Yi Yi
Ciak (7/1/2001)
Sandro Rezoagli

Edward Yang, grande regista taiwanese finora ossessionato dalle storie labirintiche, qui punta alla semplicità. Con dei risultati straordinari e il premio per la migliore regia a Cannes 2000. Yi Yi, ovvero "uno uno", parla della solitudine, attraverso le parabole esistenziali dei componenti della famiglia Jian, taiwanese, borghese, ma grazie alla globalizzazione, simile a milioni di modelli occidentali. Un padre con la crisi della mezza età, una madre che si rifugia nella new age, una nonna che ha paura di morire e due figli, l'adolescente Elaine Jin e il piccolo Jonathan Chang, che hanno paura di vivere. Le temute quasi tre ore di cinema all'orientale scorrono fluide, scandite da un ritmo sincopato, da partitura jazz. E con una straordinaria costruzione dell'immagine, degna del miglior Antonioni. Per scoprire, come vuole il piccolo Yang-Yang fotografando la gente di spalle, «l'altra faccia della verità». Quella che è impossibile vedere solo con i nostri occhi.
Film TV (7/3/2001)
Bruno Fornara

Carte in tavola: "Yi Yi" uno dei grandi film dell'anno. Peccato che esca adesso e saranno in pochi a vederlo. Pochi ma fortunati. Qualche anno fa, il quotidiano francese "Libération" pose ad alcuni registi una semplice domanda: perché fate dei film? Edward Yang rispose con una risposta altrettanto semplice: «Perché fare dei film mi permette di evitare di parlare». "Yi,Yi" è un film semplice e dolce. É semplice come il suo titolo che significa "uno, uno" ed equivale al nostro "e uno, e due", espressione usata dai musicisti per dare il tempo di un brano. E uno, e due, e via per quasi tre ore di un film da cui Yang vorrebbe che uscissimo «contenti come se fossimo andati a incontrare degli amici». Yang aggiunge: "Se gli spettatori, dopo il film, dicessero invece che hanno incontrato un regista, il mio film sarebbe un fallimento". In "Yi Yi" si incontra una famiglia taiwanese. Il padre lavora in una società di informatica e comincia a chiedersi se la sua vita avrebbe potuto essere diversa. La madre Min-Min sente il vuoto delle sue giornate e si rivolge per avere qualche risposta al santone di un monastero. La figlia adolescente Ting-Ting scopre i primi brividi amorosi. Il piccolo Yang-Yang, il filosofo di casa, fotografa la nuca di ciascuno per aiutarlo a "scoprire l'altra faccia della verità", quella che nessuno riesce a vedere. Nella vita del padre riappare dopo trent'anni una donna di cui era innamorato. La nonna si sente male ed entra in coma. C'è anche un delitto. C'è, insomma, la vita con i suoi alti e bassi, e ci sono tanti personaggi con le loro ansie e gioie, tenerezze e malinconie. Gli amici che Yang ci fa incontrare provano, come noi, tutte le sfumature del vivere. Leggerezza, equilibrio e serenità sono i segni distintivi di "Yi Yi". È vero che la regia non si sente, non pesa. Ma la si vede, e come, nel gusto della composizione di ogni inquadratura, nella limpidezza e naturalezza dello sguardo. "Yi Yi" è semplice e bello di quella semplicità e bellezza che vengono da un'intelligenza e da una saggezza, molto orientali, che sanno prudentemente nascondersi.
Il Giorno (6/30/2001)
Silvio Danese

Il film che meritava di vincere Cannes 2000 al posto di Lars Von Trier. E' la storia di una famiglia di Tapei nelle settimane seguenti al coma della nonna: cercando una soluzione alla crisi dell' azienda di computer, il padre incontra la fidanzata perduta all' università mentre, la figlia adolescente scopre l' amore e la gelosia, la madre depressa si rivolge a un guru in monastero, il piccolo Yang Yang fotografa le persone di spalle per scoprire "quello che non si vede". Parlando alla nonna immobile, la voce dei parenti assembla un insieme di diari privati. La crisi quotidiana di ciascuno compone un emozionante mosaico delle età dove brilla di volta in volta il tassello del dolore, dell'affetto, della paura, della passione. Come in un film di Altman, ogni personaggio e ogni fatto risuonano nella macchina cubista del tempo. Come nella famiglia di Ettore Scola, si sente il progetto di ogni vita. Ma soltanto Edward Yang, premiato in ogni occasione, riesce a fondere spettatore e personaggio nella 'durata' delle cose. Magistrale la fotografia di Wehian, intensa nei colori, profonda nel campo, lucente nei dettagli. Esce con un titolo inafferrabile e in un momento sbagliato. Chi aiuta il film aiuta se stesso.
La Stampa (7/1/2001)
Alessandra Levantesi

