquero alla Casa Bianca). «Più una poesia che un documentario», così Wim Wenders ha definito L'anima di un uomo, e in effetti, nonostante tutta la cautela con cui il termine andrebbe utilizzato, non possiamo che dargli ragione. Anche perché, ciò che è sicuro è che non si tratta (solo) di un film: L'anima di un uomo non racconta una storia classica, non è un biopic, né un documentario, né semplicisticamente un film musicale. É una riflessione sulla possibilità di "ascoltare" attraverso il cinema. La "voce", appunto, è davvero l'unico effetto speciale. La stessa voce che gli Stati Uniti cercano da centinaia di anni di soffocare o lasciano inascoltata, e la carica di protesta che ha significato nel tempo. La voce che chiede un'affirmative action, ovvero un atto concreto per la ridistribuzione di diritti e ricchezze dovuta alla popolazione nera d'America dopo una storia fatta di schiavitù e violenze razziali, la voce senza la quale oggi, fra l'altro, non avremmo l'hip hop, non avremmo mai avuto Tupac e 8 Mile sarebbe solo il nome di una strada di Detroit.
la Repubblica (6/7/2003)
Roberto Nepoti

Più che un documentario come "Buena Vista Social Club", dove Wim Wenders si ritraeva lasciando la scena ai vecchi maestri cubani, L'anima di un uomo è un poema in immagini: un canto d'amore per la musica da parte del regista tedesco, nella cui opera la musica va acquistando un'importanza sempre maggiore. Tutto è nato da un'idea di Martin Scorsese, che ha deciso di consacrare al blues sei film affidandoli a registi diversi. La scelta di Wenders è caduta su due bluesmen mitici (ma semisconosciuti), Skip James, che passò al gospel e - già malato di cancro - fu tra i protagonisti dei grandi concerti di Newport nel '64 e '65, e il geniale J.B. Lenoir, morto prematuramente in un incidente d'auto. Poi ne ha aggiunto un terzo, il pioniere Blind Willie Johnson, cantante cieco vissuto in perfetta povertà che nel film svolge la funzione di narratore. Wim mescola sapientemente materiali di repertorio ripuliti e rimasterizzati con ricostruzioni in bianco e nero, interpretate da attori e che simulano la fotografia d'epoca. Racconta l'arte dei protagonisti assieme alla loro personale vicenda umana; sottolineandone, al caso, il messaggio pacifista e antirazzista. Evita le interviste, che fanno troppo documentario, ma si preoccupa di toccare il pubblico più vasto inserendo brani in cui le canzoni di James e Lenoir sono riadattate da musicisti contemporanei come John Mayall, Lou Reed, Los Lobos, Nick Cave, Marc Ribot: anche per marcare l'evoluzione del blues nel jazz e nel rock, fino al rap, mostrando come esso conservi intatta la sua forza attraverso gli inevitabili cambiamenti. L'anima di un uomo è il risultato di un'idea molto nitida, che ne fa qualcosa di diverso da un documentario, di opposto a un videoclip: quella che il blues, pur trattando di problemi concreti e quotidiani, sia una musica metafisica e che la sua essenza sia la speranza - di una vita migliore sulla Terra e oltre - ossia la continua opposizione tra ciò che è ciò che sarà, o dovrebbe essere. Unica nota stonata la cornice - troppo "soprannaturale" - della sonda Voyager che erra per lo spazio portando in volo una canzone di Blind Willie, "Dark Was the Night", da qui all'eternità. Però film come questo meritano tutta l'attenzione e la fiducia dello spettatore; che, al dilà di ogni attesa, non solo ascolterà splendida musica ma si sentirà anche raccontare storie bellissime, come e più che nel cinema di fiction.
