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| A. I. Intelligenza Artificiale |
| La Stampa (10/6/2001) Lietta Tornabuoni Favola un po’ sadica per bambini, immaginazione di fantafuturo, variante di Pinocchio (ci sono Mangiafuoco, il Paese dei Balocchi e la Fata Turchina, s’intravede Geppetto), «A.I.» è un gran film di Steven Spielberg, commovente come «E.T.», avventuroso come «L’impero del sole», basato sulla situazione sentimentale più radicata per il regista: un bambino abbandonato, solo, che vuol tornare a casa e ritrovare la sua mamma. Nonostante tante dichiarazioni che gliene attribuiscono l’annoso progetto, Stanley Kubrick deve entrarci poco: il film tratto da un racconto di Brian W. Aldiss (editore Mondadori) è assolutamente spielberghiano e, con tutti i suoi difetti e le sue lungaggini nella seconda parte, è davvero grandioso, divertente, toccante. Lo scioglimento dei ghiacci delle calotte polari dovuto all’effetto serra ha sepolto sotto l’acqua Amsterdam, Venezia, New York e tante altre città, ha imposto limitazioni severe alla procreazione. Il professor William Hurt, che ha da poco perduto un figlio ragazzino, propone alla sua società di elettronica di costruire un robot bambino capace di amare i genitori adottivi che gli danno l’imprinting; non soltanto un robot «simulatore di sensualità», ma un Mecca (abbreviazione di meccanico, mentre gli esseri umani sono Orga, organici) che sappia provare sentimenti, emozioni. Venti mesi dopo, una coppia il cui figlio malato terminale è ibernato in attesa di una nuova cura, riceve David, il nuovo robot bambino sensibile e ossessionato dagli interrogativi: Quanto vivrai? Un giorno morirai? Spero che non morirai mai, mamma; tienimi al sicuro, dimmi che non resterò solo. Rimane solo. Il figlio malato dei suoi genitori adottivi guarisce. David si vede prima messo da parte, poi abbandonato in un bosco (come Biancaneve). Affronta avventure paurose, per fortuna vissute in compagnia dell’orsetto Teddy, giocattolo parlante intelligente, oppure di Gigolo Joe, un Mecca-lover, un robot sessuale interpretato da Jude Law. David si trova coinvolto in persecuzioni e schiavitù che evocano quelle contro gli immigrati di colore, interroga il sapiente Dottor So, cerca la Fata Turchina che potrebbe farlo diventare un bambino vero. Torna a casa: sono passati duemila anni, la mamma sembra dormire e il robot bambino, per la prima volta, s’addormenta. Il film induce a riflettere sul futuro della specie umana e dell’intelligenza artificiale, sulla responsabilità degli uomini verso gli esseri da loro creati,sui problemi più contemporanei. La storia dolcemente triste è a tratti anche buffa, dinamica o spaventevole. Il protagonista, Haley Joel Osment, è un attore di tredici anni bravissimo; gli effetti speciali della Industrial Light & Magic sono ammirevoli come lo stile, che mescola il glaciale azzurro tecnologico con il rosso palpitante del cuore. |
| Il Giorno (10/5/2001) Silvio Danese Pinocchio tra Stanley Kubrick il veggente e Steven Spielberg il romantico. David è il prototipo di un robot bambino, adottato e respinto da una famiglia impreparata alle sue domande e alle sue risposte affettive. Abbandonato, cerca le sue origini. Viaggio al termine della notte artificiale, dove l'incubo e l'esaltazione dell'ibridazione tra carne e metallo attendono soluzioni etiche, possibili soltanto nell'amore. Icona cruciale, in sottofinale, l'apocalittico Paese dei Balocchi sommerso: sostenuto dalle sue batterie nucleari eterne, intrappolato nell'astronave subacquea, Pinocchio resta per sempre davanti alla Fata Turchina a ripetere la domanda sulla magia della vita. Immagine potente e sospesa, di disperata verità. Emozionante come "E.t." (ma a un livello più sofisticato), sospeso e terminale come "2001", spettacolare e intimo come "Incontri ravvicinati", scheggiato da "Blade Runner" e "Arancia meccanica", nel cuore di un tema cruciale percepito dall'odierna sensibilità (fanta)scientifica. Picaresco al massimo livello, visivamente appagante, nel finale diventa un film afflitto da eccesso di senso (l'incontro tra Pinocchio e la mamma). Pareri discordi, ma se ne parlerà ancora tra cento anni. |
