Amore a prima svista
Il Giorno (4/12/2002)
Silvio Danese

La svista è che Rosemary non è magra e sinuosa come la vede Hal. Pesa 120 chili e i suoi polpacci sono larghi come le cosce di Ronaldo. Ma negli occhi di Hal, Rosemary è elegante come Gwyneth Paltrow, che l'interpreta. Ecco una commedia leggera e non ambiziosa su un tema eterno e cruciale: la bellezza. E' negli occhi di guarda, nel cuore di chi è guardato o nei modelli estetici di massa? Mai provato a guardare negli occhi un uomo tarchiato o una ragazza sformata e scoprire che sono belli e attraenti? I fratelli-registi Farrelly sono specialisti dei paradossi. E degli incassi ("Scemo & più Scemo", "Tutti pazzi per Mary"). Il segreto qui è l'ipnosi che subisce un giovanotto: mentre crede di perseguire l'ideale della bellezza nella ricerca maniacale di donne esteticamente perfette, un guru della mente gli modifica la percezione. Grassoccio, rozzo e invadente, Hal ci porta a considerare senza troppe pretese l'arbitrarietà del concetto di bellezza e il bombardamento di orientamenti che subiamo.
La Stampa (4/12/2002)
Alessandra Levantesi

Registi, sceneggiatori e produttori, i fratelli Bob e Peter Farrelly sono i debuttanti dal botteghino multimiliardario di «Scemo + scemo» (1992) con Jim Carrey e i birichini che in «Tutti pazzi per Mary», altro strepitoso incasso internazionale, hanno fatto usare alla bionda Cameron Diaz un getto di sperma come gel per capelli. In pratica, trattasi di scanzonati campionati della commedia farsesca, giocata sui sopratoni e non proprio politicamente corretta. In «Amore a prima svista», secondo una loro tipica formula, abbiamo da una parte un protagonista maschile non bello e imbranato, dall´altra una protagonista femminile attraente che ne verrà conquistata. Salvo che in questo caso Rosemary appare snella, leggiadra e luminosa qual è Gwyneth Paltrow solo quando la camera da presa la inquadra dal punto di vista di Hal, impersonato da Jack Black. Ma, attraverso gli occhi degli altri, la fanciulla si rivela in realtà una dolce e simpatica obesa di 120 chili. Hal è un superficialone e delle donne gli interessa esclusivamente l´avvenenza fisica. Il suo sogno sarebbe di sedurre femmine sexy e curvilinee, ma la verità è che non riesce a rimorchiarne mai una. L´incontro casuale con il guru Tony Robbins (nella parte di se stesso), che tramite ipnosi lo convince a guardare alla bellezza spirituale, pare risolvere il problema di Hal. Tutte quelle che punta d´un tratto sembrano felici di dargli il numero di telefono, inclusa l´incantevole Rosemary che, nonostante mangi a quattro palmenti, mantiene una linea perfetta. Hal dovrebbe essere messo in sospetto dal fatto che la ragazza distrugge la maggior parte delle sedie su cui si poggia e porta mutande a misura di balena. Invece ci vorrà un nuovo intervento di Robbins per aprirgli gli occhi e tuttavia la grassa e tenera Rosemary ha ormai conquistato il suo cuore facendogli capire che ciò che conta è dentro. Ne dobbiamo concludere che i Farrelly sono diventati più buoni? Certo è che nell´abbassare il livello della comicità plebea a loro congeniale a favore di un registro da commedia sentimentale, Bob e Peter fanno meno ridere, e per di più Jack Black non è divertente come Jim Carrey. Resta da dire della Paltrow, che sottoponendosi a lunghe sedute di trucco è riuscita a risultare tanto vera come cicciona da non sembrare più lei. A meno che uno, al di là degli strati di lattice, non si sforzi di coglierne lo sguardo vulnerabile e, per l´appunto, l'interiorità.
la Repubblica (4/14/2002)
Roberto Nepoti

