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| La lavagna |
| Corriere della Sera (9/2/2000) Tullio Kezich Ascesa a fulminea notorietà per il cognome che porta e per l’età giovanissima, giurata a Venezia, Samira Makhmalbaf non ha paura di fare il «cinema di papà». Suo padre è il ben noto Mohsem, che sovraintende all’operazione restando fra le quinte. E sarebbe forse il caso di rilevare, nell’immacolata purezza dell’assunto di Lavagne , qualcosa della tradizionale astuzia persiana. Se infatti il film si fosse presentato semplicemente come una nuova opera di Makhmalbaf senior, non avrebbe avuto lo stesso impatto sui media che gli ha procurato la firma di una regista ventenne. E forse all’ultimo festival di Cannes non gli avrebbero assegnato il premio speciale della giuria. Siamo al confine dell’Iran con l’Iraq, fra piccoli contrabbandieri ruspanti e trasmigrazioni forzate di popoli, con elicotteri in caccia, mine antiuomo, fucilate che arrivano da ogni parte. In questo bailamme atroce e pittoresco un gruppo di ardimentosi maestri, lavagne in spalla, si arrampica sulle balze montagnose in cerca di allievi da erudire. Seguiamo in particolare l’avventura di Said, che accodandosi alla biblica trasmigrazione di una tribù sposa e divorzia dall’austera Halaleh (Behnaz Jafai, l’unica attrice professionista) lasciandole alla fine la lavagna su cui ha scritto «ti amo». Lavagne è fresco e nitido, simpatico e animato da un fervore scolarizzante che diventa un atto di fede nella cultura. Un poemetto che respira a pieni polmoni l’aria delle vette e ci fa sperare per l’avvenire dell’Iran e (perché no?) del mondo intero. |
| Duel (9/10/2000) Filiberto Molossi Le tabelline in cambio di un pezzo di pane, in viaggio tra gli ultimi del mondo, dove imparare a sopravvivere conta più di saper leggere e scrivere. Camminano lenti gli uomini-lavagna, troppa strada nelle scarpe e sempre il solito orizzonte: curvi ed esausti davanti alla realtà, si inerpicano sino ai confini del nulla. Piccoli e umili Sisifo erranti scherzati da un destino che non possono bocciare. Ha smesso di andare a scuola a 15 anni, ma ha molto da insegnare Samira Makhmalbaf: la nuova onda iraniana, quella leggerissima aritmia nel battito sin troppo regolare di una storia apparentemente immutabile, trasporta anche le sue speranze. Vent'anni come andrebbero sempre vissuti, più nel fare che nel dire, un padre-tutor che l'ha nutrita a letteratura e arte, un premio a Cannes dedicato a chi non si arrende: e la voglia matta, con quest'opera seconda (l'esordio nel '98 con La mela) di mettersi un film sulle spalle per cercare l'acqua nel deserto, là dove il cinema é più lontano e impervio, tenace e meno corrotto. Nelle spire del sopravvivere, dove l'idealismo dei maestri, la loro sincera e disarmante ostinazione, va a infrangersi contro la disperazione di chi, come i bambini, gli alunni sfruttati e perduti, non può più trovare nell'istruzione una possibile via di fuga. «Per leggere dei libri bisogna stare seduti: noi dobbiamo muoverci sempre...». E allora le lavagne, muti simulacri di un sapere che non riesce più a rendersi necessario, servono per trasportare un malato, ripararsi dalle bombe, appenderci i panni, farne una dote o un'ingessatura: in un'invisibile frontiera dove tutti si è nomadi, due più due ha smesso da un pezzo di fare quattro. Molto oltre un neorealismo di facciata, un'altra storia dell'altro mondo che riflette dunque immagini ed episodi che non avrebbero altrimenti vita: come nelle foto di Salgado, seppure senza la stessa toccante e offesa drammaticità, vicende ed esempi che, troppo marginali per i titoli del telegiornale, non devono restare senza sguardo. Ma