| la Repubblica (10/6/2001) Roberto Nepoti All'inizio, si sa, c'è un breve racconto di Brian Aldiss pubblicato nel 1969 su Harper's Bazaar, la storia di un robot bambino che anela a farsi amare da una madre umana. Racconto breve, ma capace di sedurre due personalità diverse come Stanley Kubrick e Steven Spielberg: anche se, verosimilmente, non per le stesse ragioni. Tra gli elementi in gioco è ragionevole pensare, ad esempio, che Kubrick sia stato affascinato dalla circolarità del tempo e dal rapporto tra umano e meccanico; Spielberg, piuttosto, dal versante fiabesco e dal protagonista/fanciullo. In ogni caso lo stesso Stanley, che aveva comprato i diritti del racconto già nel ‘79, pensava a Steven per dirigerne la versione cinematografica e A.I.Intelligenza artificiale è un film spielberghiano dalla prima all'ultima inquadratura; appassionante, quanto inutile, chiedersi come sarebbe uscito dalle mani demiurgiche del maestro più anziano. Spielberg non solo lo ha diretto, ma ne ha scritto la sceneggiatura accentuando l'atmosfera di fiaba e facendo esplicitamente del piccolo David un alterego di Pinocchio. Al contrario di quel che avveniva nelle pagine di Aldiss, lo spettatore apprende subito che David è un evolutissimo «mecca», una creatura meccanica capace di amare. Non sentendosi ricambiato in misura proporzionale al suo amore per la madre «orga» (organica) Monica, David vede un'unica soluzione: diventare un bambino vero come il personaggio di Collodi (il che, molto spielberghianamente, significa tutto il contrario che diventare grande). Comincia qui un lungo itinerario iniziatico, il cui unico obiettivo - conquistare l'amore della mamma - è tornare al punto di partenza. Abbandonato nel bosco, il piccolo robot finisce in un allucinante Paese dei Balocchi, incontra Mangiafoco e la Fata Turchina; lo aiuta un Grillo Parlante che ha la forma del simpaticissimo orsacchiotto Teddy. Parafrasando la storia a modo proprio, Spielberg l'ha focalizzata interamente sul piccolo smarrito, alla ricerca dell'amore, della casa, di incontri ravvicinati e protettivi; tema che resta centrale nel suo immaginario, si tratti di piccoli umani, alieni ("E.T.") o creature meccaniche non fa differenza. Diviso in tre atti, A.I.Intelligenza artificiale è un film bello e struggente, eccessivamente lungo, disomogeneo, reso più imperfetto dal lungo finale (dove il regista si avventura troppo nella metafisica per non lasciarci qualche penna) ma ricco di folgorazioni, di sequenze straordinarie (la più suggestiva, quella di Manhattan semisommersa dalle acque, con le statue dei leoni che piangono) e di personaggi commoventi. Che si stampano nella memoria per come, in essi, convivono patetismo e fragilità, generosità e coraggio: David per primo, naturalmente, interpretato da quel precocissimo mostro di bravura che si chiama Haley Joel Osmet, ma anche il robotamante Gigolo Joe (Jude Law), capace quanto il suo piccolo compagno di disavventure di farci dubitare che i «mecca» siano molto più umani degli «orga». |
| Film TV (10/9/2001) Enrico Magrelli Di Stanely Kubrick, l'idea straziante e sublime dell'eternità, del tempo ciclico e immobile, della macchina che impara a conoscere e a sentire la paura e l'angoscia e, in un futuro non precisato, ad amare; l'idea che gli "shining" siano intuizioni, memorie anticipate, cortocircuito tra un mondo sensibile e un mondo metafisico, tra la Natura e la Scienza, il caso e il destino rivelati solo attraverso le immagini (del cinema). Di Steven Spielberg, l'angoscia di un bambino, David o E.T., che vuole tornare casa, la nostalgia di un non vissuto, la forza degli affetti e dei sentimenti, il terrore dell'intolleranza ("orga" che