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| La leggenda di Bagger Vance |
| la Repubblica (3/19/2001) Roberto Nepoti Nuovo adattamento letterario (dalle pagine di Steven Pressfield) per un film in perfetto «stile Redford»: da una parte, La leggenda di Bagger Vance mette in scena in modo classico una storia romanzesca (vedi altri due titoli precedenti della filmografia redfordiana come "In mezzo scorre il fiume" e "L'uomo che sussurrava ai cavalli"); dall'altra utilizza lo sport quale metafora, in chiave mitica, per arrivare a conclusioni più impegnative (da confrontare con "Il migliore", anch'esso tratto dalla letteratura, il romanzo omonimo di Bernard Malamud, e altri film in cui Robert Redford era solo attore). La storia dell'atleta in cerca di redenzione riguarda, questa volta, Rannulph Junuh (Matt Damon), ragazzo prodigio del golf originario di Savannah, Georgia. Avvezzo a ottenere i migliori risultati col minimo sforzo, il giovane torna completamente trasformato dal fronte della prima guerra mondiale: la terribile esperienza gli ha fatto perdere contemporaneamente l'entusiasmo, lo «swing» per il gioco e la fiducia in se stesso. Attaccato alla bottiglia, Rannulph rischia una brutta fine; per fortuna che due angeli custodi vegliano su di lui. Uno è un angelo biondo: ha le fattezze del suo amore d'anteguerra, Adele (l'ex modella passata al cinema Charlize Theron), che, in onore del padre, vuole rilanciare il locale club di golf e invita a partecipare a un torneo due dei più grandi golfisti del mondo, Bobby Jones e Walter Hagen. Naturalmente vorrebbe sul tappeto verde anche l'eroe del golf locale; però Rannulph Junuh, perso nelle sue difficoltà di reduce di guerra, non è per nulla interessato alla competizione che gli viene offerta. Finché la sua strada incrocia quella di un angelo nero: lo strano "caddy" (il ragazzo che porta la borsa delle mazze ai giocatori di golf) Bagger Vance, che gli appare una sera, gli somministra gli aforismi giusti al momento giusto e si prende il compito di riabilitarlo e riadattarlo nuovamente alla vita, alla maniera di ObiWanKenobi quando addestrava Luke Skywalker da cavaliere Jedi nella trilogia di "Guerre stellari". Come nei due film di Redford già citati, l'attore/regista si avvantaggia al meglio di paesaggi suggestivi (Redford è uno dei pochi cineasti con una benefica predilezione per gli «esterni»), ben fotografati da Michael Ballhaus, e ricrea un piccolo mondo antico un po' realistico un po' stilizzato a misura del grande schermo. La regia, sobria e a larga scala, fa un uso oculato delle immagini d'insieme e dei piani americani. A livello la direzione delle giovani star: da Matt Damon, ormai protagonista fisso dei romanzi di formazione per lo schermo (da "Will Hunting" al "Talento di Mr. Ripley), a Charlize Theron, nella parte di una radiosa bellezza del Sud; a Will Smith, che recita il suo ruolo di angelo custode adottando un tono di insolito (per lui) "understatement". |
| Corriere della Sera (3/17/2001) Tullio Kezich Se si parla di cinema e letteratura, ovvero di film tratti da romanzi, quasi sempre si finisce per dire che i libro è meglio. Però, quando è in gioco la narrativa di intrattenimento, come nel caso di «La leggenda di Bagger Vance» di Steven Pressfield (Rizzoli), il discorso si può rovesciare. Rispetto alla pagina, il film di Robert Redford possiede certamente uno stile più nitido e definito. Ambientato con molta cura a Savannah (Georgia) nei primissimi anni '30 (il cartellone di un cinema annuncia «Nemico pubblico» con James Cagney) la storia è quella di Junuh, un ex campione di golf che si è ritirato per lo choc subìto nelle trincee della prima guerra. E Adele, figlia di un imprenditore suicida causa fallimento, a indurre Junuh a partecipare a un torneo di rilancio nell'immenso campo di Krewe Island ereditato dal padre (nel libro non c'è l'implicazione sentimentale fra il golfista e l'ereditiera). A fianco del campione spunta in veste di caddy il nero Bagger Vance, un indefinibile personaggio mezzo filosofo e mezzo profeta che lo aiuterà a raccogliere la sfida di due pericolosi rivali. Sull'estensione di 127 minuti (troppi), Redford riesce a trasformare il libro, che qualcuno ha definito un «fantasy» filosofico in forma di trattato sulla strategia golfistica, in un racconto avvincente e a farne pesare meno la fasulla componente misteriosofica. La fotografia di Michael Ballhaus, pur concedendosi qualcuna di quelle bellurie che gli americani bollano come «arty», contribuisce alle attrattive della pellicola. Matt Damon nei panni di Junuh si conferma il buon attore che conosciamo, Charlize Theron è bellissima, Will Smith nella parte del caddy magico se la ride un po' troppo; e invece sono perfetti i due contendenti, il biondo Joel Gretsch e il duro Lane Smith, i quali riescono a dare il senso di uno sport che lega i partecipanti anziché dividerli, la nota più originale del film. La cornice è il racconto del vispo ragazzino Hardy (J.Michael Moncrief) diventato da vecchio Jack Lemmon in una partecipazione per onor di firma. Gradevole anche se un po' alla vecchia maniera, adatto a chi va al inema in cerca di svago, negli Usa «The Legend of Bagger Vance» ha incassato poco. Che l'ultrasessantenne Redford cominci a rivelare la sua appartenenza a un'altra epoca del cinema? |
