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| Solaris |
| Ciak (2/28/2003) Giulia D'Agnolo Vallan Ci sono voluti Stanis Lem, Andrej Tarkovsky e James Cameron per tirare fuori il film più disarmato e audace di Steven Soderbergh, un regista diventato interessante, con gli anni, non tanto per le sue ossessioni, ma per la capacità di non essere ossessivo. Tra i poli dello sperimentalismo a basso costo e la grande produzione hollywoodiana, tra cui Soderbergh si alterna, Solaris occupa un posto anomalo. A partire dal suo produttore (James Cameron, un fan del romanzo di Lem di cui aveva acquistato i diritti parecchi anni fa), dalla Fox che lo finanzia, dal suo budget di 47 milioni di dollari, dalla presenza di George Clooney, e dal look futuristico patinato (il film sembra dipinto di verdi e azzurri freddi), questo è, a tutti gli effetti, il grosso film di una Major. Allo stesso tempo, Solaris è di gran lunga uno degli oggetti più esoterici e misteriosi del recente made in Hollywood, un film di qualità remota, maliconica e insondabile. La trama ricalca essenzialmente quella del libro: lo psicologo Chris Kelvin (George Clooney) viene inviato sulla stazione spaziale Prometheus, nell'orbita del pianeta Solaris. In realtà Solaris è un corpo "sensibile": capace di penetrare le emozioni e la psiche di coloro che entrano nella sua orbita, producendo, per ciascuno di essi, un "visitatore", la materializzazione di un rimosso, di una perdita. Nel caso di Kelvin si tratta di sua moglie Rheya (Natasha McElhone), suicidatasi qualche anno prima. Presa un po' alla sprovvista, la Fox ha promosso Solaris come una grande storia d'amore. In realtà il suo fascino sta soprattutto nell'evocare la possibilità di un abbandono ancora più radicale e profondo. |
| Film TV (4/1/2003) Manuela Martini Quando ho visto Solaris di Soderbergh, non l'ho trovato particolarmente disdicevole. Certo, un po' statico (come il suo protagonista George Clooney, al quale non si addice troppo un ruolo silenzioso, pensieroso e tormentato), un po' lento (nonostante i contenuti 99 minuti), un po' datato nell'assunto, fermo a quegli anni '60 che videro la nascita del libro di Stanislaw Lem e del film omonimo di Andrej Tarkovskij, e nei quali la fantascienza si spostava dal viaggio spaziale, temporale e sociale a quello interiore, di ricognizione con il proprio passato e con la propria essenza. La storia é quella di uno psicologo inviato a indagare su quello che sta accadendo all'equipaggio di una base spaziale orbitante intorno al pianeta Solaris, che ha interrotto i contatti con la Terra. Qui, il protagonista scopre che da Solaris emanano forze capaci di materializzare i desideri, le ansie e gli incubi di ciascuno sotto la forma delle persone che li rappresentano meglio (per lui é la moglie, morta suicida anni prima) e che i membri dell'equipaggio sopravvissuti hanno deciso di convivere con i rispettivi "fantasmi". Niente di nuovo, da Il pianeta proibito a oggi, ma ciononostante Solaris mi era parso un accettabile compromesso con l'estetica attuale degli effetti speciali, una science fiction non eccelsa, ma capace comunque di ricongiungersi a quella misura umana che il cinema americano ha per troppo tempo perso di vista. Ma pochi giorni fa mi é capitato di vedere la versione integrale dell'originale di Tarkovskij che, nonostante i suoi l65 minuti e il passo notoriamente riflessivo dell'autore russo, fa sembrare il film di Soderbergh non solo un soggetto esile esile e vagamente new age, ma anche piuttosto noioso. Perché mentre Tarkovskij, con i suoi tempi dilatati e i suoi interminabili paesaggi terrestri, spaziali e mentali, riusciva a farci entrare in prima persona nelle spire di Solaris, a immergerci nel liquido amniotico del nostro passato e futuro, Soderbergh riesce tutt'al più a mimare un senso di colpa, a illanguidirci su un ricordo. Troppo poco per i suoi tempi morti. |