annientano i "mecca") in campi-luna park e in fiere della carne dove la storia si ripete, la fascinazione per il cinema come moderna, ultima nella scala evolutiva dell'intrattenimento, macchina delle favole, la speranza di incontri ravvicinati finalmente possibili quando gli esseri umani avranno ceduto il loro posto (nel mondo do) agli esseri meccanici, ad altri organismi venuti da una qalassia-isola che non c'è, alle intelligenze artificiali assemblate in laboratorio da malinconici padri-scienziati di creature imperfette. "A.I." diretto da Spielberg, da un progetto incompiuto di Kubrick, è un film molto bello, dalla doppia personalità, diviso in tre atti distinti e non omogenei, aperti e chiusi da un ideale sipario di buio e di luci, con magnifiche invenzioni visive (Manhattan con le sue torri sommerse dalle acque, la città dei balocchi, dell'eros e della conoscenza, il laboratorio della falsa vita), con due compagni di viaggio, Teddy, il sapiente orsetto di stoffa che conosce il valore del tempo, e Gigolò Joe (interpretato da un Jude Law, usato dalla regia come impronta esemplare di un replicante buono) che ha le movenze di un irrigidito Gene Kelly. Pinocchio, Robin Hood, la fantascienza di Isaac Asimov, gli altri film di Spielberg, "2001: Odissea nello spazio" partecipano all'avventura incantata e commovente (con qualche difetto, qua e là, per generosità narrativa) del fanciullo meccanico che voleva diventare umano, dormire ed essere amato. Il bambino (interpretato da un meraviglioso Haley Joel 0sment), con i suoi sensi, fatti di chilometri di fibre, di schede e di silicio, "vede" gli esseri umani e gli "alieni" e riporta in vita la madre morta nelle poche ore che restano di un giorno e di un'epoca, Come in una fiaba, in un sogno realizzato, in una visione, David abita una casa che non esiste più, ma è calda, luminosa, protettiva e avvolgente: un'astronave proiettata o perduta oltre i confini di un universo dove si disegnano e si raccontano le avventure di esseri fragili che ignorano perché siano nati. E ai quali non basteranno duemila anni (luce) per diventare grandi. |
| il Manifesto (10/6/2001) Roberto Silvestri Intelligence. E' la parola che sta ossessionando i nostri pensieri in questi giorni. Come mai il paese leader del mondo, il più ricco, il più avanzato, il più organizzato (e il più rapace, ma non il solo) si è fatto mettere nel sacco dai nuovi mostri, esseri alieni che vogliono colpire nel profondo e destabilizzare per dominare ancora peggio (e i bambini se li mangiano davvero: carne viva da martiriologia aerea). Insomma sembrano tutti stupiti di trovarsi non più al sicuro, senza un'efficiente, adeguata rete di sicurezza, senza spie affidabili, senza una intelligence degna di questo nome. Certo l'uomo come lo conosciamo finora non vuole lasciare agli eredi un mondo decentemente abitabile. E' il pianeta dalle tecnologie sufficienti per risolvere ogni problema materiale e per tutti, ma che per colpa della più irrazionale (ormai) forma di sviluppo mai congegnata, sta andando verso l'auto-apocalisse, la rivelazione cioè del proprio disastro etico, politico e ecologico. Il famoso rapporto inizio anni 70 del Mit - Istituto di tecnologia del Massachussetts, sul quale Roberto Rossellini tanto si sgolava e appassionava e con lui i leader politici di un mondo che ci sembra morto e sepolto, quello dei - non a caso giustiziati - Indira Gandhi o Olof Palme, prevedeva esattamente lo scenario nel quale stiamo discutendo del piccolo Bush con la logica di Bin Laden o viceversa. Pochi hanno, molti loro servi sfruttano, quasi tutti soffrono, troppi muoiono prima di compiere i 10 anni. Dovremmo disporre invece - Antonio Negri nel bel florilegio di saggi che forma Desiderio del mostro, manifestoeditore l'aveva profeticamente evocata, almeno di una Artificial Intelligence. Intelligenza collettiva munita di squid, capace di fare salti, esplorare piani di fuga alternativi, saggiare