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| Frequency - Il futuro è in ascolto |
| la Repubblica (11/12/2000) Roberto Nepoti Fra tutti i temi forti del cinema fantastico, quello del paradosso temporale è sempre stato uno dei più appassionanti. Non ci vuole molto a capire il perché: chi non vorrebbe cambiare qualcosa del passato? chi non vorrebbe ritrovare le persone care, che non ci sono più? Sul tema del viaggio del tempo, Frequency - Il futuro è in ascolto di Gregory Hoblit si articola come un originale caso di mélopoliziescofantastico, e con risultati parecchio coinvolgenti. Figlio di un eroico pompiere (Dennis Quaid) perito in un incendio trent'anni prima, John (Jim Caviezel) ritrova il vecchio equipaggiamento da radioamatore di papà e rientra in contatto con lui attraverso le epoche. Il giovanotto si applica a modificare il passato per salvare la vita del genitore; ma, così facendo, cambia anche il presente provocando una quantità di guai. Frattanto, nella sua mente cominciano a coesistere due categorie di ricordi, inevitabilmente contraddittori e che rischiano di metterlo in confusione. Bisogna aggiungere che John è un poliziotto e, al momento (questa è la parte meno originale del tutto), si trova impegnato nella caccia al solito serialkiller. Frequency non è il tipo di film che ti coinvolge sul piano razionale, ma su quello emotivo. Prendendolo così i momenti emozionanti non mancano: né dalla parte del melodramma, né da quella dell'intrigo poliziesco. Se la sceneggiatura di Toby Emmerich, alto funzionario della New Line, gli offre sorprese e colpi di scena, Hoblit ci mette parecchio di suo, offrendo soluzioni visive adeguate e un buon ritmo di regia. |
| Corriere della Sera (11/18/2000) Maurizio Porro Come in «Ritorno al futuro», anche in Frequency il tempo e lo spazio sono soggettivi, ostaggi di effetti speciali. Un bravo poliziotto, con una ricetrasmittente, si mette in contatto col padre pompiere morto da 30 anni. Influendo sul presente, giocano a rincorrere un ex serial killer e il film passa dal fantasy al thriller, banalizzandosi. Questo viaggio nel tempo di Hoblit, corredato di fiamme e rumori stereo, conta su una coppia viril-filiale ben assortita nel rispetto del baseball e dei miti: il sr. Dennis Quaid e lo jr. Jim Caviezel. Il problema è che, dopo un avvio affascinante, il record d’inverosimile straborda e il regista non riesce più a tirare il filo rosso e a trovare una soluzione, pur illogica. Ma c’è un certo buon uso della fantasia e del montaggio tutto in tempi alternati, mettendo in cassa un tot di emozioni subliminali, un plusvalore affettivo di famiglia che richiama al new deal, alla vita che era meravigliosa, con la curiosità di risolvere una serie di delitti postumi. La domanda inevasa è: quanto l’uomo può influire sul proprio destino? Una querelle filosofica che si affida ai trucchi americani, al divertimento sociologico, al premio per l’eroismo quotidiano, al trionfo paranormale. |
| Film TV (11/21/2000) Mauro Gervasini Anche il tempo é relativo. Scomodiamo Einstein per introdurre un tema caro alla fantascienza contemporanea: quello dell"'altroquando", ovvero della pluralità di dimensioni temporali. Che ci siano diverse forme di vita nello spazio é assai dubbio, e se fosse, perché non trovarne pure in un altro tempo? Ricorrendo alla teoria dei "quanti", che già affascinò John Carpenter, Gregory Hoblit e lo sceneggiatore Toby Emmerich costruiscono una storia stratificata: nel 1969 il pompiere Dennis 0uaid risponde alla chiamata radio di suo figlio Jim Caviezel, che vive nel 1999. E insieme cambiano il corso degli eventi, fanno morire/resuscitare la moglie/madre, braccano un serial killer altrimenti inacciuffabile, trasformano un finale da tragedia in un edificante happy end. "Frequency" ha il sapore di quei film di una volta, fantastici senza effetti speciali, con facce da B-movie, divi decaduti (Quaid), eterne promesse (Caviezel), e un gioco di squadra che rende solida e gradevole la storia. L'epilogo é stucchevole, ma ci si passa sopra. Hoblit al cinema non é mai riuscito a fare niente di eccezionale ("Schegge di paura", "Il tocco del male") ma é stato regista di serial come "Hill Street giorno e notte"(omaggiato nel film) e "NYPO", gli piace lavorare sui personaggi, con la macchina da presa ad altezza d'uomo. Tutte cose che ce lo rendono simpatico. |
| Ciak (12/1/2000) Valerio Guslandi Gregory Hoblit ci ha dato sino ad oggi un interessante legal thriller con sorpresa (Schegge di paura) e un discreto giallo demoniaco-fantastico (Il tocco dei male). Ora ci riprova con un altro thriller ancora più fantastico, visto che si immagina che, grazie ad una aurora boreale, un pompiere negli Anni 60 riesca a parlare via radio - in diretta col futuro - al proprio figlio ormai trentenne, e insieme a lui risolva un caso di omicidi e cambi il corso della loro vita familiare. Un'idea suggestiva, che viene però moltiplicata all'infinito e resa confusamente, come se il regista non sapesse bene quale finale dare alla storia. E così la tensione della vicenda gialla si disperde in varie direzioni, lasciando lo spettatore con molte perplessità. |
| Duel (1/1/2001) Silvia Colombo Perché staccare sul dettaglio di una pentola che bolle, di un telefono che viene appoggiato sul tavolo, di una bottiglia presa in mano? Perché drammatizzare le azioni più banali? Perché tragicizzare cose ininfluenti e oggetti ancora più insignificanti? Perché fare un primo piano di una pentola che versa un po' di sugo, quando questa non ha nessuna giustificazione narrativa, non ha funzioni semantiche, simboliche, figurative? Appoggiare il telefono sul tavolo é appoggiare il telefono sul tavolo. Punto. Qui si vuole evidentemente dargli un altro statuto. Appoggiare il telefono sul tavolo é dunque gesto potente, di rabbia e di angoscia esistenziale, di volontà eroiche pronte alla prestazione. Posso scomodare la categoria di immorale, per una cosa del genere? La camera traballa, si agita scomposta, si avvicina drammaticamente all'oggetto. Il montaggio affannato, gonfio di enfasi narcisistica si coccola la sua prosopopea inutile. E costruisce parabole drammatiche che si sgonfiano mollemente perché non hanno altra energia se non quella nervosa dell'autoaffermazione nevrotica. L'inquadratura come una vecchia signora carica di brillanti che si prepara al brivido dell'avventura e freme di paura e di speranza mentre nella sua immaginazione si vede preda di pirati e truci malintenzionati. Mi viene in mente un passo di Gadda, che in L'Adalgisa, scrive: "Anche la sessantaseienne gode, gode iteratamene e a lungo, al farneticare per interi pomeriggi che le verrà un giorno incontro, oh si si, certo, anche a lei, anche a lei certo, il maschio repentino e brutale...". Una macchina da presa fremente, gongolante, eccitata dall'idea della vertigine: qualcosa di sconvolgente accadrà. E invece non succede niente, se non quello che succede sempre. |