Fedele alla promessa fatta al babbo sul letto di morte (andare solo con gnocche stratosferiche) Hal, grassoccio e bruttino, è ossessionato dalle top-model. Finché, un giorno, incontra in ascensore un guru della tv che lo ipnotizza perché, nelle rappresentanti del bel sesso, veda soltanto la bellezza interiore. Così Hal s'innamora perdutamente di una cicciona di centocinquanta chili: salvo che la percepisce con le fattezze da silfide di Gwyneth Paltrow. Abbiamo usato appositamente termini grossolani e "politicamente scorretti", perché viaggiano in sintonia con il film dei fratelli Farrelly. Benché con Amore a prima svista passino dalla commedia satirica (Tutti pazzi per Mary) a quella sentimentale, infatti, Bobby e Peter restano gli sporchi ragazzacci di prima: tutto l'umorismo (grossolano, ma abbastanza divertente) del film è imperniato su obesi, tronchi umani e freak assortiti, ad onta della morale edificante dell'epilogo dove l'amore trionfa sul culto mediatico dell'apparire. La debolezza, invece, risiede nel punto di partenza, ovvero un'idea troppo esile per reggere sulla durata delle due ore senza replicare le stesse gag. Qualche idea colpisce nel centro: come i "numeri" acquatici dei due innamorati in canoa o di Rosemary che si tuffa in piscina. Però le chance migliori di Amore a prima svista riguardano la scelta del casting: Gwyneth Paltrow, che si è stoicamente sottoposta a lunghe sedute di trucco con lattice e altre diavolerie ma, quando si presenta "al naturale" nelle visioni soggettive di Hal, è più carina di come l'abbiamo mai vista. Perfetto per la parte anche l'esagitato Jack Black (era il commesso di discoteca di Alta fedeltà), tipo di antieroe macho per forza, nel quale i Farrelly proiettano palesemente - quasi a volersene liberare - le loro frustrazioni di eterni adolescenti.
Corriere della Sera (4/13/2002)
Maurizio Porro

I fratelli Farrelly, quelli di «Tutti pazzi per Mary», i meno «politically correct» del cinema americano, tornano a prendersela con una delle categorie meno protette, gli obesi, che si sono ampiamente risentiti in un paese sovrappeso come l'America, in Amore a prima svista («Shallow hal»). In cui la trovata è di ingrassare fino a 130 chili, con protesi di silicone, l'esile scespiriana Gwyneth Paltrow. Tutto perché un rozzo dongiovanni di taglia media (il bravo Jack Black), sotto ipnosi di un guru new age, inizia ad apprezzare le virtù interiori e non le forme delle donne, ed incontrando la figlia cicciona del suo capufficio italoamericano, la vede bellissima. Quasi tutto in soggettiva, visto da lui, il film evita le grossolane occasioni comiche da luna park che erano però l'unica risorsa, finendo in rosa buonista confetto, con un sospetto di volontariato romantico che mette in dubbio il cinismo degli autori. L'effetto speciale mrs. Paltrow è misurata in questo gioco di eccessi di bilancia, mentre i registi rimangono momentaneamente in ostaggio ai sentimenti, pur non rinunciando a qualche «freaks», come il poverino che cammina sulle mani a quattro zampe e una spina dorsale a coda. Il tutto nella consueta confezione ad alto tasso goliardico, per salvare il lato farsesco di una faccenda (sedie che crollano, tuffi catastrofici), che si potrebbe però anche leggere come una polemica contro la civiltà dell'apparenza: ma questo era un altro film.
Film TV (4/16/2002)
Enrico Magrelli

Gwyneth Paltrow si sottopone, con insignificanti risultati, alla cura dei fratelli Farrelly, indossa in un paio di scene una protesi di ciccia cadente, sfatta e repellente per interpretare Rosemary, la freak di cui si innamora Mal Larsen (Jack Black), giovanotto tozzo e obeso che non si stanca di dare la caccia a fanciulle dalle belle forme. La fashion-lady del cinema modello Miramax è una discreta idea di casting, e nel film la vediamo esclusivamente con gli occhi "innamorati" di Hal che dopo il suo incontro, ascensore, con un guru del pensiero positivo, ignora l'aspetto esteriore e sa scorgere, a dispetto di tutto e di tutti, soltanto la bellezza interiore: questa divaricazione dell'intreccio inceppa la messa in scena e vaporizza l'usuale vigoria comica dei due scapestrati fratelli cineasti. Due punti di vista, dentro fuori, bellezza interiore e bruttezza esteriore restano due assunti non approfonditi. Misoginia spensierata, due o tre riuscite battute anali, deformità congenite, reali e da reparto-trucco, con ostentata naturalezza, uno strip della Paltrow o della sua controfigura, i passi di danza di Black per una commedia bifida e slavata. Le squadre di guastatori di "Tutti pazzi per Mary" e di "Io, me & Irene" sono perdute.