altre metamorfosi del convivere umano. Come quella, ispirata alla favola di Collodi Pinocchio dell'eterno robot bambino David (Haley Joel Osment, attore di macchinosa spontaneità), biondo protagonista di A.I, l'ultimo rivoluzionario film diretto da Spielberg. Tratto dai tre racconti sui Supertoys (dall'estate all'autunno all'inverno) scritti alla fine degli anni sessanta da Brian Aldiss e che per tanto tempo hanno appassionato Stanley Kubrick. Che ne voleva fare, rispetto a Arancia meccanica e 2001 Odissea nello spazio un meno umanista e più spietato ritratto (e per questo ha voluto il più cattivo dei romantici, e l'ultimo dei classici, Spielberg, alla regia) della ricerca scientifica e della sua aridità quando non è più capace di progettare un futuro e di darsi una eredità possibile. E non sa tradire, deviare, per creare più vitalità non meno, dall'ortodossia. Circondato com'è da mass-media apologetici dell'esistente (e adesso ancora, malgrado tutto) malati di sadismo, ma da sergente maggiore dei marines, figuriamoci come il povero scienziato pazzo del film, William Hurt, sarebbe stato fatto a pezzi dagli opinionisti d'oriente e occidente. Come minimo il genio della Cybertronic Manifacturing lo linciavano per pedofilia e "femminismo esagerato", come massimo lo lapidavano come idolatra, e sbriciolatore di ogni dio...E dispiace leggere tante stroncature al film, con l'eccezione di Ebert, influenzate dal virus del fondamentalismo critico. Se questo, come scrive il San Francisco Chronicle è un "film noioso" perché si trova trascinante e ritmico Giuliani, che a Manhattan di morti non deve averne poi pochi sulla coscienza? Torniamo al film. Affidato per il collaudo a una donna (Frances O'Connor) il cui figlio ibernato rischia di morire, e programmato per amarla fino alla fine dei tempi, quando la mamma, riottenuto il figlio organico salvato dalla medicina, si sbarazzerà di quello meccanico, David non potrà avere pace fino alla sua autorealizzazione, cioè alla trasformazione da mecha in orga e al miracolo di convincere un essere umano ad amarlo proprio come se fosse un essere umano. Anche se non può rompere i giocattoli, non può mangiare, non può dormire, non può morire...e anche se la fata turchina non può proprio fare tutto quel che lui, alla fine, quando la trova con un coup de theatre, le chiede. Ma se una macchina si può travestire da robot, un robot, in questa sinfonia emozionale trans (dove emergono sempre le musiche sgomitanti di John Williams) non si può travestire da umano? L'amore non è cosa da manuali di sessuologia repressiva né da leggi della robotica adamoviane. David è il primo prototipo della nuova generazione di robot costruita dalla Cybertronic per sbancare ogni concorrenza. Ma non solo. David, in un mondo del futuro plausibile, dalle risorse limitate e dalla pianificazione ferrea delle nascite, è un mecha parlante e lavorante, e in più elabora memoria, sentimenti e emozioni, piange e ha un cuore indistruttibile, infinito. Supergiocattolo, certo, ma, scoprirà con angoscia, con un partner femminile, Marlene, già pronta per il lancio sul mercato. Come un doppio Golem, il mostro di fango programmato dagli alchimisti medievali per distruggere i nemici degli ebrei, i David e le Marlene, una volta inserita la formula magica, costringeranno i loro genitori a amarli oltre ogni limite. "Quanto dura una vita umana?" Si informa subito David. "Una cinquantina d'anni. Un'infinità di tempo", gli risponde la mamma. Ma il più saggio Teddy Bear, l'amichetto del cuore, giocattolo old style, replica scettico: "Non credo che sia tanto tempo". Qui si è creata invece una macchina che costringe invece che alla guerra difensiva e all'odio, all'amore eterno. Eppure cattivo, postumano questo David irriducibile, prototipo della vil razza pagana, capace di distruggere tutti i suoi simili, perché il suo problema non sopporta dettagli, copie, doppi. Ma anche l'arte, la religione e