Alì
la Repubblica (3/2/2002)
Roberto Nepoti

AL CONTRARIO di molti colleghi "yes-men" della Hollywood odierna, Michael Mann ("Heat", "Insider") è un regista dotato di grossa personalità. Lo confermano le prime immagini di Alì: mentre Cassius Clay si allena in palestra, ci passano davanti frammenti dei suoi incontri, della sua fanciullezza, di un discorso del suo amico Malcolm X sul diritto a reagire alla violenza. Nelle due ore e mezza che restano seguiremo dieci anni della vita del campione, dal 1964 al '74: l'ascesa, la caduta e la resurrezione sul ring, la conversione alla fede musulmana, col nome cambiato in Muhammad Alì; gli amori e i matrimoni; il rifiuto di prestare servizio in un esercito che sta combattendo la sporca guerra del Vietnam; gli storici match con Sonny Liston, Joe Frazer e George Foreman, l'ultimo dei quali si tenne cosa mai avvenuta nella storia del campionato mondiale in un Paese africano, lo Zaire, e fu accompagnato da un memorabile concerto. Quella sequenza d'inizio, però, ci ha già detto l'essenziale sul protagonista, anticipando la fantastica parabola umana che trasformò l'uomo in mito per il popolo african-american, e non soltanto (vedi bella la scena in cui Alì, in Africa, si trova ritratto su un muro nell'atto di distruggere a pugni i carri armati). Prima e dopo "Toro scatenato" di Martin Scorsese, il cinema ha spesso integrato fra loro i modelli del film biografico e del boxe-movie ma, per quanto grandi, gli altri campioni avevano stature imparagonabili a quella del "più grande". Il compito di coniugare sport e storia c'è anche la scena dell'assassinio di Malcolm X non era certo lieve e il film soffre, nella seconda parte, di alcune pause di tensione e di qualche indugio non necessario. Però la qualità complessiva è alta, la ricostruzione puntigliosa, la fotografia perfetta, le sequenze di boxe (piaccia o no il genere, queste di Mann sono da antologia) eccezionali, il livello delle interpretazioni ottimo. Will Smith, candidato all'Oscar, deve essersi visto centinaia di volte le riprese di Alì e dei suoi combattimenti: ne restituisce così bene l'arroganza verbale, le movenze da ballerino e la potenza che, nei campi lunghi, potresti scambiare la copia per l'originale. Quasi irriconoscibile Jon Voight (anche lui candidato alla statuetta, ma come attore non-protagonista) sotto il pesante trucco del giornalista sportivo Howard Cosell.
La Stampa (3/1/2002)
Alessandra Levantesi

Per i giovani degli Anni 60, Cassius Clay, nato nel 1942 in Kentucky da una modestissima famiglia, è stato davvero «The Greatest» come lui stesso si autodefinì, e non solo grazie all´insuperato record di aver conquistato per tre volte il titolo di campione dei pesi massimi. Affrontare un personaggio leggendario, già immortalato in diversi documentari tra cui il bellissimo «When We Were Kings» di Leon Gast (1996), era una sfida impervia alla quale il regista Michael Mann ha risposto in modo brillante superando la maggior parte degli ostacoli, ma non tutti. Scritto con intelligenza, raffinatissimo nella fattura, illuminato dall´interpretazione ispirata di Will Smith (candidato all´Oscar) per non parlare di Jon Voight anche lui nominato come attore non protagonista nei panni del giornalista Howard Cosell, e realizzato senza badare a spese, «Alì» è un film impeccabile che ha il solo difetto di restare a tratti troppo freddo ed elusivo. Quanti lo conoscono per come è oggi, malfermo e invecchiato da una precoce forma di Parkinson a causa dei pugni presi, riusciranno a capire da questo ritratto elegante e impressionista la magnetica comunicativa di Alì? Il suo sincero impegno civile? Il perché di un mito planetario che ha lasciato un segno ben al di là delle cronache sportive? Abbracciando l´arco di un decennio, il film parte nel `64 con la vittoria del ventiduenne Cassius sul campione in carica Sonny Liston, prosegue raccontando l´amicizia del pugile con il leader del Black Power Malcom X, la conversione alla religione musulmana, l´assunzione del nome Mohamed Alì e le storie d´amore complicate dalla fede nell´islam. Nel `67 Clay rifiuta di andare soldato in Vietnam (è rimasta famosa la sua battuta: «Nessun vietcong mi ha mai chiamato nigger») e paga il gesto di ribellione con un lungo processo e la sospensione dall´attività sportiva. Il resto è la rimonta della china, la battaglia per riconquistare il titolo, la sconfitta del `70 nel match con Joe Fraser e la vittoria su George Foreman nell´incontro svoltosi nel `74 in Zaire. La lunga corsa per le strade di Kinshasa in mezzo a una folla esultante che, avendo identificato in Mohamed il proprio vendicatore benché anche Foreman fosse nero, gli grida «Alì bomaye» (Alì ammazzalo) è uno splendido film nel film e merita da solo la visita.
Corriere della Sera (3/2/2002)
Tullio Kezich

