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| Lagaan |
| La Stampa (8/26/2002) Lietta Tornabuoni Lo scorso anno il Festival di Locarno fece la scommessa di presentare alla platea popolare di Piazza Grande il film indiano «Lagaan» di Ashutosh Gowariker. Un kolossal di tre ore e quaranta girato in puro stile «Bollywood», contrazione di Bombay e Hollywood per indicare la fiorentissima Produzione indiana, che si poteva temere spettatori occidentali. Invece la risposta è stata più che positiva : «Lagaan» ha conquistato addirittura il premio del pubblico e il festival ticinese, che quest'anno ha ribattuto il tasto mettendo su l'importante retrospettiva «Indian Summer», può ascriversi il merito di aver aperto una prospettiva internazionale a una cinematografia che sta esplodendo nei suoi confini. Insomma, si può prevedere che se il cinema cinese è già vicino, quello indiano si. avvia a diventare di moda. Realizzato grazie alla fiducia del protagonista Aamir Khan, divo numero uno del subcontinente, una via di mezzo fra Tyrone Power e Tony Curtis, «Lagaan. C'era una volta in India» offre un colpo d'occhio da superproduzione. Siamo nel 1893, in una regione centrale del Paese afflitta dalla siccità. prevaricando il rajah locale, ,un, antipatico capitano dell'esercito inglese impone ai contadini il raddoppio di una tassa iniqua (la Lagaan del titolo). Alle proteste dei, miserabili, guidati dal combattivo Aamir, il britanno risponde con una sfida a cricket: se vinceranno loro, la tassa verrà annullata per tre anni, se vinceranno i militari sarà triplicata. Il film è la stoffa di come si mette insieme il gruppo degli undici giocatori che dovranno affrontare gli inglesi, con larghi spazi concessi a musica e danza come è tipico dei film indiani: ma, attenzione, «Lagaan» è anche un modo per rievocare in forma edulcorata e senza sangue, lo spirito dell'«indian mutiny» (la rivolta indiana del 1854) con il cricket al posto dei massacri. Gowariker non risparmia i tocchi di colore e lasciando le redini sul collo ai pittoreschi caratteristi locali, fa risultare gli inglesi sinistri, impettiti e tuttavia non manieristici. Non manca nell'eterogeneo, attraente spettacolo qualche tocco all'americana, mentre lo sviluppo del melo (con la giovane indigena e la romantica signora inglese, entrambe innamorate dell'eroe) fa pensare al nostro Matarazzo. |
| Film TV (9/4/2002) Aldo Fittante Sul planet Bollywood sventola, cinematograficamente parlando, bandiera yankee. L'antica tradizione del polpettone indiano (anni '50) si trasforma così in un frullatone postmoderno, dove il folklore è filtrato, tra sottili ironie e aggraziate danze, da una contaminazione fatale che ha il coraggio di mischiare "Rocky" e "Jesus Christ Superstar", Berkeley e "I sette samurai", "Fuga per la vittoria" e "Quella sporca ultima meta", ammiccamenti leoniani e persino qualche celentanata, chissà se volontaria o meno. Duecentoventi minuti di delirio cromatico, provocatoriamente srotolati contro la fretta del cinema americano e dei ritmi occidentali: il regista Gowariker e Aamir Khan (stella del cinefirmamento indiano, protagonista e produttore della fluviale pellicola) si prendono tutto il tempo raccontando e spiegando, innamorandosi e odiando, buttandosi in "quello stupido gioco" che si chiama cricket in barba agli inglesi e agli stessi compatrioti (che ne hanno ereditato il vizio). 