Lontano
la Repubblica (6/24/2002)
Roberto Nepoti

Serge, un camionista silenzioso che si trova male nella propria vita, percorre continuamente il tragitto fra Parigi e il Marocco. Prossimo a cadere nella trappola del traffico di stupefacenti, l'uomo trascorre tre giorni a Tangeri nel tentativo di riconquistare Sarah, la donna che ama e che non lo vuole più. Altri personaggi sono a un bivio: Sarah, combattiva ventenne che ha appena perduto la madre e ne dovrebbe gestire la pensione; Said, il migliore amico di Serge, il cui sogno è riuscire a entrare in Europa. Circonda i tre personaggi centrali di Lontano un piccolo popolo composto da omosessuali britannici, single incinte, cineasti e altri abitanti assortiti di una specie di terra di nessuno, dove tutti sembrano in transito. È proprio questo senso di precarietà la caratteristica migliore del film di Téchiné, dove Tangeri si allarga a emblema di un mondo fluttuante come quello in cui abitiamo oggi, pieno di partenze senza meta precisa e di ritorni soltanto temporanei. Girato in video con attrezzature leggere, il film fa centro sulla città, che il regista sembra conoscere fino nei recessi più segreti e che configura come l'ambiente più propizio agli smottamenti del destino. La struttura drammaturgica è volutamente debole (unica variante un viaggio a rischio del protagonista, che ha accettato di trasportare sul camion un carico di hashish), così come alla deriva sono tutti i personaggi. Non è tuttavia un progetto di piccole ambizioni quello di Téchiné; solo che egli, questa volta, è meno interessato ai fatti, agli eventi da narrare che alla creazione di un'atmosfera topografico-esistenziale, del resto molto ben riuscita. Un po' deludente, invece, la scelta del finale più volontaristico che motivato.
La Stampa (6/22/2002)
Lietta Tornabuoni

A Tangeri, nella luce nitida e commovente delle città di mare, nel luogo letterario degli ultimi insabbiati europei dell´eros gay che si mescolano a ragazzi arabi decisi a emigrare in Europa, si parla francese, arabo, spagnolo, inglese, ebraico, nigeriano. A Tangeri s´incontrano: un camionista francese che viaggia dalla Francia al Marocco con carichi di stoffe, di indumenti confezionati, a volte di droga; la sua amante, ragazza ebrea marocchina che gestisce un piccolo albergo ambiguo se non losco di proprietà della sua famiglia, incerta se restare o raggiungere il fratello in Canada; un ragazzo arabo che corre veloce per la città in bicicletta e che vuole andarsene di lì. Tre personaggi, tre giorni, grandi decisioni, occasioni perdute, suggestioni antiquate: l´amore-passione turbolento e insicuro, il porto nordafricano vitale e inerte, i paesaggi desertici attraversati da camion polverosi, gli usi arabi ed abraici, il boanco e l´azzurro, l´aria limpida. A quasi sessant´anni André Téchiné dirige un film interessante e bello: lo stile evoca certi film degli Anni Trenta (Jean Gabin, le navi, l´esotismo più prossimo, i destini intrecciati, i lavoratori laconici) e il racconto esprime il cosmopolitismo coatto e promiscuo dei nostri anni. Passato romantico e presente realistico vanno insieme in uno strano impasto di durezza e nostalgia. Il perenne desiderio di un altrove dove essere felici, della lontananza immaginata come una bellezza perfetta, danno al film un fascino singolare. Gli attori benissimo scelti sono eloquenti, d´una naturalezza non casuale. La consistenza dei personaggi in fuga interiore, il loro nomadismo culturale e territoriale (ma anche affettivo, sociale), è rafforzata dal ritratto della città. La lavorazione in elettronica conferma i livelli di qualità dell´immagine a cui può arrivare, e Téchiné si conferma un autore nel sottrarsi alla routine intimista e accademica che spesso limita il cinema francese.
Il Giorno (6/21/2002)
Silvio Danese

