Alta fedeltà
La Stampa (7/10/2000)
Alessandra Levantesi

Il romanzo di Nick Hornby «Alta Fedeltà» da cui è tratto il film di Stephen Frears risale a soli cinque anni fa, ma parla di un mondo in via di estinzione. Il protagonista John Kusack è infatti il proprietario di un fallimentare negozio che offre una selezionatissima scelta di vecchi dischi in vinile, dove si può pescare l’introvabile della pop-music. Il problema è che gli appassionati non sono tanti e per di più John e i suoi due altrettanto fanatici commessi, l’esagitato Jack Black e l’introverso Todd Louiso, ostentano sprezzo per i clienti che non se ne intendono abbastanza, il che non aiuta ad aumentare il volume degli affari. Come l’altro romanzo di Hornby, «Febbre a 90 gradi», sulla tifoseria del calcio, «Alta Fedeltà» parla di un’ossessione maschile che rimanda ad un protratto stato adolescenziale. Dietro classifiche e compilation, Cusack nasconde la voglia di ritardare l’ingresso nella maturità: è per questo che la sua vita sentimentale non funziona? All’inizio del film lo troviamo nel momento in cui la sua ragazza Iben Hjejle fa le valigie e se ne va. Affranto, il nostro riepiloga la classifica Top Five dei suoi amori finiti male: dalla fidanzatina delle medie alla fascinosa e volitiva Catherine Zeta-Jones gli pare che tutte le donne lo abbiano lasciato. Ma, mentre dialogando direttamente con lo spettatore come faceva Michael Caine in «Alfie», tenta con ogni mezzo di riconquistare la sua bella, il protagonista scopre la verità. E cioè che non sono le donne ad abbandonarlo, è lui che non vuole impegnarsi. Scritta in spirito di alta fedeltà al libro (nonostante la trasposizione dall’Inghilterra all’America) da un quartetto di sceneggiatori fra cui lo stesso Cusack, la commedia dei sentimenti è diretta da Frears con grazia e fluidità. Bella l’ambientazione nelle zone caratteristiche della vecchia Chicago; raffinata la colonna sonora ricca di una sessantina di motivi (da Elvis Costello a Lou Reed, da Elton John a Marvin Gaye); ottimo il cast in cui spiccano Cusack nella sua migliore interpretazione ad oggi e la danese Hjejle, già apprezzata in «Mifune».
Il Giorno (7/8/2000)
Silvio Danese

Le mille luci di Chicago, ma senza la feroce lucidità metropolitana di McInerny. Come sia finito in questa trappoletta il regista di "My beautiful laundrette" e "Le relazioni pericolose", è un mistero. Alla base di queste "confessioni amorose di un trentenne post rivoluzione sessuale", c'è il romanzetto omonimo di Nick Hornbey, best-seller che la Touchstone-Buena Vista ha voluto trasferire al cinema, e a cui Stephen Frears è rimasto pressoché fedele: a partire dal montaggio a incastri e flashback che, pilotato dal protagonista, è una scorribanda maschile nel rapporto con le donne, tra peripezie e i fallimenti sentimentali. Sono almeno due i problemi: John Cusack non è Woody Allen e, volendo incarnare un tipo medio, dimentica che la "prima persona" narrante al cinema è sempre subordinata all'interesse reale che si riesce a suscitare (gli sceneggiatori scopiazzano dal libro, le battute vanno in altalena); poi c'è la supponenza che questa "prima persona" a proposito di uomini sia così coinvolgente e universale. Come direbbe Totò: "Ma chi frequentate?".
il Giornale (7/9/2000)
Maurizio Cabona

Parole, parole, parole. E musica in sottofondo. Alta fedeltà di Stephen Frears ricalca il sopravvalutato Clerks di Kevin Smith, ambientato com'è in un negozio, dove il titolare si compiange per essere abbandonato sistematicamente dalle fidanzate. Tratto dall'omonimo romanzo di Nick Hornby (Guanda), ma ambientato a Chicago anziché a Londra, Alta fedeltà è co-prodotto, co-sceneggiato e interpretato da John Cusack; il suo essersi assegnato il personaggio protagonista lo rende - e rende il film - improbabili. Come infelice melomane nostalgico della musica degli anni Settanta, Cusack non è credibile né per età (troppo giovane), né per aspetto (troppo bello). È dunque il compromesso americano a inficiare quel po' di interessante che ci sarebbe nell'autobiografia di un uomo qualunque. Basta guardare una foto di Hornby - una sorta di Claudio Bisio più vecchio e brutto - per capire che a uno come lui capitava sì di essere piantato, ma che una Catherine Zeta-Jones - chiamata qui a fare una comparsata - con lui sarebbe andata solo se retribuita molto più che dal promesso sposo Michael Douglas. La trama. Abbandonato dall'ultima convivente (Iben Hjelje), un rigattiere di dischi usati - ma solo in vinile, noblesse oblige - ricorda i cinque amori più importanti della vita e ne fornisce qualche dettaglio. Intanto vende pochi 33 giri e ne ascolta molti; peggio, li fa ascoltare allo spettatore. Fra nostalgie intime e sonore, gli si materializza davanti perfino Bruce Springsteen, che dice una battuta sola, ma male. Il Nostro tenta intanto sia di recuperare l'amata, che si è unita a Tim Robbins, sia di sapere dalle prime fidanzate perché l'abbiano lasciato. Dopo tanti anni, non lo sanno più neanche loro, come probabilmente, allora, non sapevano perché ci si erano messe insieme. Ripetuto, il giochetto stucca, come i continui monologhi di Cusack. Nel tentativo di fare dell'intimismo allegro, finiamo dalle i parti di Woody Allen, ma senza il suo umorismo. Gli adepti di Soldini e della morale da midinettes troveranno invece in Alta fedeltà il modo di darsi una ripassata intellettual-chic. Da notare che negli ultimi tempi i negozi americani sono diventati teatri d'amore o di vicende connesse: dopo l'emporio di alimentari di Clerks, ci sono stati infatti anche la tabaccheria di Smoke e di Blue in the Face, e la libreria di C'è post@ per te.
la Repubblica (7/14/2000)
Roberto Nepoti