Significando letteralmente «uno-uno», «Yi Yi» in cinese indica l' individualità. E il film di Edward Yang, reputatissimo cineasta di Taiwan, segue appunto i singoli percorsi dei componenti di un'agiata famiglia di Taipei a partire dal momento in cui un certo evento, un ictus che colpisce l'anziana nonna, ne mette in crisi gli equilibri. Richiesta, alternandosi con gli altri parenti, di parlare alla madre per tentare di risvegliarla dal coma, Min-Min scopre di non avere nulla da dire, a parte le beghe giornaliere; e spaventata dal vuoto che avverte dentro cade in depressione ritirandosi temporaneamente in un convento. Intanto il marito Nj Jian, più che preoccuparsi del fatto che la ditta di computer di cui è socio rischia il fallimento, comincia a fare un bilancio esistenziale, rivangando un antico amore. Il tutto mentre la figlia adolescente si invaghisce di un ragazzo innamorato di un altro e il piccolo Yang-Yang viene continuamente preso in giro dai compagni di scuola. A Taipei come a Londra, a New York, a Roma la famiglia non reagisce più come un corpo compatto alle trappole della vita e nel frangente ognuno dovrà trovare da solo le proprie soluzioni: ma se ci sono affetto, comprensione e responsabilità, questa è la morale, esistono buone possibilità che alla fine tutti si ritrovino più uniti, senza bisogno di spiegazioni. Per la raffinata semplicità con cui Yang pedina i suoi personaggi immersi in problemi che appartengono alla quotidianità di ognuno «Yi Yi» è una commedia apparentemente minimalista. Ma la visione del cineasta va oltre e riguarda una società ricca che a Oriente come a Occidente sta perdendo il senso dei valori, sta svendendo l'anima. Questo emerge molto bene da alcuni situazioni, come il singolare rapporto che si crea fra Nj Jian e un collega giapponese più filosofo che affarista; e dall'impegno che il piccolo Yang Yang mette nel fotografare la nuca delle persone perché possano conoscere ciò che è dietro di loro, ovvero l'altra metà del mondo. Peccato solo che questo bel film la tiri troppo per le lunghe, a volte del tutto pleonasticamente: il taglio di una mezz'ora (ne dura tre) gli avrebbe senz'altro giovato.
Corriere della Sera (6/30/2001)
Tullio Kezich

Se Hitchcock diceva che il cinema è la vita con le parti noiose tagliate, il film "Yi Yi" - e uno...e due- appartiene più alla vita che al cinema. Il regista Edward Yang, premiato a Cannes, non si è infatti preoccupato di tagliare niente: e ti fa scorrere sotto gli occhi quasi 3 ore di spettacolo delibando, oltre ai momenti cruciali, anche i fatterelli della vita quotidiana. Per immergersi in un tale contesto minimalista bisogna frenare le nostre impazienze di spettatori dell'era dello spot, ma ne vale la pena. Non fosse che per constatare che possiamo tranquillamente riconoscerci nei problemi, negli umori e nelle vicende di una media famiglia borghese di Taiwan; e anche nel personaggio del protagonista. Il bravo Ni Jian è infatti un capofamiglia come tanti, con madre malata a carico, moglie afflitta da soprassalti di misticismo, figlia in età difficile alle prese con un amore sbagliato e figlioletto vulnerabile in maniera preoccupante. Proprio il piccolo Yang Yang fornisce la chiave per leggere il film attraverso la bizzarra abitudine di fotografare i recessi trascurati degli ambienti e la nuca delle persone che incrocia. «Yi Yi» rappresenta insomma un invito a guardare ciò che generalmente trascuriamo. Nel mezzo del cammino della vita, e forse un tasso oltre, Ni Jian è indotto a fare il bilancio da alcuni eventi: da una parte l'incontro fortuito con la donna amata nell'adolescenza e dall'altra la crisi della sua società di computer. Le due vicende si intrecciano nel corso di un viaggio a Tokio in cui il protagonista trascorre qualche giorno con l'ex innamorata, toccando con mano che il passato non risorge, e discute una «joint venture» coni il titolare di una ditta nipponica. Forse la cosa più originale del film sono i colloqui di questi due orientali che parlando inglese stabiliscono uno strano rapporto di confidenza; e certo il momento magico è quello in cui il giapponese suona il «Chiaro di luna» di Beethoven al pianoforte di un night. Miracoli del cinema quando vola alto, è come sentire questa musica per la prima volta. Nell'insieme si ha tuttavia la sensazione che l'autore non padroneggi bene la materia, ovvero sia incapace di distinguere l'essenziale dal superfluo; ma forse non gliene importa affatto e il fascino di questo film sta proprio nel mettersi al di sopra di ogni regola e consuetudine.
il Giornale (7/4/2001)
Maurizio Cabona

Ecco il film che meritava la Palma d'oro a Cannes nel 2000, "Yi Yi" di Edward Yang. Esce finalmente in Italia col titolo "...E uno... e due", espressione che viene dal jazz: "A one and a two" sono le parole che annunciano l'inizio di un brano. La stagione non é propizia per gli incassi, ma per i film terzomondisti gli schermi sono disponibili solo d'estate, al diradarsi dei film americani. Sobrio, mai greve, acuto nelle osservazioni, troppo lungo (quasi tre ore) "...E uno... e due" é un quadretto di vita familiare a Taipeh. Si comincia da un banchetto nuziale rovinato da una visita importuna e da una nonna che entra in coma, per raccontare di un padre, chiamato solo con le iniziali, NJ (Wu Nianzhen), tecnico dei computer, che rischia di perdere il lavoro per la crisi economica dell'Asia orientale, e di una madre, Min Min (Issey Ogata), in crisi religiosa. Lei si ritira a meditare in un tempio, lui va a Tokio, dove incontra un collega giapponese di successo, ma soprattutto l'ex fidanzata che non ha sposato. Comincia così a meditare sulle cose che potevano essere e non sono state: troppo tardi per ricominciare? Intanto a Taipeh la nonna é stata rispedita a casa dall'ospedale e ha bisogno di sentire continuamente voci familiari per riprendere conoscenza. Il figlio piccolo, Yang-Yang (Jonathan Chang), alunno delle elementari, ha le sue vicissitudini con le odiose compagne di classe; la figlia adolescente, Ting-Ting (Elain Jin) si dà da fare con un coetaneo, mentre una vicina finisce male... Fra i momenti migliori, quello del piccolo che fotografa la schiena delle persone per mostrare loro ciò che non possono vedere, per proporre l'altra metà di loro stessi. Non a caso i personaggi hanno nome raddoppiato. Ma l'altra metà della verità è una sorpresa che non tutti vogliono avere.