![]() |
|
|
|
|
| Lontano dal paradiso |
| Sette (9/12/2002) Claudio Carabba Conformismo e repressione, l'impossibilità di rivelarsi gay o soltanto di parlare con amicizia a un giardiniere nero (dettaglio disdicevole se si è una rispettabile signora bianca) nel Connecticut anni Cinquanta. Girato come un melodramma vecchio stile (Douglas Sirk), Far from Heaven di Todd Haynes, interpretato alla grande da Julianne Moore, è stato uno dei più applauditi alla Mostra. Come spettatore non privo di traumi infantili (ancora mi perseguita il fantasma di Jane Wyman, modello più volte citato) sono restato freddo, inerte, per nulla coinvolto. |
| La Stampa (12/20/2002) Lietta Tornabuoni Come potevano andare le cose della vita nel 1957, anno delle gonne larghe e delle cinture strette, dei foulard, dei ricci, dei pregiudizi, del pettegolezzo assassino, delle donne di ferro sconfitte e indomite? Il bravissimo regista quarantunenne Todd Haynes («Velvet Goldmine»), sostenuto anche dai coproduttori George Clooney e Steven Soderberg, dirige un film in costume Anni Cinquanta (non su quegli anni, ma di quegli anni) raffinato, impeccabile, molto divertente. Magari con un sospetto di affettazione o di mancanza di senso, il metafilm è stilisticamente perfetto: personaggi (compresa la meravigliosa Julianne Moore), ambientazioni, colori, vestiti, arredamenti, emozioni e regole sociali sono quelli d´epoca, ricalcati sui melodrammi o sui ritratti femminili di Douglas Sirk o di John Stahl. In una cittadina del Connecticut, una piccola famiglia modello della migliore società locale, governata con devozione spietata e con autoritarismo amoroso dalla moglie-madre perennemente sorridente, viene sconvolta dalla rivelazione di un terribile segreto: il padre-marito (Dennis Quaid) è gay e dev´essere subito aiutato a guarire dalla sua anomala malattia sia dalla scienza (analisi, analisi), sia dall´affetto (piccola vacanza con la moglie al mare, in Florida). La moglie, una sincera democratica antirazzista, trova conforto nell´amicizia con un colto e bravo giardiniere nero, studioso di Mirò. Ma l´intolleranza cittadina non dà scampo: il divorzio e il trasferimento altrove del giardiniere lasciano la protagonista sola a badare ai bambini, mentre il marito ha trovato un amante ragazzo. Il film non presenta, almeno volontariamente, un´ombra di ironia nè di parodia, è di una drammatica (o melodrammatica) serietà: e probabilmente l´influenza della fiction televisiva con le sue passioni e i suoi guai farà sì che venga preso del tutto alla lettera, che susciti anche commozione, ira o pena. |
| la Repubblica (12/20/2002) Roberto Nepoti Hartford, Connecticut, 1957. I Whitaker sono una prefetta famigliola americana buona per la pubblicità dei fiocchi d'avena. Frank ha un lavoro solido, Cathy cura la casa, le relazioni sociali e i due piccoli Whitaker, una femminuccia e un maschietto. L'equilibrio si spezza con la scoperta dell'omosessualità dell'uomo. Urge correre ai ripari, "curandolo" con la terapia analitica e con un viaggio in Florida assieme alla mogliettina: ma Frank, proprio durante la vacanza, si fidanza con un giovanotto. Per Cathy ha inizio una lunga via crucis: maldicenze di provincia, amore impossibile per il giardiniere di colore Raymond, divorzio e solitudine. Prodotto da Steven Soderbergh e George Clooney, Lontano dal Paradiso è un film inaspettato, raffinato, sottilmente crudele, un po' sterile nel suo manierismo ma che esce al momento giusto per servire da antidoto alle melensaggini natalizie. Todd Haynes lo ha costruito interamente sulle marche formali (modo di comporre le inquadrature, dissolvenze...), i colori, le scenografie, le musiche (di Elmer Bernstein), i titoli e il tipo di recitazione dei melodrammi anni '50, nei quali il suo - una storia alla Douglas Sirk di amori negati, conflitti razziali, drammi familiari - si riflette come in uno specchio. Tanto che potresti prenderlo per un film restaurato se, a differenziarlo, non ci fossero riferimenti espliciti a situazioni (l'omosessualità del marito) che all'epoca si sarebbero sottaciute. Quanto a Julianne Moore, premio a Venezia per la migliore