The Ring
Corriere della Sera (2/22/2003)
Maurizio Porro

A volare bassi, The Ring, nuovo film culto horror e remake di un omonimo giapponese del ' 98 che ha figliato videogame e sequel, è inquietante per davvero. Si ipotizza che alcuni giovani muoiano una settimana dopo aver visto una cassetta letale e risposto a una telefonata. Sono immagini macabre e subliminali e la solita giornalista da scoop non ci crederebbe se non morisse sua nipote e poi il boyfriend: allora vede il filmato e si inietta i germi della fine. Il terrore nasce dal quotidiano (come in Poltergeist), anche se poi interviene un lugubre fantasma di bambina dai lunghi capelli sul volto, che riappare dal fondo nero di un pozzo. Finale aperto al peggio, come si conviene a un bestseller da sequel. A volare alti - produce Spielberg, scrive Susuki lo Stephen King nipponico - la storia potrebbe essere anche una metafora della vita offerta virtualmente dalla tv che ci peggiora ed è colpevole alla fine della nostra morte (morale); o anche una vendetta del cinema contro il business del l'home video. In ogni caso si resta sul chi va là, incastrati nel ritmo inconscio sotterraneo, alla Scream, che Gore Verbinski, cui bisogna perdonare The mexican, inietta nelle tenebre contemporanee casalinghe, alla ricerca però di paure antiche, con un corredo visivo affascinante e un truccatore di serie A come Rick Baker. E quindi non è strano che al centro ci sia, con prole, l'enigmatica eroina di Mullholland drive, Naomi Watts, che di incubi se ne intende.
la Repubblica (2/22/2003)
Roberto Nepoti

Fantasmi giapponesi si aggirano per Hollywood. Mentre sono in fase preparatoria diversi remake americani di horror di produzione nipponica (a uno sta lavorando il maestro del genere Wes Craven), fa da apripista all'ondata The Ring, rifacimento di un cult-movie per pochi intimi diretto da Hideo Nakata. Il soggetto riguarda una videocassetta assassina (no, non si tratta di un film natalizio con Boldi e De Sica...), contenente strane immagini apparentemente indecifrabili. Salvo che chi la guarda ha solo sette giorni di vita. Persuasa che la morte di sua nipote sia colpa del maledetto videotape, la coraggiosa giornalista di cronaca nera Rachel Keller (Naomi Watts, scoperta da David Lynch in "Mullholland Drive") tenta di svelare il mistero racchiuso in essa. Dovrà riuscirci prima della micidiale scadenza inscritta nel prodotto, se vuol salvare la vita di suo figlio e la propria. La paura, al cinema, è una faccenda squisitamente soggettiva: chi prova brividi davanti al terrore postmoderno (la serie "Scream"), chi è maggiormente vulnerabile all'orrore d'atmosfera, quello più suggerito che esibito e che ha come padre spirituale l'inossidabile Alfred Hitchcock. Regita imprevedibile (del geniale "Un topolino sotto sfratto" e del mediocre "The Mexican"), Gore Verbinski contraddice il suo primo nome (il "gore" cinematografico è sinonimo di film truculento, con spargimento di sangue e materia cerebrale) scegliendo la via allusiva. Ed è per questo, precisamente, che il suo film fa paura a cominciare dai primi dieci minuti. Lo sceneggiatore Ehren Kruger si attiene quasi alla lettera al prototipo giapponese, limitandosi a tradurlo in ambienti americani e aggiungendo solo poche scene (tra cui quella, molto efficace, del cavallo pazzo). Su questa traccia il regista confeziona immagini più spiazzanti che veramente terrificanti, con cui riesce a installare una sorta di malessere, un senso di minaccia permanente (piacevolmente) stressante. La sua macchina da presa sfrutta la profondità di campo, suggerendo con astuzia consumata anche ciò che lo spettatore non vede e lasciando lavorare la sua immaginazione: più spaventosa di qualsiasi immagine, come Hitchcock sapeva bene e ci ha insegnato. The Ring ha fatto molto rumore al box-office americano, ne ha conquistato la vetta nel primo fine-settimana e ha superato il traguardo dei cento milioni di dollari. Il che equivale a dire che dobbiamo aspettarci un "Ring 2", e magari puntate ulteriori. Continua...
Film TV (2/25/2003)
Pier Maria Bocchi

Lo sceneggiatore Ehren Krueger è riuscito in quel compito difficilissimo che dovrebbe essere la meta principale di ogni remake che si rispetti: l'adattamento. Perché se é vero che il Ring americano é molto simile a quello giapponese (alla base, sempre il romanzo di Suzuki Koji), é nel contempo anche diversissimo, al di là delle vere e proprie aggiunte o sottrazioni. La stessa sequenza iniziale ne è la conferma: identica situazione in entrambi, ma il contesto ambientale e "culturale" é differente. Per Krueger e Verbinski, l'incipit serve dunque a identificare un immaginario horror che durante il film, a ritroso, toccherà molte tappe, lambendo perfino il gotico, e la storia della videocassetta assassina a scavare nel cuore di una forma e di un genere. The Ring diventa allora un horror profondamente americano, che indaga nell'animo soprattutto di una terra. Il terrore viene dall'humus: per questo, è "circolare", a spirale, senza fine. Tra le tante opzioni di lettura teorica, The Ring coglie nel segno di uno sguardo complesso sull'orrore mediatico occidentale. I toni plumbei e senza orizzonte non sono di plastica, e poco importa se la paura é minore o maggiore rispetto alla pellicola originale (i trucchi sono di Rick Baker). Incredibile la sequenza del cavallo sul battello, e molto funzionali le immagini della vhs.