Il sapore della vittoria
Duel (2/28/2001)
Stefania Mignoli

Remember the Titans, il titolo originale del film, sembra meglio introdurre con il suo tono epico ed enfatico allo scenario che si prospetta. Una storia vera, con tanto di partecipazione dei protagonisti reali nel corso delle riprese e ottimi interpreti nella finzione. Denzel Washington muove sicuro lungo il campo, grintoso con i suoi ragazzi come in direzione della macchina da presa. Will Patton (coach "bianco") é più statico e riflessivo, e accanto alla figlioletta dai biondi capelli diviene nel corso della storia il narratore interno dell'epica che viene costruendosi. Ma l'impronta ultima e remota dell'operazione è targata Jerry Bruckheimer, (e lo sappiamo che in America il produttore è spesso "ingegnere dell'architettura del film). Il sapore della vittoria ben si inserisce nel percorso segnato dal produttore americano nel corso degli anni, che allinea film di grande impatto. (Tre per tutti : American Gigoló, Flashdance, Top Gun). Siamo dalle parti di film di grande energia, con eroi e eroine rubati a forza dall'epica per volteggiare tra note di musica coinvolgenti e storie di grandi sfide, ovviamente riportati negli spazi della moderna metropoli o nelle mitologie inscritte nelle ombre e luci della quotidianità. La stessa energia scorre nelle vene dei moderni "Titans" che seguiamo saltellanti lungo i canoni stretti del film sportivo e ritratti da una mdp che non esita a mettere al servizio della storia una fotografia grintosa e scoppiettante di soluzioni. La morale é semplice e limpida: non senza i dovuti ammiccamenti alla retorica del vincente, ma sempre nella logica stringente dei sommersi o salvati, che fa della filosofia dell'efficienza e della disciplina interiore lo strumento privilegiato per "andare a meta" nella vita, e in particolare in quella degli umiliati e/o offesi. A questo film non si deve chiedere niente di più né di meno: spero che nessuno esca dalla sala con la voglia di interrogarsi su quanto ci sia di americano o di già visto o di già degustato in questo sapore della vittoria (basterebbe la sola pubblicità dei "Ringo" a soddisfare i tre capi imputati): Il sapore della vittoria è un concentrato di energia in una caramella dalla carta colorata e dal gusto ricco, che scivola lungo il palato, disprezzando forse gli appetiti dei più fini intenditori, scegliendo invece di deliziare per un'ora abbondante quanti chiedono al cinema una storia dai buoni sentimenti, ancor meglio se condita al ritmo dei fabulous 70. Dimenticavo: rispetto al problema "tritato" dell'integrazione razziale provate ad andare in un quartiere residenziale per bianchi a New York con un nero... Forse allo stesso modo non è inutile lasciarsi trasportare dalle immagini e dalle parole di Ain't no mountain high enough di Marvyn Gaye e Tammy Tarrel per poi sentirsi grati a chi sceglie lo spazio della sala buia, i toni epici dello sport e degli anni passati e lo splendido volto di Denzel Washington per ricordarsi/ci dell'esistenza dei Titani, che nella greca mitologia erano appunto esseri dalle forze sovrumane, unici a essere "più potenti degli dei".
Il Giorno (4/14/2001)
Silvio Danese

Il sapore della vittoria è la tolleranza? Ovvero, si vince quando un valore entra nel dominio delle società? Con buona volontà è quanto di meglio si può ricavare da un film di mediocre spirito edificante, nella tradizione americana del principio di uguaglianza razziale che va sotto la contestabile visione: siamo tutti una squadra. Ma è ancora importante, purtroppo, che un film come «Il sapore della vittoria» raggiunga platee vaste d'occidente (solo negli Stati Uniti ha raccolto al botteghino più di 250 miliardi di lire). È notizia di ieri che a Cincinnati un poliziotto bianco ha ucciso un ragazzo nero disarmato. Occorre sorvolare sulla forma: testosterone, razzismo e agonismo di cinepresa nel clima delle contraddizioni sociali nell'America anni '70, nelle prime settimane della nuova legge sull'integrazione afroamericana. Questa è l'impronta spettacolare che segue il regista Boaz Yakin, di scarso curriculum e molte ambizioni da «actioner». La storia riprende un episodio realmente accaduto. In una scuola superiore della Virginia, studenti bianchi e studenti neri vengono accorpati in un unico corso. Anche nella squadra di football, che è tra le più importanti del campionato. Cambia il coach: Bill il bianco (a cui Will Patton affida espressioni stolide esatte) deve lasciare il posto a Herman il nero (Denzel Washington che combina idealismo e accanimento militare). Prevedibili, ricercatamente didattiche, le tappe del percorso verso la solidarietà: la sollevazione dei bianchi, la simmetrica violenza dei neri, l'allenatore duro che dirime, crucifigge e istiga i boys alla comprensione. Tra la lezione di storia al cimitero di una celebre, sanguinosa battaglia della Guerra Civile e l'imposizione di convivenza nel ritiro d'allenamento (con il compito di raccontarsi la vita e conoscersi) emerge paradossalmente il mito del risultato che, nello sport, e nel pragmatismo sociale americano, unisce e innalza i cuori. Insieme per la vittoria? Spike Lee ha impiegato 20 anni e molti film per dimostrare che tolleranza e integrazione razziali non sono una partita e per sviscerare le contraddizioni, bianche e nere, dell'uguaglianza, laddove il valore non è la tolleranza ma la differenza, la completa, epidermica e psico-emotiva integrazione nella diversità. Il football americano come metafora? La metafora è così ingombrante che le squadre ci rotolano dentro. Washington domina i primi piani offerti da una regia pedissequa e marcata come il re di una tribù di schiavi. Tutti uguali, naturalmente. Tra "Ufficiale e gentiluomo" e "The program". Didattico.
Corriere della Sera (4/14/2001)
Tullio Kezich