| La Stampa (3/28/2003) Alessandra Levantesi Cos'è «Solaris», misterioso pianeta orbitante intorno a due Soli e forse pensante? Scritto negli anni ´50, il romanzo fantascientifico del polacco Stanislav Lem può essere letto come il rispecchiamento di un´angosciosa situazione socio-politica oppure in chiave mistico-metafisica. Quest´ultima fu la strada scelta dal russo Andrej Tarkovskj quando nel 1972 realizzò la prima, acclamatissima versione cinematografica del libro. Cimentandosi oggi con un´opera che ha ispirato un precedente di tale peso, Steven Soderbergh ha dato prova di un certo coraggio, ma ha superato brillantemente l´esame. Selezionato lo scorso febbraio in concorso alla Berlinale, il suo «Solaris» è originale nella concezione e impeccabile per qualità formale; e rappresenta per il regista americano una specie di vacanza artistica dopo i successi e i consensi ottenuti con prodotti hollywoodiani di alta confezione quali «Traffic» e «Ocean´s Eleven». Come alcuni ricorderanno, «Solaris» è un dramma intimista dove di fantascientifico c´è solo che si svolge nel futuro su un remoto pianeta, il quale ha la peculiarità di far apparire ai suoi visitatori dei replicanti, fedele copia dei cari defunti. Nel caso dello psichiatra George Clooney a presentarsi è l´adorata moglie Natasha Mc Elhone morta suicida. Pur consapevole che i robot non hanno nessuna memoria della vita delle persone incarnate, l´uomo si sente irresistibilmente attratto verso questo simulacro di donna, il che pone angosciosi interrogativi. Visto che Natasha non è Natasha se non nell´aspetto, come può George illudersi di ricreare con lei l´antico rapporto? E le amorose profferte della falsa Natasha sono una proiezione del proprio desiderio oppure nell´insondabile creatura sta nascendo una qualche forma di autonomia e, addirittura, di coscienza? In una suggestiva messa in scena (i costumi sono della nostra Milena Canonero), Soderbergh imbastisce con stile sicuro un´ipnotica meditazione sui temi dell´identità, dell´amore e della morte confermandosi un cineasta a tutto tondo (sotto lo pseudonimo di Peter Andrews firma anche l´ottima fotografia). E se è vero che il regista a tratti induge a un eccessivo celebralismo e pecca di freddezza, l´intensa e partecipata interpretazione di Clooney provvede a conferire alla storia il giusto afflato emotivo. |
| la Repubblica (3/29/2003) Roberto Nepoti Tre decenni separano il Solaris di Soderbergh dal classico di Tarkovsky, ispirati entrambi al libro di Stanislaw Lem del 1961 oggi ripubblicato da Mondadori (con Clooney e inquadratura del film in copertina, visto che ormai è inevitabile consuetudine ridurre la letteratura ad appendice cinematografica). Sono trent'anni, ma sembrano anni luce. La cui rotta traccia il viaggio della fantascienza dal metafisico al fisico. Dall'allegoria filosofica di un pianeta nel cui misterioso oceano ribolle l'inconscio umano (lo scrittore e il regista russo) alla vicenda di un amore tragicamente interrotto e pronto a rinascere (l'autore americano di "Traffic"). Lo psicologo Calvin Klein, spedito sulla stazione spaziale Prometeo orbitante intorno a Solaris per indagare gli strani comportamenti dei suoi scienziati, cade anch'egli vittima dell'influenza esercitata dal pianeta misterioso che ha il potere di materializzare i ricordi. Così, si ritrova accanto, nel letto, la bella moglie Rehya, del cui suicidio, avvenuto anni prima, egli continua a sentirsi responsabile. In un primo momento, Calvin prova a disfarsi della donna, ma poi l'accetta e la vuole tenere con sé. Continui flashback ricostruiscono l'amore fra i due, in un montaggio alternato fra la storia del passato sulla terra e quella del presente nello spazio. Con l'intrusione di un paio di nudi (non full frontal) di George Clooney, rapidi lo spazio di pochi secondi ma preziosissimi per la promozione. L'interrogativo di fondo che accompagna il film è se sia possibile ritoccare ciò che è già avvenuto, oppure se siamo condannati a ripetere, con le stesse persone, sempre i medesimi errori. La risposta è nel filone della fantascienza che discende da "2001: Odissea nello spazio", a cui Solaris rende omaggio anche visivo, fin dalle sequenze dell'avvicinamento della navicella di Klein alla stazione spaziale. Per la costruzione di Prometeo lo scenografo Philip Messina si è invece ispirato a una vera stazione spaziale in orbita intorno alla Terra, esaltando luci fredde e toni spettrali: a raffigurazione visiva della "ghost story" raccontata dal film. |