1893, c'era una volta in India un impero (britannico) che okkupava e imponeva tasse agricole da togliere il fiato ("lagaan", appunto: la rinuncia a una parte del raccolto, spesso di tutto il raccolto...), che umiliava e spadroneggiava con arroganza. Ma i contadini di Champaner, a differenza dei "pellerossa" di molte battaglie di frontiera e di migliaia di western, avevano già nel sangue la furiosa e battagliera non-violenza gandhiana. E allora, cosa di meglio di un sano e atletico agonismo, da sfogare e consumare su un rettangolo impolverato, per vincere gli infausti dominatori? Che gli abitanti di Bombay o Nuova Delhi siano impazziti per questo film, non sorprende. Ma che uno spettatore occidentale, avvezzo all'ora e mezza e solitamente restio a farsi coinvolgere da uno sport francamente soporifero, riesca a entusiasmarsi (dopo centoventi minuti già colmi e frastornanti) a una seconda parte che propone una gara che non ha certo l'appeal di una finale calcistica, dà la misura della maestria (e dell'astuzia) di un'operazione che ha il fiato del kolossal e l'afflato dell'apologo "immorale". quasi quattro ore di colorate emozioni per dire, in sostanza, che è il Sogno che conta. Più che un film. Un'esperienza. |
| la Repubblica (8/25/2002) Roberto Nepoti Il termine hindi Lagaan significa "tassa", "imposta". Titolo singolare per un film altrettanto insolito, almeno secondo i nostri parametri; ma che è una perfetta sintesi dello stile Bollywood, il cinema della Hollywood sul Gange da cui milioni di spettatori indiani si fanno deliziare ogni anno. Scoperto, nella penultima edizione, dal festival di Locarno, il kolossal di Gowariker allarmò, all'inizio, i festivalieri con la sua ipertrofica durata di tre ore e quaranta minuti; eppure nessuno lasciò la poltrona prima della fine e il Premio del pubblico andò proprio a Lagaan. A Champaner, nel 1893, il tempo è bello, troppo bello: il monsone ritarda, la pioggia anche e il raccolto è a rischio. Quando i colonizzatori britannici hanno la geniale idea di raddoppiare le tasse, l'eroe del villaggio - una specie di Tom Cruise locale in versione Aladdin - ha un'idea: sfida gli occupanti al cricket, contro esenzione dal tributo in caso di vittoria degli indiani (se perdono, pagheranno il triplo). Capire le regole del cricket è impresa più disperata che non imparare quelle del baseball in un film americano; ma poco importa: basta usare un montaggio serrato e far vedere, sulle facce degli astanti, quando i buoni vincono e quando, invece, stanno perdendo. Alle risorse del film sportivo, Lagaan unisce quelle della commedia, della storia sentimentale, del musical (sei godibilissimi numeri danzati e cantati secondo le regole bollywoodiane), più qualche prodromo all'indipendenza dell'India in versione rigorosamente non-violenta, gandhiana verrebbe da dire. L'estetica eclettica della messa in scena, diabolicamente efficace (si notino le inquadrature alla maniera di Sergio Leone), funziona altrettanto bene per il pubblico occidentale che per quello orientale. Come certificano i sorprendenti incassi al box-office inglese e americano. |
| Duel (9/1/2002) Giancarlo Zappoli 1893, Champaner, villaggio dell'India occupata dagli inglesi. Tutti attendono dal cielo ciò che non arriva: una pioggia che consenta il raccolto. Da mesi non cade una goccia e tutto sembra pregiudicato. Non resta che chiedere la dispensa dalla tassa in natura sui raccolti (lagaan) che deve essere solitamente versata. La sorpresa é decisamente amara: non solo la tassa permane ma é stata anche raddoppiata. Una delegazione, guidata dal giovane contadino Bhuvan, si reca dal Rajah per conoscere il motivo della decisione e protestare. Il governante non può fare altro che chiamare in causa gli inglesi: sono stati loro a prendere la decisione. Il suo più acceso sostenitore é lo sprezzante e violento capitano Russell il quale decide di sfidare la popolazione. Gli ufficiali inglesi sono abilissimi nel giocare a cricket, lo sport nazionale. Se gli straccioni indiani accettano di formare una squadra da contrapporre loro e riescono a vincere, il villaggio verrà dispensato dal lagaan per tre anni. Se invece perdono l'imposta verrà addirittura triplicata. Bhuvan, tra lo sgomento di molti suoi compaesani, accetta la sfida e mette insieme la squadra. Resta il problema di imparare le regole ma un aiuto inatteso verrà proprio dalla fidanzata di Russell. 