Aveva ragione Cesare Pavese quando scrisse «l’America è il gigantesco teatro dove con maggiore franchezza che altrove viene rappresentato il dramma di tutti». Se vi pare che la vicenda dell’integrazione razziale in una squadra universitaria di football nella Virginia di trent’anni fa sia una faccenda che non ci riguarda, provate ad immaginare come saranno composte le nostre squadre giovanili fra trent’anni (o anche meno). E poiché non c’è barba di segregazionista che possa frenare questo processo ineluttabile, tanto vale sapere come sono andate (e come vanno) le cose oltreoceano in modo da non trovarci impreparati. Perché l’integrazione è una bella parola, oltre che una straordinaria prospettiva etica e sociale, ma comporta traumi, sacrifici, rinunce. A volte anche ingiustizie, come accade all’inizio di «Il sapore della vittoria» ovvero «Remember the Titans»: questo è il nome della squadra di due scuole di Alexandria, l’una bianca e l’altra nera, che vengono unificate. E in quel momento il bravo allenatore bianco Bill Yoast (lo interpreta Will Patton) deve cedere il ruolo al nero Herman Boone (Denzel Washington). Breve è l’imbarazzo di Herman, rassicurato dall’entusiasmo della gente di colore che vede nella sua nomina un’affermazione: ma subito scoppiano i risentimenti, si moltiplicano le defezioni, si profilano minacce. E i bianchi della squadra sembrano risoluti a non voler viaggiare sugli stessi pullman dei neri e a evitare ogni altro tipo di commistione. Gli stessi Boone e Yoast (sono personaggi veri, ancora vivi e ormai amici) stentano a trovare un accordo; ma è il nero che riesce a imporre ai suoi ragazzi, e tramite il loro gioco vincente a tutta la comunità senza distinzioni, l’unico obiettivo valido in campo sportivo: battere gli avversari. Concedendosi un solo momento ideologico, quando in una corsa notturna attraverso i boschi Boone porta la squadra sul campo di battaglia di Gettysburgh e in un fervorino ne rivendica il significato. Tirato in velocità ed efficacemente interpretato, «Il sapore della vittoria» è un film nello stesso tempo serio e traboccante di concessioni al romanzesco: donde stridori, rime baciate e sbocchi prevedibili. Ma il gran fiume del cinema-cinema trascina tutto con sé, come avveniva ai bei tempi, e rimane il senso di una lezione di democrazia appresa senza mai la sensazione di assistere a un comizio elettorale.
La Stampa (4/13/2001)
Alessandra Levantesi

Se incarnando Malcolm X e il pugile «The Hurricane», al divo nero Denzel Washington non era riuscito di mobilitare (almeno a giudicare dai risultati del botteghino) le platee dei fratelli di colore, con il personaggio dell’allenatore di football (il rugby americano) Herman Boone ha fatto centro: «Il sapore della vittoria» ha infatti incassato in patria la bellezza di 120 milioni di dollari. Vero è che qualcuno ha arricciato il naso perché la storia, ispirata a fatti reali, è raccontata con un certo schematismo: ma, pur nella sua ovvietà, la sceneggiatura di Gregory Allen Howard scorre con buon equilibrio sul doppio binario del dramma sportivo e del film di impegno civile; e il regista indipendente Boaz Yakin, per la prima volta alle prese con un budget da grande studio, ha saputo imprimere alla pellicola un bel ritmo. Inoltre non fa male ricordare che ancora trent’anni fa uno Stato come la Virginia stentava ad accettare l’idea di un’integrazione fra neri e bianchi. Nel 1971 nella cittadina di Alexandria, in sintonia con la decisione del provveditorato di unire in un solo liceo studenti di colore e no, il ruolo di coach di football della scuola viene affidato al nero Boone. Il che sulle prime provoca la comprensibile reazione del bravo allenatore bianco Yoast (Will Patton), declassato a rango di vice; e degli studenti di entrambe le razze divisi dalla barriera invisibile dell’odio. Tuttavia con la sua integrità, il suo coraggio morale e il suo ispirato rigore, Boone riesce a instillare lo spirito di squadra nei ragazzi, facendo cadere ogni pregiudizio e creando, con la collaborazione del probo Yoast, un team vincente che diventerà di esempio a tutta la cittadinanza. La scena chiave è quando Boone, durante il ritiro improntato a una disciplina da marines, porta i ragazzi nel cimitero che sorge sul luogo della battaglia di Gettysburg, rievocando l’orrore della guerra civile. Il tutto potrebbe risultare un po’ retorico, se non fosse che l’attore è forte e carismatico e l’argomento da meditare.
la Repubblica (4/14/2001)
Roberto Nepoti