Samira tiene gli occhi ben aperti: e fa di un non luogo un territorio universale. Disegnando su quelle lavagne, a lettere minuscole, una lezione che vale per tutti: finendo col rappresentare la metafora del cammino dell'uomo e, soprattutto, dei limiti e del valore della cultura, incapace di fermare la follia, ma anche, d'altra parte, di rinunciare a provarci. Elementare ma non semplicistico, il film, prodotto anche con soldi italiani (Fabrica di Benetton e Toscani) manca a volte dell'emozionante poesia di certo Kiarostami e di alcune opere di Makhmalbaf padre, ma assomiglia in un certo qual modo alla sua giovanissima autrice, che sposa il rigore senza mai rimanerne vittima: un vestito nero sotto cui guizza un'anima. |
| Film TV (9/26/2000) Bruno Fornara Secondo film della ventenne Samira Makhmalbaf, figlia del regista Mohsen, già esordiente con il premiato "La mela". Aride montagne del Kurdistan iraniano, al confine con l’Iraq. Un gruppo di maestri di scuola si arrampica su per i sentieri. Sulle spalle si portano ciascuno la sua lavagna. Sono disoccupati e vanno alla ricerca di allievi in qualche sperduto villaggio. Il rumore di un elicottero. Tutti cercano di nascondersi, si disperdono. Restano due maestri: uno incontra dei ragazzi contrabbandieri, piegati dai loro carichi; l'altro si unisce a dei vecchi curdi, carichi d'anni, che cercano di tornare al villaggio bombardato. Paesaggio aspro, storie crudeli, volti scavati, paesi e lingue perdute. I curdi non hanno una patria e nessun maestro sa leggere una lettera scritta da un figlio lontano e prigioniero. Un nobile film dalle immagini forti (e accattivanti?), schiacciato come i suoi personaggi dalle troppe metafore. |
| Sole 24 Ore (9/17/2000) Roberto Escobar Tra le rocce e la polvere di montagne sterili, emergendo dai marroni d'una terra di nessuno, avanzano strani esseri. Si direbbero uomini, se non fosse per le ali nere che tengono spiegate. Tuttavia il loro cammino non ha la leggerezza d'un volo. Appesantiti da una paura che, man mano, ci si scopre sui loro volti, fuggono verso luoghi sperati, incerti. Sono insieme emozionanti e sorprendenti, le prime immagini di Lavagne (Takhte siah, Iran, Italia e Giappone, 2000, 84'). Sapremo poi che gli uomini di cui Samira Makhmalbaf sta per narrarci la fuga verso l'ignoto sono maestri elementari, e che le ali sono le scure, povere lavagne di legno che ognuno s'è caricato sulle spalle. Ora però c'è solo quel che vede la macchina da presa, ferma di fronte a loro che s'avvicinano in campo totale, emozionanti e sorprendenti. Il cinema - così ci vien da pensare - può ben essere solo immagine. In particolare, il cinema che viene dall'Iran ha questa intensità espressiva, questa "rapidità" comunicativa: non gli occorre contesto narrativo, ancor meno gli occorre dialogo, per arrivare ai nostri occhi come senso. Non è una metafora, quella che la giovanissima Makhmalbaf ci sta mostrando. Non c'è alcun "trasferimento di significato", più o meno faticoso, dalle sue immagini a una qualche verità o idea. L'emozione che in platea ci capita di vivere é molto più immediata: nelle immagini, dentro la loro piena autonomia espressiva, c'è appunto una sorprendente capacità di senso. Ancora non sappiamo che cosa li abbia impauriti, questi esseri strani. Nemmeno sappiamo che la loro è una fuga. Eppure già ne percepiamo l'angoscia. Quando poi, nascosto e alto nel cielo, un rombo d'aerei riempie il vuoto delle montagne, ci par d'essere tra loro che corrono nell'inutile, affannata ricerca d'un riparo. Come uccelli che un rapace minacci di morte, si perdono in ogni direzione e poi si ritrovano e tornano a perdersi. Alla fine, ancora come uno stormo