2001, Locarno, città della Svizzera italiana in cui si tiene uno dei più importanti festival del cinema, di anno in anno sempre più interessante e stimolante. Nella piazza Grande alle 21,30 davanti allo schermo più grande d'Europa in esterno ci sono circa 9.000 persone pronte a vedersi un film "indiano" (Monsoon Wedding non ha ancora vinto a Venezia) che da programma risulta durare 3 ore e 42 minuti. C'è di più: ogni spettatore ha ricevuto un foglio in cui vengono sommariamente esposte le regole (ignote ai più) del cricket. Lagaan vincerà il Premio del pubblico. Nonostante una partita regolarmente giocata in tempo reale e l'abbondanza di canti e balli, tutti elementi che, sulla carta, avrebbero dovuto deporre contro l'appetibilità del film. Bisognerà prima o poi andare oltre la superficie e il semplice interesse parafolkloristico per leggere le dinamiche di un cinema tanto lontano quanto intimamente e linguisticamente legato a quello dell'industria cinematografica statunitense. Locarno è tornata a farlo con una ponderosa retrospettiva ma é già sufficiente vedere questo film, al contempo ossequioso delle regole e pronto a trasgredirle, per rendersi conto della complessità del fenomeno. Non manca la star (Aamir Khan, nell'aspetto e nella dinamicità una sorta di Fiorello made in India), non mancano, come dicevamo, i balli e i canti. Ma é nella sceneggiatura che si marcano le differenze. Non si tratta del solito adattamento in hindi di un successo americano o della storia d'amore infarcita di lacrime e difficoltà da sceneggiata. Qui é lo stesso regista a scrivere la sceneggiatura, a convincere l'inizialmente riluttante star e ad assumersi il rischio di una produzione che vede impegnate 3.000 persone per sei mesi in uno sperduto villaggio. La scommessa é vinta perché per la prima volta da anni in un film destinato al grande pubblico del subcontinente asiatico si vede un contesto storico che non fa da fondale di comodo all'idillio contrastato ma che riproduce il clima di un'India ormai sottomessa e quasi ineluttabilmente pronta ad attendersi un dominio britannico infinito. La partita di cricket (che non nasconde i debiti che ha nei confronti di tanto cinema occidentale) diventa il coagulo di una tensione che non é solo narrativa ma assume una dimensione che va al di là del film in sé. Chi, se non solidamente british, si sottoporrebbe volontariamente a un intero incontro (costellato di regole non sempre chiare) se non leggesse nel film la volontà di lavorare sul sottotesto approfittando della spettacolarità? Lagaan riesce nell'operazione e merita una visione come opera esemplare di una svolta nel cinema di massa indiano. Dura come due fondi di magazzino estivi ma vale infinitamente di più. |
| Il Giorno (9/13/2002) Silvio Danese Non fatevi impressionare dalla lunghezza, quasi quattro ore di colori, melodrammi, cori e bandiere indiane per raccontare, a fine 800, il riscatto di una comunità contadina che non accetta la nuova tassa (lagaan) del governatorato inglese. Quando ti lasci prendere dal passo circolare e dalle digressioni musicali il tempo corre (e se vi viene in mente che il protagonista Bhuvan assomiglia a Fiorello, ebbene in India è proprio una star televisiva come il nostro mattatore). Gli inglesi sono damerini arroganti, scontornati dai romanzi di Forster e Jahbvala. Gli indiani generosi, buoni e sognatori. In qualche misura è un film al di là dell'agiografia cinematografica indiana che vorrebbe diffondere, forte del premio del pubblico l'anno scorso a Locarno e della candidatura al premio Oscar per il film straniero (vinto poi da "No man's land). Con questo film sentirete pronunciare una parola nota ai cinefili: Bollywood. E' la sintesi delle parole Bombay, dove si fa il cinema indiano e Hollywood. |