Lunedì mattina
Duel (4/1/2002)
Matteo Columbo

C'è una vignetta di Quino, il disegnatore che ha creato Mafalda, nella quale si vede una donna intenta a confezionare delle scatole all'interno di una fabbrica. L'inquadratura si allarga, rivelando che i fumi prodotti dall'industria inquinano tutta la città. Gli abitanti, intossicati dai gas, corrono in farmacia ad acquistare delle pillole: la scatola del medicinale non è altro che... quella prodotta dalla fabbrica iniziale! Il circolo vizioso (o virtuoso, per chi ci guadagna) che il vignettista argentino coglie con ironico paradosso assomiglia all'universo che il georgiano apolide Otar Ioseliani ritrae, con leggerezza un po' meno schematica, ma disillusione altrettanto acuta, nel suo ultimo film. Col consueto tocco surreale e uno stile insieme divagante e poetico, eppure rigoroso, che assomiglia da vicino all'attitudine vagabonda dei personaggi che da sempre attraversano il suo cinema e fa tornare alla mente Chaplin e Tati, Ioseliani, premiato meritatamente con l'Orso d'argento per la regia a Berlino, racconta le solitudini contigue degli uomini (e delle donne) d'oggi, le loro libertà vigilate e le loro fughe vanificate. In un mondo ossessionato dai divieti, in primis quello esemplare nei confronti del fumo, si giunge al paradosso di proibire il piccolo piacere residuale della sigaretta, ultimo afflato simbolico di spirito libero, dopo averlo per anni promosso, e costringendo nello stesso tempo il consumatore viziato e vizioso, sfruttato e frustrato, a un lavoro alienante in un ambiente infernale. La fabbrica dove lavora Vincent (stesso nome, analogamente ironico, del personaggio di un altro film recente sul potere annichilente di lavoro e famiglia, A tempo pieno) é attraversata da fumi nefasti di tutti i colori, rombi assordanti, controlli ossessivi e compiti senza senso. Non si capisce neppure cosa produca, anche se dai vapori mefitici dell'industria escono significativamente un paio di cessi. Incastrato nel ruolo di saldatore/riparatore di tubi, il protagonista riesce tuttavia a trovare lo spazio in fabbrica per creare un fiore metallico con gli scarti di produzione, ricava anche il tempo per disegnare su tela il suo desiderio di fuga dalla "terraferma", nella soffitta/atelier in cui si ripara dall'indifferenza familiare. Questi spazi marginali, tempi rubati alla fatica e alla noia della routine, non sono però sufficienti a guarire l'anima, ché anche lei ha i suoi bisogni. Così, nella speranza di uscire dall'universo soffocante del villaggio, collage di frustrazioni e disperazioni (ritratte da Ioseliani con grazia caricaturale e gusto a tratti geniale per l'elemento bizzarro, ma sempre da una buñueliana distanza), Vincent, stanco di un paese in cui "la gente non canta più" e il vino ha smarrito la sua "funzione spirituale", parte per un viaggio senza meta in una Venezia esotica, parvenza d'utopia. La città sull'acqua, dove sembrano ancora trovare spazio musica, vino e nuovi amici, presto rivela la sua natura di meta illusoria e la corruzione del suo spirito: borseggiatori e turisti come due facce dello stesso inganno, incarnato molto bene dal nobile di facciata (lo stesso Ioseliani) che mette in scena il suo rango e nasconde il suo vizio. Se si può sfuggire per un po', attraverso i canali lagunari, tanto dal grigiore della provincia che dal paesaggio finto da cartolina, fabbriche, divieti e conformismo (etico ed estetico) sono soltanto dietro l'angolo. Il ritorno a casa dalla moglie Penelope che tesse una sciarpa con cui "impiccare" il marito alla quotidianità del lavoro, triste parabola del fallimento del viaggio, o della sua essenza velleitaria, non vieta però a Ioseliani di disegnare piccole rotte di speranza in un mare di disincanto: due giovani che prendono il volo, un matrimonio interrazziale, una banda di zingari, l'arte e il genio della gioventù... E ancora una sigaretta, forse.
Il Giorno (2/28/2002)
Silvio Danese