d'uccelli sconvolto dal panico, si chiudono l'uno accanto all'altro, ognuno scudo inconsapevole dell'altro, tutti insieme nascosti al rapace solo dal nero delle loro povere ali. Adesso gli aerei se ne vanno, e in alto, sopra le montagne, restano a volteggiare rumorosi dei corvi. Certo, non tutto Lavagne si mantiene a questo livello. Qua e là si sospetta una troppo dichiarata ricerca della bella immagine, e anche di simboli eccessivi. D'altra parte Samira ha vent'anni. Per quanto sia già alla seconda opera - dopo l'esordio di La mela (1998) - molto ancora le si può e le si deve perdonare, compresa la probabile guida del padre Mohsen (che cura il montaggio e, con lei, firma la sceneggiatura). Quel che conta è che sappia mostrare con immediatezza il senso che sta nelle immagini, quasi in attesa di qualcuno che lo sveli. Dopo la splendida sequenza d'apertura, la sceneggiatura e la regia abbandonano gran parte degli uomini in fuga, e ne seguono solo due: Reboir (Bahman Ghoadi) e Said (Said Mohamadi ). La vicenda del primo ben presto s'incontra con quella d'un gruppo di ragazzini che la fame spinge al contrabbando, mentre il cammino del secondo s'intreccia con quello d'un altro gruppo, questa volta quasi tutto di vecchi. Gli unì e gli altri sono sradicati, costretti a stare in una sorta di terra di nessuno: i ragazzini tentando di trovarci uno spazio di sopravvivenza, i vecchi alla ricerca d"un confine perduto. Su tutti - anche su Reboir e Said, che pure vorrebbero e forse potrebbero esser per loro maestri -, continua a gravitare una minaccia di morte, implicita e incombente come un gracchiar di corvi. E non si tratta solo della guerra che s'intuisce in corso nel Kurdistan iraniano. I soldati e la loro violenza non vengono mai in primo piano; piuttosto, se ne avverte il frastuono, l'avvicinarsi angosciante, al massimo se ne intravede qualche divisa, qualche fucile. Sono dappertutto e non sono in nessun luogo specifico, pronti in ogni momento a piombare sui due "stormi " in fuga con la spietata prepotenza d'un rapace. Come già all'inizio di Lavagne, anche ora non c'è via di fuga. Esposti e indifesi, tenuti gli unì accanto agli altri dalla paura, sono vittime in senso pieno: non c'è spazio che possano chiamare loro, non c'è confine che li difenda. Per quanto tentino di volar via con le ali della disperazione, riescono solo a essere l'uno per l'altro scudi inconsapevoli con i propri corpi. Chinati a terra, tra le rocce e la polvere, prima ai ragazzini e poi anche ai vecchi capita di procedere imitando gli animali, sulle ginocchia e sulle mani, nel tentativo inutile di nascondersi, di sfuggire alla minaccia di morte che riempie di sé il cielo sopra la terra di nessuno. |
| Ciak (10/1/2000) Massimo Lusardi Difficile separare l'opera dall'autrice. Perché, se Samira Makhmalbaf ha incantato Cannes con i suoi vent'anni, il suo film da "figlia di papà" (Moshen, che l'ha co-prodotto e montato) lascia qualche dubbio per quel suo inconfondibile stile iraniano, povero e coreografico, elementare ma raffinato, che ormai sembra un vero e proprio marchio di fabbrica perfetto per conquistare i festival. Eppure, nonostante qualche eccesso di enfasi (o di astuzia), il film ha un sapore sincero: sa essere epico quando trasforma i vecchi kurdi nel simbolo di un eterno nomadismo e realmente doloroso quando racconta la guerra senza mostrare i nemici. Per di più, a sorpresa, possiede anche un'ironia amara e allusiva. Ironica, e magnifica, è tutta l'interpretazione di Behnaz Jafari che si fa beffe di uomini e destino . E ironica è anche l'idea della lavagna, simbolo di cultura, che si ritrova a svolgere "infima" funzione di lettiga o stendipanni. |