Se metà dei film che transitano per i nostri schermi sono commedie sentimentali, era un bel po' di tempo che non se ne vedeva una divertente e intelligente, aggraziata e disincantata come Alta fedeltà. All'origine c'è il best-seller omonimo dell'inglese Nick Hornby e britannico, anche se spesso attivo negli States, è il regista Stephen Frears. Però la produzione è americana, americani gli attori e la screenplay sposta l'azione da Londra a Chicago. Fino dalla prima scena Rob (John Cusack, anche co-sceneggiatore), che gestisce un piccolo negozio di dischi nella "wind city", si rivolge direttamente allo spettatore. Lo farà lungo l'intero film, per comunicargli le sue personali classifiche top-five su tutto: dalle cinque canzoni più belle alle cinque donne della sua vita. La prima, dopo una love-story durata sei ore, lo ha piantato alle medie; poi, via via, lo hanno lasciato le altre. L'ultima, Laura (Iben Hjejle), se n'è appena andata di casa. Mentre si chiede che cosa non vada in lui (ma nel frattempo non si nega un'avventura con la bella cantante country Lisa Bonet), divide le giornate con i suoi due dipendenti: il timido Dick e Barry, bestione musicomane che spaventa i clienti. In realtà Rob è un maschietto contemporaneo come tanti altri, allo stesso tempo bugiardo e sentimentale, bisognoso di trasgressione e ansioso di stabilità; abituato a filtrare le emozioni attraverso le canzoni che ama. Altà fedeltà è il tipo di commedia che ti fa sentire a casa fino dalle prime inquadrature; un po' attuale, come lo è sempre una storia di sentimenti, un po' fuori-moda, come i dischi di vinile che il protagonista si ostina a vendere contro l'imperante tecnologia del CD. Meno "sociale" che nei film realizzati in Inghilterra, meno preoccupato di quando dirige ad alto budget per Hollywood, Stephen Frears appare perfettamente a proprio agio: muove i personaggi sulle note di una ricchissima colonna sonora, fa colloquiare Rob con Springsteen, si avvale di un cast femminile che include la star Catherine Zeta-Jones, la musa del cinema indipendente Lili Taylor e Joan Cusack (sorella di John nella realtà) nella parte di un'amica. Divertente, benché sovraccaricato, il "cammeo" di Tim Robbins, rivale in amore col codino alla Steven Seagal. Ma si consiglia di tenere d'occhio soprattutto Jack Black nella parte di Barry, il commesso fanatico del pop: già visto sullo schermo in piccoli ruoli, cantante dei Tenacious D., Black è una specie di John Belushi prima maniera, di irresistibile simpatia.
Corriere della Sera (7/8/2000)
Maurizio Porro

Anticipando una moda che ci porterà tra poco sugli schermi idoli del rock, Stephen Frears con "Alta fedeltà" sposta da Londra a Chicago le avventure di Rob Gordon, un piccolo eroe che non ha voglia di crescere e preferisce immolarsi al flash back dei vecchi dischi in vinile in un negozio per aficionados rockettari, dove i maniaci esibiscono la loro patologia. Rob è un tipo che non sa risolvere i suoi tentativi sentimentali, crede di essere nato per essere single, o coniugato con la musica, ma invece scopre poi che qualcosa non funziona. Se la confessione affettiva del nostro lascia un po' il tempo che trova, l'analisi della mania della musica è divertente e verosimile e naturalmente contagia il film, la cui colonna sonora è un'offerta straripante per il pubblico giusto. Impacciato con la vita e con le donne, Cusack è diventato un altro dei molti Woody Allen che popolano gli schermi. Ci accompagna un'aria di modernariato in cui fanno le loro comparsate idoli codificati come Bruce Springsteen e Tim Robbins, si spiega l'arte di una buona compilation musicale, si satireggia la professione del critico malvisto e fallito. Tutto in ordine, ma con emozione frenata e una lista di ovvietà indegna di Frears.
Film TV (7/18/2000)
Emanuela Martini