i film-cult, persino nell'epoca del riproducibile e del no-aura, esigono amore assoluto. Così, nella seconda ora del film, la più ludica, David s'illumina di immenso. Sia nella Flash Fair delle atrocità spettacolari, che sono un inno alla Corman Factory, che nella Rouge City-Città dei balocchi adulti inventata dall'artista concettuale Chris Baker. E grazie a Jude Law l'amichetto "love mecha", una macchina del sesso programmata per regalare il piacere agli umani proprio come la canzone di Irving Berlin, interpretata da Fred Astaire che il suo corpo amplifica dopo un semplice schioccar del collo. E David gli afferra la mano e se lo porta dietro facendogli fare la guida e il pilota fino alla quinta mezz’ora finale, irraccontabile, ma che contiene le scene di più intensa emozione per chi vede il film dopo l'11 settembre e ritrova sul grande schermo troppe anticipazioni da brivido. E' vero, le Twins semisepolte dall'oceano per lo scioglimento del Polo a causa del buco d'ozono e per colpa dei due Bush che pensavano a altro (al traffico di droga? Alle azioni in Svizzera?) ci sono ancora e svettano in A.I.. Ma un rudere di grattacielo sommerso inquadrato poco dopo è proprio identico a quel che resta, nel campo medio Cnn, della torre accartocciatasi. E quando David decide di ricordarci cos'è il dolore di un bambino senza speranza, e si immerge nella scena finale del rosselliniano Germania anno zero ecco che quel volare dal grattacielo ricorda quei terribili suicidi nel vuoto niente affatto fiction. E che dire di Spielberg carogna che inserisce il suo logo Dreamworks, la luna la canna e il pupo un po' ovunque nel film? |
| Sette (10/11/2001) Claudio Carabba Nella stanza inondata di luce, David, il piccolo robot che voleva essere un bambino, veglia il dolce sonno della mamma adorata, ritrovata dopo duemila anni di solitudine, passati a occhi sbarrati giù, nel fondo freddo dell'Oceano. Ma il tempo della serenità é limitato a poche ore. Felicità è aggrapparsi a ciò che resta del giorno... Altro che zucchero e miele. Spielberg chiude A.I., magnifico film-labirinto sull'arido egoismo degli uomini umani e l'ansia delle macchine intelligenti, con un tuffo in quella camera bianca, ai confini dello spazio e dell'eternità, in cui Kubrick faceva naufragare l'astronauta della sua Odissea (2001). Partito da uno dei progetti incompiuti del genio Stanley, Spielberg rende omaggio al maestro scomparso, ma si inventa un percorso tutto suo. In un futuro forse prossimo la Terra è sconvolta da un progresso mal controllato. Le risorse naturali stanno scomparendo, le acque hanno coperto metà pianeta. Su questo scenario tragico si compie il viaggio di David (lo straordinario Haley Joel Osment) il burattino meccanico che scopre il peso dell'anima e il bisogno dell'amore. Scacciato dalla famiglia che l'aveva adottato, inseguito dal suo Creatore (il malinconico William Hurt), il bambino artificiale cammina insieme a un orsacchiotto di stoffa e a Gigolò Joe (Jude Law) cyber-seduttore cantabile, in cerca della felicità o almeno della liberazione. La fuga è impossibile: dalla fabbrica degli orrori al paese dei balocchi spezzati, dal buio degli abissi sino all'abbagliante luccichio della morte, non ci sarà via di scampo. Al massimo dell'ispirazione Spielberg apre i cassetti della memoria e fa danzare i suoi fantasmi del cuore: Collodi e Disney, Pinocchio e Bambi, Asimov e Dick, i dinosauri di Jurassic Park e i nazisti di Schindler's List, la spiaggia insanguinata del soldato Ryan e il mito di Atlantide. Così il più grande visionario dei nostri giorni rinnova il suo tema capitale, la sfida fra l'Uomo e la Natura, fra la Storia e il Destino. Triste e solo, accanto al corpo della mamma addormentata per sempre, David vorrebbe finalmente trovare pace e chiudere gli occhi. Sopravvivere fra i morti, attraverso i secoli, è un faticoso dolore. Senza futuro forse sentirebbe meglio i fremiti del breve passato perduto. |