interpretazione, sembra un'attrice del passato tanto bene imita le colleghe di allora. Apprezzando l'oggetto cinematografico, impeccabile, resta da chiedersi dove stia il senso di un'operazione del genere: se di film fatti come una volta (da Peter Bogdanovich a Woody Allen) ne abbiamo visti parecchi Lontano dal Paradiso, più che un film alla maniera di quegli anni, è un film "di" quegli anni. A pensarci bene, però, il mélo di Haynes non è destinato al pubblico ristretto dei cinefili consumatori di vhs e dvd, ma a una platea molto più vasta e in continua espansione: quella dei nostalgici del bel tempo che fu. E' come se Todd invitasse lo spettatore a un viaggio nel passato, lontano dai clamori e dalle furie di un presente di attentati e guerre che lo spaventa. Però: ricordiamo male oppure quelli erano i tempi della guerra fredda, costantemente affacciati sul bordo della catastrofe nucleare? |
| Il Giorno (12/20/2002) Silvio Danese Una moglie, che scopre nel marito un omosessuale represso e disperato, s'innamora del gentile giardiniere di colore. Immaginate di tornare nella società borghese americana degli anni '50, tra signore con gonne plissettate, cucine lucide e frigoriferi bombati, puritanesimo sessuale e razzismo bianco. Immaginate lo sguardo del cinema melodrammatico di quegli anni che, da un lato, promuoveva la nuova società del consumo e della levigata pulizia (le commedie edificanti di Donen e McCarey), dall'altro denunciava inadeguatezza e un sospetto di omertà sul tragico (i melò di Douglas Sirk). Nel primo caso ipocrisia, nel secondo autocensura, o meglio limitazione obiettiva di un contesto culturale. Non credete a chi dirà che questa bellissima riscrittura filmica di una società, proprio attraverso l'abbattimento di ipocrisia e censura, è «un'operazione di raffinatissima nostalgia cinefila». Che scemenze!. Haynes dispiega l'emancipazione culturale e politica del cinema di oggi per fare critica storica e culturale. Parte da Oscar per la Moore, già Coppa Volpi a Venezia. |
| Corriere della Sera (12/28/2002) Maurizio Porro Non perdetevi il film più bello e seducente di queste feste, Lontano dal Paradiso (Far from heaven) scritto e diretto dall'indipendente americano Todd Haynes, autore di culto per Safe e Velvet Goldmine. Nello stile del melodramma anni ' 50, quando la natura rispettava le scelte del technicolor, il regista riprende, ricalca e virgoletta una classica soap opera di famiglia ipocrita borghese di provincia a Hartfort, Connecticut, addì 1957. Ispirandosi agli specchi della vita di Stahl, alle multicolori foglie al vento dei capolavori di Douglas Sirk, specie a Secondo amore, rifatto poi da Fassbinder in Tutti gli altri lo chiamano Alì. C'è Cathy una moglie e madre di due bravi piccini apparentemente felice, nel Paradiso in technicolor fra chiffon, taffetas, rossetti e modelli scampanati alla Lana Turner che, improvvisamente l'autunno scorso, scopre che il marito, venditore di televisori, è omosessuale; tanto che, nonostante i tentativi di guarire dal «vizio» con l'elettroshock, se ne andrà con un ragazzo. Non solo: quando la donna diventa affettuosamente amica del giardiniere vedovo di colore, esperto di magnolie e di Mirò, scopre anche che il razzismo impera e la gente mormora. Accettare le regole della convivenza o liberare la femmina folle e fatale che si nasconde nelle pieghe di una società asservita al Paradiso perbenista e razzista? Con i Grandi Delitti dei ' 60, tutto cambierà e il sogno americano diventerà incubo, la vita passerà dal rosa al noir. Cathy attende sola il futuro nella mirabile panoramica-dolly d'addio. Visti oggi sono «quasi» falsi problemi, ma l'intelligenza dell'operazione sta proprio nel riesumare un genere, il melò con grancassa sentimentale, iniettandogli dentro i germi, i dubbi, le insicurezze che avrebbe poi seminato un diverso comune sentimento del pudore. Non è solo cinema, c'è dentro anche la vita, due magnifiche e speculari ossessioni: non a caso Dennis Quaid, il marito, recita virilmente alla Robert Stack il ruolo ideale che Rock Hudson non ottenne mai. Perciò Lontano dal Paradiso è un grande film non solo per cinefili, ma capace di attualizzare i sentimenti e di riprenderli con i toni vividi di allora: la fotografia da Oscar è di Edward Lachman, la colonna sonora sinfonico-roboante è di Elmer Bernstein e l'interpretazione è di una Julianne Moore, in larghe gonne, foulard e riccioli cotonati, disperatamente sorridente, quasi allucinata. Meravigliosa nel calarsi nel matriarcato d'epoca alla Doris Day - delizioso il pollo, cara - ma trasmettendoci allarmata e consapevole un temporale in arrivo. E di cui ancora oggi, ascoltando bene, possiamo sentirne in lontananza tuoni, gossip e fulmini. |