Nuovi problemi d'integrazione razziale per Denzel Washington, questa volta ambientati in Virginia all'inizio degli anni ‘70. Mentre il movimento dei diritti civili si batte per le scuole interrazziali, Herman Boone è chiamato a fare da allenatore alla squadra liceale di football americano dei Titans. La scelta suscita le ire del coach uscente, Bill Yoast (Will Patton); ma neppure i giovani atleti dalla pelle bianca sono entusiasti e i pregiudizi delle loro famiglie e fidanzate non contribuiscono a migliorare la situazione. La conquista più difficile la più importante sarà l'integrazione nella stessa équipe di giocatori neri e giocatori bianchi. Il sapore della vittoria è il primo film "col messaggio" del produttore Jerry Bruckheimer, che pareva consacrato ai kolossal d'azione come Con Air o Armageddon. Pur sostituendo gli affetti agli effetti speciali, però, Bruckheimer resta ancorato a uno stile di produzione parecchio convenzionale, che alterna scene d'interesse umano con numerose e ripetitive sequenze sul campo di gioco, montate a piani brevi e poco comprensibili per un pubblico non americano. Tutto il film, in effetti, è americano fino al midollo: nel soggetto, ispirato alle vicende autentiche di un allenatore sportivo; nel particolare tipo di sport, uno dei pilastri ideologici della nazione; nel modo ingenuo di trattare i risvolti più problematici del soggetto (la competizione sportiva unisce quelli che giocano dalla stessa parte, che diamine!). Però ci sono anche cose buone. La colonna sonora rhythm'n'blues, ad esempio. Alcuni dettagli d'atmosfera. Ma soprattutto la presenza della star Denzel, fisicamente perfetto per qualsiasi parte interpreti e dotato di una forza di persuasione tale da rendere interessanti, quanto basta, anche le sue scelte meno originali.
Film TV (4/18/2001)
Enrico Magrelli

Nel 1971, ad Alexandria, Virginia, il dipartimento scolastico decide di accorpare due licei frequentati, separatamente, da studenti bianchi e da neri. La piena integrazione e la tolleranza razziale sono due obbiettivi lontani e contraddittori. Le differenze e soprattutto, le presunte differenze sono laceranti. Investono abitudini, scelte musicali, schemi familiari, illusioni, gergo. L'armonia è come una partita difficile, ostica, brutale e non ha una arbitraggio sereno, non ha tempi o un fischio di chiusura. E' un campionato che non finisce mai "Il sapore della vittoria" racconta la storia vera di una squadra mista di football, i Titans, che, grazie allo sport e a un allenatore leggendario, Herman Boone (Denzel Washington), trionfa in una stagione da non dimenticare e vive, dopo contrasti, tensioni e ostilità (illustrate con un crescendo senza complessi), una parentesi in cui i diritti civili si realizzano nello spogliatoio, durante gli allenamenti, nel tempo libero. Retorica e convenzionale, nella tradizione dei film sullo sport, la sceneggiatura è scritta e pensando a un " Rocky" collettivo e a "Colpo vincente". Lo spunto storico e il tema nobilitano a vigorosa messa in scena e la buona interpretazione del protagonista.
Ciak (5/1/2001)
Pietro Calderoni

Un bel film che coniuga lo sport (in questo caso il football americano) con l'impegno civile. Ispirato ad una storia vera, racconta la vicenda di un allenatore di colore Denzel Washington che, in virtù di una nuova legge antirazziale, viene inviato a guidare la squadra dell'università di Alexandria, in Virginia, fino ad allora in mano ad un coach bianco. E provocando la reazione di tutta la cittadina, Washington, osteggiato da tutti, alla fine riuscirà a far crollare le barriere razziali prima dentro la squadra (e a far nascere grandi amicizie) e poi nella comunità cittadina. L'incredibile vicenda (se si pensa che è ambientata nel 1971!) è girata con pathos ed efficacia da Boaz Yakin. Il film, solo a tratti smielato, ha momenti commoventi ed emozionanti. E può contare su una colonna sonora, assai suggestiva, con tutti i successi in voga negli anni settanta.