Luna rossa
la Repubblica (10/14/2001)
Roberto Nepoti

Presentato in concorso a Venezia, dove ha scontato l'ingiusta sorte festivaliera di essere messo in ombra da titoli meno interessanti, Luna rossa di Antonio Capuano è un film con alcuni difetti, ma anche ricco di pregi: più robusto, coraggioso e personale di quasi tutta la produzione italiana corrente. L'idea di raccontare la storia di una famiglia mafiosa in forma di mito non è ovviamente inedita: se Coppola, col "Padrino", aveva scelto il melodramma, Capuano chiede aiuto alla tragedia - e in particolare alla storia degli Atridi - chiamando senza esitazione Oreste il giovane pentito che narra, in cornice, le vicende della stirpe dei Cammararo e introducendo perfino una sequenza onirica dove il ragazzo si aggira tra le rovine di Paestum. Più che a Coppola lo stile della messa in scena, claustrofobico e oppressivo, rimanda al migliore Abel Ferrara, quello di "Fratelli"; anche per il modo in cui Capuano sceglie di risolvere l'azione quasi interamente in interni, nella residenza blindata della famiglia camorrista dove esplodono feroci i conflitti e si consumano le più crudeli trame di sangue. Tra innumerevoli omicidi, incesti e tradimenti, la spietata legge della camorra è messa in scena con un talento visivo e sintattico notevolissimo, spezzando l'azione in brevi sequenze che s'inseguono lungo un montaggio particolarmente teso e nervoso. Ciò che si può rimproverare al film (oltreché, dal punto di vista etico, un romanticismo eccessivo per l'argomento) è la lunghezza: dopo una splendida prima parte, nella seconda gli avvenimenti si affollano fino a produrre una sorta di saturazione. Grandiose le interpretazioni di Toni Servillo, Licia Maglietta, Antonino Iuorio, Carlo Cecchi.
Il Giorno (10/19/2001)
Silvio Danese

La caduta degli dei, ma nell'empireo della malavita assassina napoletana. La lugubre atmosfera di Capuano ricorda anche Visconti. Si fatica a dimenticare lo stile ossessivo e cimiteriale della famiglia Cammararo, chiusa in una villa bunker e sorretta dal potere del delitto camorristico, del parenticidio di successione e dell'incesto paranoico. Capuano ha eliminato dal visibile le azioni criminali, il sangue, l'operativa delinquenza quotidiana della famiglia, quel materiale televisivo della cronaca che degenera in fiction. Si è concentrato sulla casa buia ("il nido marcio dove noi uccellini nascevamo con le penne bagnate di sangue"), la teoria del dominio parentale, i volti, le bocche, i silenzi e la fosca invisibilità dell'esterno, della città, degli altri, tutti comunque nemici. La geometria oscura della disfatta pesa a volte sulla fruibilità del film. In un fosco mondo elisabettiano, ma di riconoscibile realtà di cronaca, il cast è centrato a metà: funzionano Licia Maglietta in rosso e nero anche negli occhi, Toni Servillo capofamiglia uscente e Italo Celoro, il patriarca. Non c'entrano Carlo Cecchi, Antonino Iuorio e il giovanotto Domenico Balsamo che fa Oreste. Ma è da vedere.
Film TV (10/24/2001)
Mauro Gervasini

Sentivano una canzone, "Luna Rossa", una canzone sul tradimento, dice la matrona di casa Cammarano. Il tradimento e la vendetta, Eschilo (ma anche Shakespeare) e la camorra. Antonio Capuano rilegge l'Orestiade, blinda i personaggi in una casa, ne fa esplodere gli inevitabili conflitti seguendo abbastanza fedelmente la struttura del testo classico. Oreste se ne va dalla famiglia per sette anni mentre i coniugi si scannano tra loro, mettendo in atto trame di sangue. Poi torna e conclude il lavoro nel più feroce dei modi. Mèlo e noir, mafia e tragedia: sono binomi a cui il cinema (italo) americano ci ha abituato da tempo. Ma sminuire "Luna Rossa" perché c'è già stato Abel Ferrara non ha senso, sarebbe come dire che Jean-Claude Izzo è uno scrittore minore perché secoli fa c'era Omero. In realtà questo è il cinema (italiano) che abbiamo sognato per anni: denso e massimalista. Ottimo il lavoro di sperimentazione sulla recitazione e il linguaggio (dal napoletano dei bassi fondi a una forma più aulica). Ottima tutta la prima parte sospesa tra la claustrofobia dei luoghi, l'oppressione della macchina da presa e la drammaturgia di una storia potente. Interpreti da urlo.