| l'Unità (12/20/2002) Dario Zonta Todd Haynes é un miniaturista. Dipinge, attraverso i suoi film, delle perfette e mirabili miniature, compone complessi e realistici modellini. In Velvet Goldmine ricostruiva una scena e un'epoca, quella glam della musica pop anni settanta a cavallo tra l'Inghilterra di David Bowie e l’America di Iggy Pop. Questa volta, però, Todd Haynes non imita la vita bensì il cinema e la sua epoca anni cinquanta, prendendo a modello il melodramma di Douglas Sirk. Fin dal titolo: Far from heaven (Lontano dal Paradiso) appare sullo schermo nello stile fumettistico e graffiato con cui venivano strillati negli anni cinquanta i melodrammi sirkiani, come All That Heaven Allows (Secondo amore), di cui riprende anche il tema. In Secondo amore una vedova si innamorava del giardiniere ben più giovane di lei, in Lontano dal paradiso una moglie generosa e sorridente, perfetta madre e membro stimato della piccola comunità cittadina, vive una passione segreta per il suo giardiniere di colore mentre il marito consuma passioni omosessuali. Julianne Moore, una perfetta Lana Turner con la voce di Doris Day, é l'immagine sorridente dell'ottimismo americano dei fifties che nasconde, sotto la patina dorata del perbenismo puritan,(il caos delle emozioni e le contraddizioni della vita. Dannis Quaid è un probo uomo d'affari con il «vizio» dell’omosessualità. Li troviamo nel mezzo dell'imitazione di una vita; quella che la società dell'epoca voleva che vivessero, ma lontani da quella che avrebbero vissuto se avessero seguito l'impulso libero delle loro passioni. Lontani dal loro paradiso e persi nello specchio del loro presente, in una casa borghese con giardinetto, due bambini, una festa da organizzare, cene a cui andare, fotografie da farsi scattare per il quotidiano locale di pettegolezzi che li ha nominati coppia e famiglia dell'anno. Ma il marito la mattina nel caffè versa il cognac e la sera, dopo il lavoro, invece di tornare a casa, si nasconde in un cinema che dà La donna dei tre volti (altra storia di sofferenza al femminile) per adocchiare probabili e promettenti seduttori. Mentre l'impeccabile moglie si trattiene in giardino parlando d'arte con il gentile giardiniere. E’ chiaro che il calco di Haynes é ampiamente deformato nei contenuti. Un esempio di schizofrenia cinematografica perché la Hollywood di quei tempi non avrebbe mai permesso che il tema dell'omosessualità e quello dell'attrazione di una lattiginosa americana per un corpulento e colto giardiniere di colore potessero essere così schiettamente rappresentati. Quindi l'operazione di Haynes rifugge dal semplicismo di una riproduzione di maniera perché vuole essere attuale. Questo perfetto melodramma sirkiano ha il pregio di ricordare che il cinema é una cosa seria (come quello americano anni cinquanta), che la rappresentazione sociale ci vuole mimi di una vita che non ci appartiene e che il presente mente, nascondendoci il reale. Cosa che la Hollywood più intelligente sta ripetendo ossessivamente e in maniera subliminale. |