| Corriere della Sera (3/29/2003) Maurizio Porro Fatte salve le nobili terga di Clooney, il remake di Solaris di Tarkovskij, 1972, è l'enunciazione di un mistero non rivelato. Il film di Soderbergh è un'odissea nello spazio psicologico e personale, che avrebbe bisogno di effetti speciali interiori, tratto dal libro di Stanislaw Lem (Mondadori). Alla base c'è sempre il ripensamento sul destino dell'uomo, i fantasmi che ci accompagnano, le visioni oniriche e paradossali del vissuto, in particolare quello dello psicologo astronauta Kelvin che in missione spaziale rivive la sua storia l'ex moglie suicida, il che chiude il film entro i limiti di una love story, senza sforare nei grandi temi universali. Clooney è coraggioso ad accettare un film contro tendenza, sbarcando su Solaris, pianeta sensibile dove è permesso visitare il passato, materializzare sentimenti e pensieri, consultare l'inconscio per l'occasione di riserva. Indifeso, esoterico, inesorabilmente grigio e statico poeticamente, il film è un'occasione mancata da rispettare per le buone intenzioni. |
| Duel (4/11/2003) Marco Lombardi Sempre difficili i remake, sempre: se il regista di turno non ha un obiettivo specifico, cioè una nuova "chiave" da dare al film precedente, sarebbe più onesto lasciar stare, lauti compensi permettendo. Per Soderbergh il rischio era doppio, visto che alterna - in maniera quasi matematica - un film buono a un altro meno buono, e visto che era reduce dal quantomeno coraggioso e originale (anche se non totalmente riuscito) Full Frontal. Solaris, infatti, per stessa dichiarazione di Soderbergh, si sarebbe dovuto "caratterizzare", rispetto al capolavoro metafisico di Tarkovsky, per il suo voler analizzare (anche in senso psicanalitico) cosa possa significare, per un uomo, cioè per lo psicologo Kelvin, mandato su Prometheus a "indagare", la perdita della moglie suicida, e quanto la voragine affettiva (e i sensi di colpa) possano rendere necessaria la "resurrezione" mentale di chi non c'è più. Insomma, un angolo visuale non particolarmente originale, appena un focus maggiore, in termini di personaggi, su un aspetto già fondamentale del Solaris di partenza. Il risultato filmico è un brutto clone dell'angoscia esistenziale rappresentata da Tarkovsky: un po' perché questo Solaris è chiaramente il prodotto di una major, in termini di poca raffinatezza formale e uso di mezzi cinematografici che trasudano dollari (troppi), un po' perché Soderbergh non ha saputo entrare in contatto telepatico con lo spettatore, a differenza di Tarkovsky. Colpa della scarsa varietà espressiva di George Clooney? Si, ma non solo. Basti guardare il personaggio del dr. Snow: nel film di Tarkovsky era un motore/centro d'inquietudine, qui un bambolotto pronto a farsi macchietta. |
| Il Giorno (3/29/2003) Silvio Danese E' il remake dell'omonimo film russo diretto da Tarkovskij nel 1971, uno dei più poetici e affascinati del cinema di fantascienza, tratto dal romanzo di Stanislaw Lem. Un oceano che pensa influenza la vita psichica degli astronauti di una stazione spaziale orbitante intorno al pianeta Solaris. Era un film sull'alchimia dell'insconscio e sulla generazione delle immagini come attività profonda dell'uomo. Nella revisione di Soderbergh, che recupera la visionarietà delle sue opere migliori ("Traffic"), il mistero di Solaris si sposta sullo psicologo (un impegnato Clooney) inviato dalla terra per indagare e sul senso di colpa per la morte della moglie, che si materializza in struggenti incontri. La storia d'amore toglie qualcosa d'importante alla suspense misterica, antropologica, del film originale, ma l'osmosi delle immagini tra veglia e sonno decisa da Soderbergh affida proprio ai due amanti il compito di riportarci al desiderio impossibile di restare nei sogni quando la passione e la meraviglia prendono il sopravvento su tutto. E' un film capace di suscitare abbandono e stupore. |
