![]() |
|
|
|
|
| Le lacrime della Tigre Nera |
| la Repubblica (3/23/2002) Roberto Nepoti Presentato ai festival di Cannes e Vancouver, annunciato come uno degli esempi di rinascita del cinema tailandese, Le lacrime della tigre nera, prima regia dello sceneggiatore Wisit Sasanatieng, è stato acquistato dall'americana Miramax ed è sbarcato sugli schermi di mezzo mondo. La logica che lo ispira è quella del "pastiche"; a partire dalla trama, una compilazione di elementi del repertorio melodrammatico che mescola amori contrastati, differenze di classe sociale, onore, gelosia, tradimento, violenza, vendetta. Una giovane donna, figlia del governatore e fidanzata a un capitano di polizia, ama fino dall'infanzia, riamata, il bel Dam, che nel frattempo è diventato un pericoloso bandito. Pasticciando elementi iconografici della cultura pop, dal cinema al fumetto, al manifesto pubblicitario, all'inizio il film accende una certa curiosità per il modo in cui situa i personaggi in un universo di colori confetto, ispirati al cinema degli anni '50 ed elaborati con tecniche digitali. Le regole del gioco sono date fino dai primi minuti, quando, a una scena (ironicamente) romantica dove la ragazza attende invano l'innamorato in un gazebo solitario ne segue una da cartoon: un cowboy in nero fa strage di avversari, mentre ci viene mostrata la traiettoria dei proiettili come in un disegno animato di Willy il Coyote. Dopo un po', la faccenda si fa ripetitiva, tra una sequenza da soap-opera e un omaggio a Sergio Leone o a John Woo. Non migliora le cose la recitazione (ironica, d'accordo) degli attori, che varia tra inespressività e gesti esagerati. La promotion italiana proclama Le lacrime della tigre nera "il cult movie dell'anno"; dimenticando che la peculiarità dei film di culto dovrebbe essere il successo spontaneo, decretato dal pubblico, non da chi li fa o li distribuisce. |
| Film TV (3/6/2002) Bruno Fornara Un film dalla Thailandia! Passaparola positivo a Cannes. C'è anche chi parla di una New Wave thailandese. Melodramma follemente colorato, vi si incontrano, apertamente saccheggiati o suggeriti in filigrana, Sergio Leone e il teatro di strada, il cinema d'azione e le cartoline dipinte a mano, i fumetti e le citazioni colte, il fiabesco popolare e la spudoratezza massmediatica. Più tanta (forse troppa) ironia che svaria tra un'appassionata adesione e un umoristico distanziamento. Storia di un amore impossibile (o no?), nato nell'infanzia, fiorito all'università e di nuovo pronto a esplodere quando sembrerebbe finito per sempre. Lei è l'impulsiva figlia di ricchi borghesi, lui è un povero e timido ragazzo di campagna. Espulso dall'università perché si è battuto per lei, diventa bandito per vendicare il padre mentre la ragazza é promessa sposa all'ufficiale dell'esercito che i banditi deve combatterli. Distanze sociali incolmabili, onore, passioni e gelosie dentro un racconto cui fingiamo di credere ben sapendo che non lo possiamo più fare. Il cinema postmoderno e manierista sbarca nel Sud-Est asiatico, si incontra con il premoderno e sfiora con pudore la saggezza buddista perché, come dice il protagonista, «la vita è una malinconia senza fine e nulla può essere permanente » |
| La Stampa (3/8/2002) Alessandra Levantesi Primo film thailandese ad approdare sui nostri schermi, forte di un grande successo in patria e di una buona accoglienza in vari festival internazionali (da Vancouver a Cannes), «Le lacrime della Tigre Nera» è un prodotto finto naïf: ma sino a che punto il naïf è voluto? Sullo schermo seguiamo la triste storia di Dume Rumpoey: un contadino e un´ereditiera che s´innamorano da bambini, si perdono di vista, si incontrano nove anni più tardi studenti universitari a Bangkok e si giurano eterna fedeltà. Però per vendicare il padre, barbaramente ucciso, lui si unisce a una banda e diventa un temibile fuorilegge soprannominato Tigre Nera, mentre lei viene costretta a fidanzarsi con un ufficiale, il quale per fare carriera si assume proprio il compito di debellare i malviventi. Nel tentativo, di per sé lodevole, di recuperare il tratto distintivo del cinema nazionale, il regista e sceneggiatore Wisit Sasanatieng si è ispirato ad alcune vecchie pellicole indonesiane di recente restaurate. Ne è venuto fuori quello che noi occidentali usiamo chiamare un pastiche, ovvero un film intessuto sulla citazione di generi che vanno dal Likay, tipica forma di teatro popolare (molto essenziale, pare), al B-movie d´azione Anni 60, noto spregiativamente a Bangkok come cinema «rabared poa, khaow pao kratom» ovvero «bombarda la montagna, brucia le baracche» e ricalcato sullo spaghetti-western italiano. Invece l´aspetto di melò strappalacrime e canzonettistico si situa, quanto a influenza, al crocevia fra India, Cina e Hollywood. Per intraprendere il suo nostalgico viaggio nel passato, Sasanatieng ha fatto ricorso a mezzi vecchi e nuovi (per esempio, la colorazione vivida e kitsch è stata ottenuta dipingendo gli scenari e lavorando la fotografia in digitale), ma non ha saputo amalgamare in maniera adeguatamente sofisticata il polveroso materiale retrò, né rivitalizzarlo. A che serve un teatrino d´epoca che non provoca né risate, né commozione, né reminiscenze? E se nessuno, dall´autore agli inespressivi interpreti, crede in quello che succede, perché dovrebbe crederci il pubblico? |
| Il Giorno (3/7/2002) Silvio Danese Storia di sangue, bande e amor conteso nella Bangkok anni 40. Vicenda complicata di famiglie di classi opposte: lei ricchissima, lui povero. Ma si amano tanto, come in una vagheggiata “Butterflay” riadattata al technicolor di cinquant'anni fa. Trucido, al punto che si parla di teste mozzate e si vede sangue zamplillante, aulico che assomiglia a un Rodolfo Valentino del muto, non è raro di battute, almeno nella prima metà. Poi ci si annoia, sbattuti tra duelli funambolici e statiche scene d'amore. Con i colori accesi delle stampe orientali, l'incantamento nostalgico dell'esotico e la struttura western che evoca il cinema americano classico, vorrebbe essere un “pastiche” di epoche e culture (c'è addirittura la “Sinfonia del Nuovo Mondo” sparata tra un duello e un bacio), in cui l'ironia sul melodramma dovrebbe far volare tutto. E invece si resta piazzati a terra per una paio d'ore che stentano a passare. Curioso per immaginare gli anni antichi del cinema thailandese, sul quale influiva già il cinema di Hollywood. Il titolo contiene un mistero presto svelato. |