Corriere della Sera (6/7/2003)
Maurizio Porro

Dedicato a tre grandi del blues, L'anima di un uomo è il primo di una serie di sette film dedicati a questa musica che si annida tra le emozioni che la gente sente e conserva dentro, l'implosione dei sentimenti. Primo Wenders, esperto nel documento musical-etnico (Buena Vista Social Club, capostipite di una moda, Ode to Cologne), continuerà in autunno Scorsese con B.B, King, e poi Eastwood, Figgis: ciascuno vede il blues - il 2003 è il suo anno dice il senato Usa - dal personale buco della serratura, dalle sue emozioni e dalla sua esperienza di uomo. Per il regista tedesco l'input è venuto fu sapere che nel Voyager inviato nel ' 77 dalla NASA nello spazio, insieme a Beethoven, Bach e Armstrong c'era un'altra testimonianza della nostra civiltà, The soul of a man, eseguita da Blind Willie Johnson, un grande jazzista non vedente (accecato bambino dalla matrigna, brutta fiaba) passato, per ragioni religiose, dal blues ai gospel, suonando agli angoli di strada del vecchio Texas. Partendo in bianco e nero, simulando il passato con perizia filologica e amore tecnologico, e con attori e uno stile più da fiction, o da poema più che da documentario, l'autore ci fa ascoltare arrangiamenti contemporanei (Mayall, Reed, Lobos, Williams, Raitt). Wenders, la cui anima era già stata salvata dal rock («il blues mi ha preparato a farmi salvare dal rock», dice), racconta la vita di tre giganti musicali che non ebbero fortuna in vita. Dopo Johnson, di cui resta oggi ben poco, ecco il censurato J.B. Lenoir (morto 38enne dopo un incidente d'auto nel ' 67) di cui vediamo due irresistibili brani girati da una coppia amica svedese-americana. Infine Skip James, che incide 18 canzoni in una notte, passa dal blues al gospel, si ammira dal vivo nel concerto della "resurrezione" di Newport. La musica offre al regista sentimenti di primordiale complicità con la profondità dello spirito americano. In questo senso L'anima di un uomo è parte perfetta del puzzle cinema di Wenders, che non a caso ora gira un western nel Grande Paese scritto dall'amico Sam Shepard. Per chi ama il blues questo film è una manna, mixa eleganza formale e turbamento sostanziale, esprime ciò che la musica fa scoppiare nella mente di un uomo, tra profonde solidarietà su antiche ma sempre attuali ingiustizie. Wenders racconta ricreando il neo realismo l'umanità dei dimenticati: la musica è al crocevia di importanti scelte di vita. Si inizia e si finisce nell'assoluto spaziale, omaggio a 2001 di Kubrick, che su musica e cinema aveva liberato ogni fantasia.
Il Giorno (6/7/2003)
Silvio Danese

Buena Vista Blues Club. Chitarre acustiche e voci tristi del blues anni '30 versate nel canto di protesta della società moderna. Ricostruendo la vicenda artistica di tre musicisti, Skip James, Blind Willie Johnson, e J.B. Lenoir, leggende della musica nera, gente che cammina dolente come canta e suona, Wenders cerca la risonanza con il nostro presente. Sono impressionanti alcune ricostruzioni dalle fotografie d'epoca, su cui Wenders appoggia le registrazioni originali. Il film si apre sul Voyager, il razzo lanciato oltre il sistema solare con messaggi musicali per popolazioni ignote. Come sempre, nel fondo del cinema del cineasta tedesco, il tema del film è il tempo. La "distanza" come materia. Le canzoni di Skip e gli altri sono riprese nelle versioni di celebri cantanti rock di oggi. Ormai il flirt tra cinema e musica nel lavoro di Wenders è stabile e, come è noto dalla sua carriera, profondo, antico. E' il primo di una serie di sette film voluta da Martin Scorsese. Per i giovani che vogliono sapere e sentire.