| il Manifesto (4/4/2003) Mariuccia Ciotta Solaris, remake del film di Tarkovsky, 1972, prodotto da James Cameron, è una creatura prismatica, uno studio sull'interpretazione estetica del futuro così come l'immaginava Chris Marker in La jetée, un mondo annientato dalla terza guerra mondiale, immerso in una allucinazione perenne, sospeso nel tempo, dove il corpo umano si derealizza, perde se stesso. Fantasie elaboratore dai registi degli anni Sessanta, e che Soderbergh ama rivisitare nel suo cinema. Il regista di Traffic torna qui al libro di Stanislav Lem e dimentica le immagini enigmatiche del regista russo, poesia e filosofia. Dimentica il contatto elegiaco con la Terra, e il languore tetro di Tarkovsky. Solaris, secondo il regista di Baton-Rouge, è la reiterazione di un sentimento vissuto con la stessa persona. Autopsia di un amore. Che importa se la bella Rheya (Nastascha McElhone) è una copy, una non-umana, effluvio del pianeta gassoso inquadrato nell'oblò dell'astronave Prometheus? Lo psicologo Chris Kelvin (George Clooney) entra nel film in assenza di musica, che partirà solo quando mette piede sulla navicella spaziale, livida, asettica, vuota come quella di Kubrick, e resta sospeso in una sensualità orrorifica. Clooney è fuori parte come ogni altro elemento del film: gli sta accanto, lo duplica, e si sdoppia proprio come Rheya, fantasma visitatore del Prometheus. Kelvin è stato chiamato dall'amico Gibarian (Ulrich Tukur) con un video-messaggio drammatico, c'è qualcosa che non va sulla navicella spaziale... Kelvin, che ha già vissuto e perduto Rheya - colpo di fulmine su un metro, ritrovata casualmente alla festa di un amico, morta suicida - scopre la navetta, mandata a caccia di nuove fonti di energia, deserta. Gli astronauti sono impazziti quando hanno visto i fantasmi delle persone amate e scomparse salire a bordo. Alieni di famiglia. Solaris è forza totale tanto da dare carne e sangue ai ricordi e alla nostalgia. I morti sono tornati. Così anche il capitano Giberian non ha retto alla vista del tenero figlioletto perduto che gironzola nei corridoi del Prometheus, e si è tolto la vita. Una tentazione che prende i due sopravvissuti, il dott. Snow (l'incredibile genio del disordine mentale, Jeremy Davies) e l'ufficiale Gordon (l'attrice nera Viola Davis). Chris Kelvin resiste e si abbandona al piacere di ritrovare la moglie, apparentemente viva. Le confessioni di Snow - lontane dai sublimi monologhi tra arte e scienza dell'originale - sono riprese a camera fissa, come in Sex, lies and videotape. Clooney, l'interlocutore, è cancellato, e Jeremy Davies si esibisce in virtuosismi schizoidi tra gestualità e testo. L'equipaggio sa che gli occhi sgranati di Rheya - pozze azzurre in cui Soderbergh sosta a lungo - sono falsi. Ma lei parla, sorride, piange. Che fare? Rheya è un personaggio pirandelliano. Infelice nella consapevolezza di non esserci, esiste. E lui, il marito disperato, è combattuto tra l'idea di liberarsi dello spettro catapultandolo come Alien nello spazio, o di amarla ancora. È vero che George Clooney allude al dottor Spock e Natascha McElhone non ha lo stesso sguardo della revenant di Tarkovsky (Natal'ja Bondarchuk), ma entrambi compongono un paesaggio del quotidiano nello straniamento di Godard e di Chris Marker quando vedevano l'orizzonte futuro come una gelida sala d'attesa. L'azzeramento narrativo, la paralisi, la noia. Solaris , virato in azzurrognolo, è immerso nella (e)stasi. Soderbergh è tutto in questi passaggi di infinita ricerca di quell'It, ritorno alla new wave, già vista nel suo The Limey (L'inglese con Terence Stamp). La luce riflessa nel casco di Clooney, pietrificato sulle soglie della navetta, basta per commuovere. Anche la sua schiena nuda è bastata ai censori americani per proibire il film ai minori di 13 anni. Ma forse il sonnambulo viaggio nella navetta, alternato ai flash-back nell'appartamento terrestre, è assaporato solo da chi ha visto Fahrenheit 451 di Truffaut o Je t'aime Je t'aime di Alain Resnais. Nouvelle vague. Quando rinacque, il cinema era stordito, come Chris Kelvin. |