Un boss sotto stress
Il Giorno (3/9/2003)
Silvio Danese

Ma come si fa a ripetere un'idea nuova? E' già vecchia per definizione. E il pubblico, poi ci casca? Mah. Era divertente, disimpegnata, ma foriera di notazioni di costume sul paradosso delitto/terapia in chiave comica, la commedia del gangster stressato per eccesso d'ansia criminale e dello psicanalista chiamato per ottenere una guarigione ("Terapia e pallottole"). Ovvero: anche le mani sporche di sangue hanno una psiche, visto che non hanno un'anima. L'idea centrale era nel cast: De Niro boss farabutto sul lettino e il ritroso e ribaldo Billy Crystall dietro a raccogliere parole inconfessabili e coinvolto in fughe inimmaginabili. Un gioco, una commediola. Ma farne un sequel! Lo psicanalista si è sposato, il boss in carcere ha un esaurimento nervoso, pur sospetto. Finiscono in qualche scenetta divertente, grazie all'immensa perizia delle due star, addirittura a un paio di momenti di verità sul bisogno di "confessione" laica. Ma la sceneggiatura si affanna cercando materia dove non ce n'è più.
la Repubblica (3/8/2003)
Roberto Nepoti

Quante volte abbiamo scritto la frase "squadra che vince non si cambia"? Il fatto è che le cose non si smuovono da quel punto: quando un'idea funziona, Hollywood la stressa e la spreme più che può per capitalizzarne il successo. Così l'idea diventa formula. L'idea, divertente, di "Terapia e pallottole" era quella di mettere assieme il mafioso Bob De Niro e l'agitato Billy Crystal, nella parte dello psicanalista che lo aveva in cura. Un boss sotto stress si limita a tirarla fuori dalla soffitta, trasformando l'originaria nevrosi di Paul Vitti in una mania depressiva vicina alla psicosi. Scontata la pena a Sing-Sing, il mafioso subisce tentativi d'omicidio che lo traumatizzano definitivamente. Per farci capire che sta uscendo di testa, canta "I Feel Pretty" ("West Side Story") con voce stonatissima; così, lo psicanalista Ben Sobel deve tornare in servizio occupandosi per un mese del suo caso. L'obiettivo è la redenzione: Ben, infatti, dovrà insegnargli a vivere come una persona normale e a trovarsi un lavoro che non esorbiti dall'ambito della legalità. Missione impossibile, ovviamente, nella quale dovrebbe risiedere la parte più divertente della seconda puntata. La formula è semplice: da una parte generare le situazioni comiche dall'incontro-scontro tra il personaggio asociale e gli obblighi della socialità; dall'altra, ribaltare i ruoli dei due protagonisti, dando al mafioso questa volta la parte di quello che deve ingoiare i bocconi amari. Tanto più che anche lo psicanalista è in crisi personale, a causa di una situazione particolarmente psicanalitica come la morte del padre. Quando si riposa troppo sugli allori, però, la delusione è dietro l'angolo. Qui, la soluzione più facile è stata ricercata scrupolosamente a tutti i livelli di realizzazione: dalla sceneggiatura pigra e dai dialoghi poco ispirati (e perfino volgarotti) alla regia puramente "di servizio", fino alla recitazione. Facendo torto ai rispettivi tipi di talento, Bob e Bill recitano ben poco convinti, ai minimi sindacali (in senso artistico) del loro repertorio. E anche il divertimento dello spettatore non supera la soglia del minimo indispensabile.
Film TV (3/11/2003)
Enrico Magrelli

Il complesso di Edipo non teme né i mafiosi né, tanto meno, gli psicanalisti. Se deve fare danni, colpisce duro e fiero della sua storia secolare e del suo status scientifico. Nel 1999, Terapia e pallottole (felice titolo italiano della commedia diretta da Harold Ramis e interpretata, con brevettata allegria, da Robert De Niro e Billy Crystal) aveva messo sul lettino dell'analista Ben Sobel (Crystal), prossimo alle nozze con Lisa Kudrow, Paul Vitti (De Niro) un boss dalla lacrima facile e dai sensi di colpa esagerati. Le gag, le battute, l'affiatamento tra i due protagonisti, il vecchio giro di accordi della commedia avevano determinato il successo di quel primo film. Restavano un'energia, un casting riuscito, alcune idee da sviluppare, così la storia d'amicizia tra Vitti e Sobel non poteva essere finita. Il sequel aveva una qualche ragione e nella prima parte di Un boss sotto strss si ritrovano con piacere Crystal, ormai sposato e con un padre morto e sepolto, e De Niro rinchiuso in carcere. Il mafioso vuole solo uscire e non si vergogna di massacrare, cantando e ballando, West Side Story e il povero analista lo dovrà prendere in custodia e aiutarlo a reinserirsi nella società (alcune delle scene migliori di tutto il film). Gli attori sono in forma, Ramis sa come dirigerli, ma il ritmo e il divertimento si infiacchiscono quasi subito.
Sette (3/20/2003)
Claudio Carabba

Don vitti (Bob De Niro, naturalmente ) é tornato e gli spettatori che si divertirono con Terapia e pallottole si preparano lieti a vedere le nuove avventure del Padrino, sempre sull'orlo di una crisi di nervi. In Un boss sotto stress il gioco è ancora quello: Harold Ramis sa dare il ritmo, e gli attori di spalla (meglio il butterato Joe Viterelli di Billy Crystal, psichiatra depresso) sono adeguati. Peccato che il copione, accanto a gag e citazioni carine (fracassare le teste con una mazza da baseball è il passatempo più rimpianto), insista su battute sessuali stonate e inutilmente pesanti.