E' un artista, un ricercatore del gusto perduto della vita, l'operaio Vincent, pendolare di industria chimica ma aspirante vagabondo, interpretato dal documentarista Bidou, che gli dà la cadenzata noncuranza dei semplici. Con ironia e senso della vacuità, la giornata di Vincent incomincia dalla scompigliata casetta di paese dove i tempi della fabbrica scandiscono anche quelli dei campi. Accanito fumatore, vive in un mondo dove fumare ormai è come delinquere. Appassionato acquarellista, deve rinunciare per tenere in piedi una casa che va a pezzi, dove tuttavia convivono l'estremo inizio del secolo (una nonnina che usa ancora il telegrafo) e l'estrema sopravvivenza nel nuovo secolo (i figli elettro-amatori che aggiustano il telegrafo). La visita al padre morente, un grottesco vegliardo che fa il tirassegno in casa, lo sprona a partire. A Venezia risalta il gioco peripatetico del film: si unisce a un'allegra combriccola, ubriaco e felice, poi s'imbarca per l'Egitto e torna a casa per un nuovo "lunedì mattina", mentre il figlio più grande vola sulla campagna con un parapendio. Cinema del secolo, in cui Iosseliani riprende nei dettagli Tati e Gremillon. Da vedere, più che da raccontare.
la Repubblica (3/3/2002)
Roberto Nepoti

Vincent, saldatore di mezz'età, è oppresso dalla monotona vita d'ogni giorno: sveglia alle cinque per andare in fabbrica, impegni di routine con la famiglia, nemmeno il tempo di coltivare la sua passione per la pittura. Finché, all'improvviso, l'uomo decide di lasciare la provincia francese e di andarsene a vedere il mondo. Orso d'argento per la regia al Festival di Berlino, Lunedì mattina di Otar Iosseliani è una coproduzione franco-italiana che dura 120 minuti e non ne spreca neppure uno. All'opposto di quel che si dice un film "lento", è un film sulla lentezza: si prende tutto il tempo necessario per osservare ciò che vuole osservare, e per mostrarcelo. Antico e moderno senza contraddizione, Iosseliani mette in scena una storia semplice senza esibizionismi né voglia di stupire, ma con poesia, humour e pacato pessimismo. Nella prima parte, rappresenta mondi in via di estinzione - la campagna, la fabbrica - con un affetto critico che evita gli sconfinamenti nella nostalgia. Ambienti e personaggi sono rappresentati attraverso tocchi di comicità sottile (ciò che Jacques Tati chiamava il "comico di osservazione"): il postino di paese che legge le lettere altrui, il prete che sbircia le belle parrocchiane, gli innamorati che si scambiano "messaggini" non col cellulare, ma per telegrafo. Non mancano le gag di attualità, come il tormentone sul fumo. Scelta la fuga, Vincent si ritrova in una Venezia un po' alla Pane e tulipani, tra vecchi nobiluomini eccentrici (un cammeo del regista), gondole, pittori di strada, borsaioli. Salvo poi rendersi conto che Carlo, il suo nuovo amico italiano, fa il saldatore come lui e, all'alba, lascia quel paradiso artificiale per andare - come lui - in fabbrica.
Film TV (3/7/2002)
Fabrizio Liberti

Reduce dal festival di Berlino dove ha vinto l'orso d'Argento per la miglior regia, "Lunedì mattina" ci regala la solita divertente e pungente riflessione di 0tar Ioseliani sullo stato delle nostre nevrosi. Il film é una sorta di ideale prosecuzione di "Addio, terraferma" dove il personaggio del padre partiva per un viaggio; qui il padre non é più un aristocratico amante del buon bere, ma un operaio artistoide con l'ossessione del fumo che quel viaggio lo fa davvero. Vincent abbandona, anche se per poco, la tragicomica ritualità di ogni giorno che lo vede alienato da un lavoro che non ama e produce solo inquinamento ed emarginato dalla famiglia che non riesce più a vederlo come affetto. Il ritorno ci segnala che qualcosa é cambiato in lui ma anche in chi lo circonda, un mutamento apparentemente impercettibile ma radicale. Ioseliani conferma le sue doti di grande osservatore della realtà, di ottimo narratore per immagini e di fine umorista, ritagliando come sempre per sé un ruolo piccolo ma divertente. La galleria dei suoi personaggi espone ancora una volta tipi al confine tra nevrosi e genialità, che palesano un evidente disadattamento nei confronti di una società che tende a omologare tutto e tutti, ma forse rispetto ad "Addio, terraferma" notiamo una minore compattezza e una certa slabbratura nel racconto, che però non compromette l’esito finale.