Amicizia, amore e meticciato a Tangeri, dove l'Occidente sconfina perdendo tracce e l'altro mondo non è ancora puro, in una storia programmaticamente intensa, interiore e rivelatrice. Un camionista francese che accetta di trasportare droga dal Marocco, spera di risolvere l'amore per una ragazza araba, indipendente e altera, forse il personaggio più riuscito. Un ragazzo insoddisfatto cerca di sfruttare il viaggio del camionista per lasciare definitivamente il paese, ma l'amicizia che li lega non basta. Techiné, che ha gusto per l'ambiguità e per l'inesprimibile disagio della vita ("L'età acerba") è anche un cineasta a rischio di estetismo. Qui è difficile stabilire una proporzione tra stile e stilismo, tra i quali si muove questo film sulla "lontananza" come effetto di una sfumata inappartenza dei protagonisti al loro mondo. A questa "tranche de vie" di un amore e di una vita in trasferta mancano approfondimento e calore, nonostante il fascino fotogenico di una geografia che cerca una sorta di spiritualità cinematografica. Viene dal concorso della Mostra di Venezia 2001.
Film TV (6/25/2002)
Emiliano Morreale

A Tangeri incontra l'amante Sarah, che potrebbe lasciare il Marocco per sempre, e l'amico Said che vorrebbe fuggire aiutato da Serge. A queste vicende si intrecciano quelle della datrice di lavoro di Serge, e del suo entourage di borghesi cosmopoliti che guardano la città da lontano. Téchiné vuole narrare tempi migranti e globalizzati con uno sguardo disponibile, uno stile a ridosso degli eventi e della loro casualità (straordinario l'uso del digitale). Concentra la vicenda in tre giorni, schiacciando i suoi personaggi su un'urgenza di fuga, di transito, lontano non si sa da dove (come, per via di mare, ha narrato il nostro Marra in "Tornando a casa"). Dà l'impressione della presa diretta, ma più ancora della simultaneità: non conta la storia ma le geografie, geografie per giunta in cui orientarsi senza bussole o mappe. Tangeri e la Francia sono solo luoghi da attraversare, il paesaggio é fatto di posteggi, strade, dogane, stazioni di servizio. Il progetto é coraggioso, la consapevolezza stilistica assoluta, l'amore per i personaggi sincero, i modelli altissimi ("Il fiume" di Renoir, citato esplicitamente). Ma se Renoir rischiava consapevole la deriva lasciandosi davvero pervadere dal mondo, Téchiné non rinuncia mai a un certo intellettualismo e paradossalmente, mentre cerca l'opera aperta, rischia il teorema. Non tutti gli elementi dell'affresco sono ugualmente a fuoco: ad esempio, la parentesi con gli intellettuali in turismo permanente risulta alla fine dispersiva. La strada però era giusta; Tèchinè giunto alla piena maturità ha alzato il tiro, si è messo in gioco e ci ha offerto un lavoro importante, arrivando a un passo dal fare un grande film, su un Mediterraneo che é snodo storico e geografico, ma anche metafora comprensiva del nostro presente. A Tangeri incontra l'amante Sarah, che potrebbe lasciare il Marocco per sempre, e l'amico Said che vorrebbe fuggire aiutato da Serge. A queste vicende si intrecciano quelle della datrice di lavoro di Serge, e del suo entourage di borghesi cosmopoliti che guardano la città da lontano. Téchiné vuole narrare tempi migranti e globalizzati con uno sguardo disponibile, uno stile a ridosso degli eventi e della loro casualità (straordinario l'uso del digitale). Concentra la vicenda in tre giorni, schiacciando i suoi personaggi su un'urgenza di fuga, di transito, lontano non si sa da dove (come, per via di mare, ha narrato il nostro Marra in "Tornando a casa"). Dà l'impressione della presa diretta, ma più ancora della simultaneità: non conta la storia ma le geografie, geografie per giunta in cui orientarsi senza bussole o mappe. Tangeri e la Francia sono solo luoghi da attraversare, il paesaggio é fatto di posteggi, strade, dogane, stazioni di servizio. Il progetto é coraggioso, la consapevolezza stilistica assoluta, l'amore per i personaggi sincero, i modelli altissimi ("Il fiume" di Renoir, citato esplicitamente). Ma se Renoir rischiava consapevole la deriva lasciandosi davvero pervadere dal mondo, Téchiné non rinuncia mai a un certo intellettualismo e paradossalmente, mentre cerca l'opera aperta, rischia il teorema. Non tutti gli elementi dell'affresco sono ugualmente a fuoco: ad esempio, la parentesi con gli intellettuali in turismo permanente risulta alla fine dispersiva. La strada però era giusta; Tèchinè giunto alla piena maturità ha alzato il tiro, si è messo in gioco e ci ha offerto un lavoro importante, arrivando a un passo dal fare un grande film, su un Mediterraneo che é snodo storico e geografico, ma anche metafora comprensiva del nostro presente.
Duel (7/1/2002)
Carlo Chatrian