| La Stampa (3/19/2001) Alessandra Levantesi Un titolo come La leggenda di Bagger Vance evoca l'atmosfera di una vecchia ballata. Infatti il film di Robert Redford, più che il romanzo di Steven Pressfield (Rizzoli) a cui si ispira, ha una cadenza di altri tempi che l'ha penalizzato al botteghino americano. 35 milioni di dollari, nonostante la presenza di due star come Matt Damon, nel ruolo del giocatore di golf Junuh (che Redford stesso da giovane avrebbe assunto), e Will Smith in quello del misterioso Bagger Vance che lo aiuta a recuperare il suo swing. Nel linguaggio del golf il termine (lo ricaviamo dal glossario in appendice al libro) indica «il movimento rotatorio che il giocatore compie con il bastone per colpire la palla), ma è chiaro che il giovane Junuh per ritrovare il suo swing deve innanzitutto ritrovare il suo ritmo interiore. Siamo a Savannah, nel 1931, in piena Depressione dove la bella ex miliardaria Adele (Charlize Theron), per promuovere il grande complesso alberghiero con campo da golf annesso lasciatole dal padre suicida per debiti, ha l'idea di istituire una gara (premio 10 mila dollari) fra i due più famosi campioni americani: tuttavia per far passare la proposta il consiglio cittadino impone che al torneo partecipi anche un giocatore locale. Viene così rispolverata la figura del concittadino Junuh, che era stato una promessa del golf nella categoria dilettanti e anche il fidanzato di Adele: ma traumatizzato dall'esperienza sul fronte della grande guerra vive ormai da dieci anni come un derelitto semialcolizzato. A restituire a Junuh la fiducia in se stesso sarà Bagger Vance, un nero venuto da non si sa dove che si autonomina caddie (la persona che assiste il giocatore portandogli il sacco con le mazze) e dopo averlo «illuminato» ritorna nel nulla. Revocata in flashback da un anziano giocatore colpito da infarto (un cammeo di Jack Lemmon), che essendo allora un bambino (il delizioso J. Michael Moncrief) ebbe nella vicenda una parte importante di secondo caddie e di testimone, la vicenda è svolta con grazia sulla base di un'equilibrata sceneggiatura di Jeremy Leven, filtrata teneramente dalla fotografia di Michael Ballhaus e ben interpretata. Ma questo è un film che richiede uno spettatore disposto a sintonizzarsi sulla sua delicatezza lieve. |
| Film TV (3/28/2001) Alberto Crespi Will Smith che fa il caddie (quello che nel golf porta le mazze) potrebbe sembrare un omaggio a Tiger Woods, primo campionissimo non bianco nella storia di quello sport. La coincidenza magari aiuterà "La leggenda di Bagger Vance" al botteghino, ma non è il motivo che ha spinto Redford a girare il film. Il divo si conferma regista anomalo e curioso: dopo aver scandagliato la psiche della borghesia in "Gente comune", ha cominciato a mettere in scena i miti portanti della cultura Usa con uno stile vicino al realismo magico. In "Bagger Vance" c'è un po' Frank Capra e un po' "Lo Zen e il tiro con l'arco". ll golf diventa lotta per la sopravvivenza: Matt Damon, ex giocatore segnato dalle ferite della guerra, deve ritrovare il suo swing, come dire la voglia di vivere; Will Smith è la versione nera e golfista dell'angelo Clarence in "La vita è meravigliosa"; Jack Lemmon è l'uomo che anni dopo rivive la parabola nell'attimo che precede la morte. ll film è elegante, filosofico, nobilmente noioso. Chi non ama il golf rischia seriamente di addormentarsi, ma se si "entra" nella storia, il finale emoziona e commuove. E paradossalmente tutto il contesto (la città di Savannah, il personaggio di Charlize Theron) è molto meno interessante della gara. |
| Ciak (4/1/2001) Valerio Guslandi Robert Redford ritrova con questa storia, tratta da un libro di Steven Pressfield (edito da Rizzoli) uno dei temi cari al suo cinema di regista e di attore, quello della rinascita spirituale, della "seconda opportunità" che la vita ci può riservare e che non si deve lasciar scappare via. Il protagonista del film, un campione di golf sfiduciato e depresso (Matt Damon) dopo la partecipazione alla prima guerra mondiale, supererà il suo stato con l'aiuto di una specie di angelo custode (Will Smith). Racconto morale e filosofico, in cui la natura è un elemento importante almeno quanto l'uomo, e lo sport il mezzo per rigenerarsi, il film è gradevole e ben diretto, anche se un po' vecchio stile nella regia. In assoluta armonia gli interpreti, un convincente Damon, un misurato Smith e una solare Theron. |