il Manifesto (6/15/2003)
Mariuccia Ciotta

Per effetto speciale, la voce. Nelle sale italiane, evento di Cannes 2003, The Soul of a Man (L'anima di un uomo) di Wim Wenders tra falso e vero documentario, rare immagini dell'epoca e cover di oggi. Una voce fuori campo ci proietta nello spazio, a bordo del Voyager che portò in cielo una selezione della cultura terrestre, per un incontro fortuito con gli alieni. Il canto malinconico di Blind Willie Johnson risuona tra le stelle, a cercare un pubblico più numeroso di quello che accompagnò la sua carriera di ragazzo cieco per le strade del Texas. Blind Willie Johnson si esibiva con la chitarra davanti agli stores e qualcuno gli buttava ogni tanto una moneta nel barattolo, cantava soprattutto inni religiosi. Era «in missione per conto di Dio», avrebbe detto John Belushi del suo blues brother. Johnson nel 1927 incise diversi brani per la Columbia. The Soul of a Man è sua, e diventerà un classico come Dark was the night - Cold was the ground. Voce narrante, il ragazzo - accecato dall'acido che sua madre, impazzita per le botte del marito, gli gettò in faccia - ci accompagna in uno spazio dove i marziani siamo noi, inconsapevoli che il sound del terzo millennio sale su dalla polvere di Dallas, sopravvissuto alla miseria, alla rapacità dei discografici e agli squadroni del Ku Klux Klan. Wenders replica il gesto d'amore per i Buena Vista Social Club, e si fa da parte per azionare la macchina del tempo e mostrarci quel che accadde ai suoi tre artisti blues preferiti, oltre a Blind Willie, Skip James e J.B. Lenoir. I piani del racconto si fondono in una partitura blues sensazionale, con le frasi musicali riprese al volo da Cassandra Wilson, Nick Cave, Los Lobos, Lou Reed e molti altri. Nel bianco e nero dell'epoca, ricostruita da Wenders, che ricorre all'effetto della mascherina circolare, dissolvenza da cinema muto, per interferire con la storia, per esempio, di Skip James, nato il 9 giugno del 1902 a Betonia, Mississippi. Prima di Elvis, è stato Skip a conquistare Memphis. Negli anni Venti suonava un po' nei locali, in giro per le feste, un po' in chiesa, visto che fu ordinato pastore Battista nel 1932. La scelta di lasciare la chitarra fu anche la conseguenza della Depressione. I suoi master incisi per la Paramount Record (tra cui Devil got my woman) non furono mai pagati, le radio li mandavano in onda gratis. E la Grande Crisi trascinò via anche la sua casa discografica. La Paramount fece bancarotta. Ma, come accadrà anche per J.B.Lenoir, Skip ebbe un momento di gloria negli anni `60. Un Wim Wenders dell'epoca, John Fatey, scoprì Skip James in un ospedale, era malato di cancro. Lo invitò al Newport Folk Festival, dove si esibì con Mississippi John Hurt. I soldi guadagnati gli concessero ancora tre anni di vita. Morì il 3 ottobre 1969. Due anni prima era scomparso il più eccentrico dei tre, un tipo che osava indossare smoking zebrati e acuti da soprano, J. B. Lenoir, nato a Ponticello, Mississippi, il 5 marzo 1929. Da New Orleans a Chicago, e viene ricordato soprattutto per Mama talk to your daughter, scritto nel `54. Dicevano che assomigliava a Martin Luther King. È vero, aveva carisma. J.B. non solo assomigliava al leader afro-americano, ma come lui si batteva a colpi di Vietnam Blues contro la guerra. Esplosioni, carrarmati e soldati nei sacchi di plastica, in finale di film, ci riportano al nostro secolo, e nel firmamento del Voyager apprendiamo che J.B. Lenoir scomparve il 29 aprile 1967 in seguito a un incidente di macchina. Ma ora continua a cantare, J.B. sui titoli di coda del bellissimo The Soul of a Man, episodio che compone una serie intitolata «The blues», produttore Martin Scorsese. Sette i film del mosaico musicale. Oltre a Wenders, firmano il progetto: Charles Burnett, Mike Figgis, Marc Levin, Richard Pearce, Clint Eastwood, e lo stesso Scorsese.