Il Mnemonista
la Repubblica (8/30/2000)
Irene Bignardi

La memoria come dannazione, confusione, distruzione di ogni gerarchia di pensiero. Perché, diciamocelo, se ricordassimo tutto - tutto quello che ci viene insegnato e detto, tutto quello che ci capita, se non selezionassimo attraverso i sentimenti, gli umori e lo stato del momento il nostro patrimonio di esperienze, se non "rimuovessimo" il carico dei nostri ricordi - la nostra testa diventerebbe, per paradosso, il territorio del caos. E non può stupire che il caso e il caos raccontati in modi fascinosi ed eccentrici da Il mnemonista di Paolo Rosa, del gruppo milanese di Studio Azzurro, e cioè la storia (vera) di un violinista russo afflitto da una incoercibile memoria, abbia già conquistato l'attenzione di Borges, che ne ha tratto spunto per un racconto di Finzioni, e di Peter Brook, che ci ha costruito sopra uno spettacolo teatrale. La storia di S, primo violino di un'orchestra, uomo disperato per la sua straordinaria memoria, è stata raccolta nel 1965 dal neuropsicologo A. Lurija in un piccolo libro (Un piccolo libro, una grande memoria, Editori Riuniti), e trova nel cinema limpido e misterioso, spoglio e immaginifico di Paolo Rosa una traduzione inconsueta, antinaturalistica, astratta, che ingloba e supera le precedenti esperienze teatrali e video del suo gruppo. S.- che si chiamava nella realtà Zeresiwski - ha il volto da clown triste del bravo Sandro Lombardi, l'uomo travolto dallo smisurato magazzino dei ricordi che non riesce più a trovare la sua musica nell'alluvione di re diesis che affollano la sua memoria, che si trasforma in un "mnemonista", esibendosi come fenomeno negli spettacoli popolari, che fugge la vita e il suo eccesso di sedimenti: mentre il professor L - un eccellente Roberto Herlitzka - cerca di dipanare il suo mistero sullo sfondo di una Mitteleuropa ricostruita in una vecchia costruzione Liberty di Milano, e la graziosissima Sonia Bergamasco incarna il suo sogno di concretezza. La ricostruzione di questo mondo, in cui si intrecciano infanzia e presente, memoria e ossessioni, quasi-onniscienza e disperazione, è condotta con rarefatta eleganza. E la favola (vera) ci dice, dell'oggi, che siamo esposti a troppo, e che rischiamo il caos dell'appiattimento.
Film TV (9/12/2000)
Fabrizio Liberti

S. è il primo violino di un'orchestra, dotato di una memoria straordinaria. Una memoria fotografica e agile, che costruisce delle storie immutabili, attraverso cui serbare i ricordi. S. così allestisce una sorta di infinito "teatro della memoria", in cui ogni ricordo, ogni parola, hanno un loro posto preciso. Tale dote prodigiosa è però invasiva, ossessiva, gli impedisce di lavorare e S. si affida all'analisi per rimuoverla. Non ottiene alcun risultato, se non quello di esporlo come un fenomeno, durante i simposi medici. S. decide così di sparire, preferendo diventare "il mnemonista", fenomeno per cabaret. Ma l'ossessione non lo abbandona e S. cerca di annullare ciò che lo circonda. Ispirato a una storia vera, descritta nel '65 dal neuropsicologo Aleksandr Lurija nel libro "Un piccolo libro di grande memoria", "Il mnemonista" crea un racconto che, nella continua frammentazione, ritrova un'intellettuale e fertile unità in un'immagine di grande seduzione, e che pare assorbire anche le atmosfere del borgesiano Ireneo Funes di "Finzioni", nella cui memoria, ogni parola detta, dura, implacabile, per sempre.