Sulle differenze tra viaggio (partire e poi tornare) ed esilio (partire per non tornare, si gioca i racconto dell'ultimo film di André Téchiné, il suo primo girato in digitale. La partenza, tema forte di tutta la filmografia del regista francese, si fa qui nucleo tematico e insieme ragione della strategia di rappresentazione. Tutti i personaggi sono divisi al loro interno. Una parte di loro é qui, nell'immagine, insieme al corpo, a solcare questa terra d'Africa, calda e seducente nei colori, di volta in volta terra madre e terra da esplorare; e un'altra parte é già lontana, oltre il mare, nel fuoricampo del viaggio e dell'ignoto. Invece che distinguere tra concretezza del rappresentato e seduzione dell'invisibile, Téchiné mescola le carte: spesso ciò che é in campo raffigura i desideri dell'uno e racconta le paure dell'altro. Spesso evasioni e vincoli fanno tutt'uno, si mescolano in un visivo che privilegia il disordine come spazio metaforico. In questo progetto l'impiego del numerico si rivela centrale: la sgranatura della piccola macchina digitale, soprattutto nei campi lunghi, accentua la prospettiva immateriale e al tempo stesso la freschezza di una troupe ridotta, capace di cogliere il sapore di una vita che circola intorno ai personaggi, dà profondità alla visione. In fondo ciò che é più affascinante nei film di Téchiné non é la trama (continua variazione su un grande tema/tragedia che é l'abbandono), ma le emozioni che la condiscono. Non sono i personaggi ma ció che sta loro attorno. Abbandonando ogni ipotesi psicologica, riprendendo il triangolo sentimentale dall'esterno, attraverso i gesti, spesso contraddittori, dei protagonisti, attraverso i loro volti così difficili da penetrare, Téchiné mette in campo una drammaturgia convincente. In questo pugno di giovani, spesso fuori fuoco, incerti su dove posizionarsi ma sempre cosi sicuri nel prendere posto di fronte al prossimo in termini di conflitto, é un paese intero che si ritrova. Un paese senza patria, sradicato nell'anima prima che nei corpi. I volti di Serge, Sarah e Said sono fratelli: simili nei tratti e nelle espressioni, tutti e tre figli senza padri, vagabondi e compagni di strada. Lontano mostra che la relazione amorosa per Téchiné avviene tra omologhi e per questo, forse, è destinata al fallimento. l fratelli crescono, prendono posizione nel mondo e così facendo inevitabilmente si distaccano. Il cinema, però, arriva prima della partenza. Il cinema ha la possibilità di avvicinare quel momento fantastico in cui i corpi ancora sono vicini a ricostituire quel nido familiare altrimenti perduto.