Film imponente anche se non convincente fino in fondo, Alì ha il difetto di celebrare più la bravura del regista Michael Mann (e quella congiunta del protagonista Will Smith) che la debordante personalità del campione biografato. Muhammad Ali, ex Cassius Clay finché convertitosi all'Islam decise di cambiare il suo nome di nipote di schiavi, vanta già un paio di precedenti cinematografici interpretati in prima persona. Un brutto film, «Io sono il più grande» (1977), di Tom Gries e un magnifico documentario passato fuggevolmente sui nostri schermi, «Quando eravamo re» (1996), di Leon Gast, cronaca del match disputato nello Zaire nel 1974, quando Alì conquistò per la seconda volta il titolo di campione del mondo. Il film di Mann prende appunto l'arco che va tra la prima conquista della cintura (1964) e il grande evento africano, omettendo la terza vittoria del titolo avvenuta nel 1977 e i dolorosi eventi che seguirono. Fra i quali l'aggravarsi del morbo di Parkinson, che oggi affligge il sessantenne campione a riposo. Anche dei nove figli di Alì non si dice quasi niente, né la parte riguardante tre dei suoi matrimoni è in qualche modo significativa. Due pesi massimi sul ring che si avventano l’uno contro l’altro producono un botto paragonabile allo scontro fra due treni; e bisogna dire che il combattimento iniziale tra il protagonista e Sonny Liston è rivissuto dagli intrepidi attori con uno sforzo di realismo da brivido. Sotto questo profilo Alì è un risultato ineccepibile e perfino gli esperti del settore, sempre pronti a trovare il pelo nell'uovo, si sono dichiarati soddisfatti. Comunque, in un racconto frastagliato e non di rado confuso, quella che emerge è la determinazione di Alì a parlare in prima persona senza condizionamenti né padrini. La sua adesione alla religione maomettana è scevra di ogni bigotteria, la sua amicizia con Malcolm X non gli impedisce di criticarlo e il suo rifiuto di andar soldato rappresenta una prova di coraggio e non certo di viltà. Alì ne sopporta a muso duro le pesanti conseguenze, tra le quali l'esclusione dal ring proprio in quelli che sono gli anni migliori della carriera di un pugile. A differenza dal profilo privato, che risulta sfocato, la , grinta di Muhammad politico emerge molto bene dal racconto; ed è poetica la sequenza del footing per le strade e i vicoli miserabili di Kinshasa dove esplode in pieno il sentimento della negritudine. Bellissimo, infine, il rapporto fra il campione e il giornalista televisivo incarnato in maniera spericolatamente trasformistica da Jon Voight, al quale dovrebbe proprio andare uno dei due Oscar che il film potrebbe ricevere; l'altro riguarda Smith e direi che sarà difficile negare il riconoscimento a un'esibizione di tale impegno.
Film TV (3/6/2002)
Pier Maria Bocchi

C’è qualcosa di così ampio, nel cinema di Michael Mann, che non si riesce a cogliere, perlomeno a una sola prima visione. Perché come tutti i suoi film, anche "Alì" deve essere visto più volte. Per comprendere che la visione che Mann dà del mondo ci tocca nel profondo più di quanto possano fare cento altri registi. Per accorgersi che la realtà, come dice lui stesso, è totalmente riproducibile, secondo la ricerca incredibile di un'autenticità che si traduce nella costruzione di un universo fondato su linee, piani, pezzi sfocati, illusori, riflettenti, veloci, dentro il quale l'uomo si perde, vivendo. Il dettaglio, nel cinema di Mann, diventa principio di esistenza, con tutto quello che comporta, cioè, soprattutto, una vita fatta di mille cose che non riescono a trovare una sistemazione. "Alì", che non è una cinebiografia come potrebbe apparire, pur mettendo in scena gli avvenimenti della storia di Muhammad Alì nella decade '64-'74 con adesione maniacale a fatti, persone e luoghi, sconvolge per la monumentalità dello sguardo e del respiro, tipicamente manniani. Dentro "Alì" c'è la paura dei cambiamenti in atto, rivoluzionari e mai finiti, del contesto e della personalità, come da "Strade violente" fino a "Insider". E Mann ce la fa vedere e sentire, quella paura, attaccandosi, come sempre, ai personaggi, di loro volti, guardando nei loro occhi, con uno stile inconfondibile, unico, fatto di sfocature, angoli, ralenti. Ci sono momenti di inaudita forma cinematografica, pura perfezione linguistica: i dieci minuti iniziali, incredibili, con un medley di brani di Sam Cooke/David Elliott; il primo incontro sul ring con Liston; un paio di leggerissimi movimenti al ralenti nel "Rumble in the Jungle" finale con Foreman, che lasciano a bocca aperta. Che l'Academy abbia quasi trascurato "Alì" per gli Oscar 2002 è un affronto, e la conferma di quanto grande e fuori fuoco sia il suo autore; ma se Jon Voight nel ruolo del giornalista Cosell non si porta a casa la statuetta, sarebbe oltremodo offensivo.
Il Giorno (3/7/2002)
Silvio Danese

Qualcosa di più affascinante di un film di sport, qualcosa di meno pedante di un biopic (biographic pictures). Tra l'uno e l'altro c'è un impasto d'epoca avvincente e non trionfale nel quale scorrono i 10 anni che sconvolsero la boxe: dal '64 al '74, ascesa, gloria, ribellione e determinata indipendenza razziale e religiosa dell'afroamericano Cassius Clay, campione mondiale rinato nella comunità islamica come Muhammed Alì. Nel ritmo graduato della regia di Mann, agli antipodi dei due grandi "cantori" rapper e cubisti Spike Lee e Oliver Stone, il protagonista Smith cerca di trasformare il suo faccino perbene, ma è quasi sempre un passo indietro rispetto allo sguardo orgoglioso e offeso di un condottiero carismatico come Clay. C'è però un'energia d'insieme, tra interprete e film. Si sente la passione di un uomo libero, lucido, con il cuore nel pugno, davanti a un'America insanguinata dal Vietnam, tra gli assassini di Malcolm X e Luther King e l'avidità dello show-business. Incontri magistrali, para-televisivi (ed è un complimento), puntati sui piedi di Alì.