«Che cosa è nata prima, la musica o la sofferenza?», si chiede nella prima scena di "Alta fedeltà", guardando in macchina, Rob Gordon, trentacinquenne circa, una vita all'insegna della delusione sentimentale e della passione per la musica rock. E attacca il lungo monologo che ci accompagna per tutto il film, per una volta una voce "in campo" che s'interroga, ferisce, si diletta di autolesionismo, senza sostituirsi alle immagini e ai brani che rievoca, complementare, acuta, spiritosa, dubbiosa. Quasi un Woody Allen meno intellettuale, che si autoanalizza per tutto il corso del film. E' chiaro che il problema principale era quello di tradurre in immagini il lungo romanzo di Nick Hornby, narrato in prima persona, senza tradirne l'incessante monologare, e la scelta di "trasformare il pubblico nella macchina da presa" (come ha detto John Cusack, interprete e cosceneggiatore con D. V. DeVincentis, Steve Pink e Scott Rosenberg) è azzeccata. Stephen Frears, regista eclettico, ha sempre avuto la mano felice con la commedia e qui lavora con intelligenza sulle manie, lo slang e i "codici" di gruppo e di sopravvivenza dei suoi personaggi: abbastanza complice da renderceli simpatici, abbastanza distante da non lasciarsi coinvolgere troppo e da non perdere, perciò, il ritmo e la lucidità. Quanto alle perplessità suscitate dall'ambientazione, che si è spostata da Londra a Chicago, ha ragione Hornby, che ha detto che il suo libro si occupa di faccende molto più complesse dei semplici dettagli geografici. E comunque, è un libro (e un film) su un certo stile di vita e di relazioni metropolitane, condivise ovunque (come ha dimostrato il successo internazionale del romanzo). Cast raffinato, tenuto insieme da John Cusack e dai suoi due impiegati- amici (Jack Black e Todd Louisio), con Tim Robbins con la coda di cavallo, Bruce Springsteen come "padre spirituale" e tutte le "ragazze del coro"; un dialogo, un tempo narrativo, un acume che non si allentano mai.
Ciak (8/1/2000)
Valerio Guslandi

Un libro da leggere (o rileggere) quello di Nick Hornby (ricordate il bel Febbre a 90°, sempre tratto da un suo romanzo?) che ora Stephen Frears porta sullo schermo, con mano sicura e divertita. Una storia che parla .di alta fedeltà dal punto di vista musicale (il protagonista gestisce un negozio di dischi alternativo) e sentimentale (la difficoltà di crescere e trovare stabilità nei rapporti con le donne, sempre da parte del protagonista). Spostato da Londra a Chicago, il film intreccia felicemente musica e cuore, ovvero amore e passione discografica, sostenuto dall'ottima performance di John Cusack qui anche sceneggiatore e produttore e da un pizzico di salutare disincanto.
Duel (9/10/2000)
Michela Bernardinello

L'educazione sentimentale di un thirtysomething tra trentatré giri, autocoscienza, amici fanatici e cantautrici rasta: ossia non è mai troppo tardi per diventare adulti, anche quando crescere significa creare una compilation per la fidanzata rispettando i suoi gusti musicali e non cercare di "educarla" ai propri. Alla fine lo capirà anche il protagonista di Alta fedeltà, ma che fatica. Tratto dall'omonimo best-seller di Nick Hornby, autore britannico, maschio ed etero, meno acido dello scozzese Welsh nonché assolutamente meno working class del coetaneo irlandese Roddy Doyle, il film di Stephen Frears è anch'esso maschio. Come il romanzo. Come i lettori che ne hanno decretato il successo. Perché altrimenti appassionarsi alle vicende di un trentenne le cui griglie interpretative della realtà sono classifiche top-five, play list di canzoni pop come di legami sentimentali, e i cui rapporti interpersonali non sono altro che relazioni autocentrate nelle quali le donne sono creature imperscrutabili che agiscono e parlano al di fuori (per lui) di ogni percorso logico? John Cusack, che insieme a Devincentis e Steve Pink firma la sceneggiatura e coproduce, parla di «confessionale maschile», e forse ha ragione se tanti maschietti vi si sono ritrovati e hanno contribuito a fare di questo piacevole racconto un best-seller. E per questo motivo probabilmente poco importa che Stephen Frears (che aveva già partorito The Snapper, da un romanzo di Doyle, autore anche della sceneggiatura), ormai lontano da tempo dai temi sociali e dalle invettive antitatcheriane dei primi anni 80, abbia deciso di spostare la scena da Londra a Chicago, abbia trasformato il Championship Vinil in un negozio delle dimensioni di un Virgin Store e abbia appiccicato ai personaggi (soprattutto alle fanciulle, neanche a dirlo) facce e sorrisi da pubblicità: l'universo maschile rimane uguale, dicono, a ogni latitudine. E poi «americano non significa necessariamente stupido e inglese non significa automaticarfente di buon gusto, di successo o intelligente, anche se ritengo che i nostri snack siano più appetitosi». Parola di Nick Hornby.