| Sole 24 Ore (1/5/2003) Roberto Escobar Un ramo coperto di fiori bianchi attraversa lo schermo. Sullo sfondo, inquadrata dall'alto, la regìa mostra la periferia residenziale di Hartford, nel Connecticut. La storia di Cathy (Julianne Moore, sorprendentemente brava), del marito Frank Whitaker (Dennis Quaid) e di Raymond Deagan (Dennis Haysbert) è ormai finita. E ora, come accadeva tanto tempo fa, la scritta "The End" compare sull'ultima immagine di Lontano dal Paradiso (Far from Heaven, Usa e Francia, 2002, 107'). C'è molto più che nostalgia per il cinema che fu, in queste due parole che hanno segnato a lungo il nostro immaginario. E molto più che cinefilia c'è in tutto il film girato e scritto da Todd Haynes. Certo, la messa in scena, i piani di ripresa, i ritmi narrativi, gli arredi, i dialoghi, i visi, i ruoli sociali e sessuali, i colori, le luci, le musiche; tutto evoca e ricrea il cinema hollywoodiano degli anni 50. Lo stesso Haynes ha ricordato le sue fonti più dirette: oltre al Max Ophüls di The Reckless Moment (Sgomento, 1949), soprattutto il Douglas Sirk di All That Heaven Allows (Secondo amore, 1955) e di Imation of Life (Lo specchio della vita, 1959). E tuttavia Lontano dal Paradiso resta profondamente suo, oltre che profondamente nostro, di noi che certo amiamo il cinema di questi nostri anni, tanto più immediato e disincantato. A farne un film "modemo", è l'assenza di compiacimento narrativo. Haynes non gira un film alla Sirk o alla Ophüls. Non vuole essere un virtuoso della citazione. I suoi personaggi sono vivi. Valgono per i sentimenti, ottimi o pessimi, che esprimono, non come ombre del cinema di mezzo secolo fa, riesumate per l'occasione. I loro sentimenti, ancora, non sono tenuti a distanza dalla messa in scena come residui risibili, come stereotipi svuotati dal tempo. Lontano dal Paradiso non patisce la necrofilia che, tanto spesso, segna la cinefilia. E neppure soffre, all'opposto, l'ironia sotterranea e cinica che, per paradosso, più d'una volta le si accompagna. E nella vita e nei sentimenti di Cathy subito entra il film. Fin dalle prime inquadrature se ne avverte l'impegno, e anzi la fatica di stare dentro un ruolo che le è stato assegnato, e che lei stessa condivide. Cathy non è Cathy, ma è Mrs. Whitaker. Anzi, è Mrs. Magnatech, l'ombra domestica e fedele di Frank, a sua volta socialmente identico alla sua funzione di dirigente della Magnatech, appunto. Tutto è troppo perfetto, troppo ordinato - troppo Hollywood anni 50 -, nella grande casa di Cathy. Il suo giardino è troppo trionfante di rossi e di gialli, troppo splendidamente autunnale. I suoi figli sono troppo educati. E lo stesso vale per Eleonor (Patricia Clarkson), la sua migliore amica: troppo aderente al modello ideale dell'amica migliore. L'equilibrio e la normalità sono tanto dichiarati e insistiti, che in platea se ne attende e se ne soffre una veloce smentita. Anche questa smentita viene dal cinema degli anni 50, e dai melodrammi cui Haynes si ispira. Come in Secondo amore, l'insoddisfazione nascosta di Cathy la porta verso il figlio del suo vecchio giardiniere. Come in Lo specchio della vita, il pregiudizio razziale mette a nudo l'ipocrisia cattiva che sta sotto il perbenismo sociale. E ancora come in Written in the Wind (Come le foglie al vento, Sirk, 1956), con l'omosessualità di Frank emerge lo scandalo "indicibile" della separazione netta dei ruoli sessuali. Ciò che Lontano del Paradiso aggiunge di proprio sono l'immediatezza e il disincanto con i quali insoddisfazione, pregiudizio e scandalo sono appunto detti. Ed è questa la modernità del film: questo mostrare e raccontare ciò che mezzo secolo fa veniva solo alluso (l'omosessualità) o, comunque, veniva attenuato dal pathos del melodramma, dalle lacrime che esso induceva e giustificava. E infatti, pur dentro i modi narrativi e lo stile visivo del melodramma, Haynes gira un film ben più secco, ben più consapevole, quasi crudele. Non c'è modo di consolarsi, in platea, per l'espulsione di Cathy dal falso paradiso di Hartford, per la sofferenza che le tocca di accettare per essere davvero se stessa e unica, come le dice Raymond. Anche quel "The End" che dovrebbe suggellare l'extraterritorialità del film dalla serietà della vita vera, che ne dovrebbe cioè sancire agli occhi dello spettatore l'autonomia e la felicità di finzione, anche quelle due piccole parole magiche, dunque, non sostituiscono alcun nuovo equilibrio sentimentale a quello ormai contraddetto e smentito. Non c'è risarcimento emotivo, quando finisce la storia di Cathy. Anzi, c'è il sospetto che, proprio in quanto spettatori "moderni", noi stessi siamo senza rimedio lontani dal paradiso. |